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The Pretty Things – Bare As Bone, Bright As Blood (Madfish Records)

Inutile tirar fuori il solito rosario: tipo che in epoca beat i Pretty Things «erano la miglior band R&B in circolazione», secondo Van Morrison; che S.F. Sorrow (1968) inventò il genere rock opera; che Phil May fu un idolo assoluto per il giovin David Jones non ancora David Bowie, con cui frequentava lo stesso liceo artistico; che Dick Taylor fondò i Rolling Stones con Brian Jones (suo amico d’infanzia), Mick Jagger e Keith Richards; che Jimmy Page e David Gilmour sono sempre stati fra i loro più ferventi supporter (i Led Zeppelin, messa in piedi la Swan Song Records, li misero immediatamente sotto contratto); che Bob Dylan, dopo aver visto nel 1965 una della loro travolgenti esibizioni, li immortalò nell’incipit di Tombstone Blues (“The sweet Pretty Things are in bed now, of course“). Inutile. Perché vi è in giro troppa gente un po’ sorda, sovra-strutturata, convinta solo di quello che conosce, timorosa di quello che non conosce.  Gente che certamente non si farà sedurre adesso da questo (magnifico) Bare As Bone, Bright As Blood, disco postumo degli amatissimi Bellefighe. Divagazione: al Festival di Sanremo 1966 il buon Mike Bongiorno presentò i Yardbirds, in quell’edizione accoppiati a Lucio Dalla, come i Gallinacci – noi li avremmo presentati come i Cazziruspanti. Tant’è.

The Pretty Things in Olanda, 1965. Da sinistra: Brian Pendleton, John Stax, Dick Taylor, Phil May, Viv Prince

Prima che Phil May ci lasciasse lo scorso 20 maggio 2020 e dopo che un paio di anni fa il gruppo desse l’addio alle scene con un sontuoso concerto all’Indigo di Londra con luxury guests i già citati Morrison e Gilmour (tranquilli, l’evento non ce lo siamo fatti sfuggire – eravamo lì!), i Pretty Things li avevamo lasciati alle prese con il potentissimo, elettricissimo, esaltante The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…) (2015), uno dei dischi rock più scintillanti del passato decennio – e guai a chi parla di revival o di altre sciocchezze del genere. Lavoro figlio, peraltro, di un percorso che vedeva gli album precedenti tutt’altro che filler di vecchie glorie finite nel cono d’ombra, come sa bene chi ha avuto il buon cuore di avventurarsi in opere come Rage Before Beauty (1999) e Balboa Island (2007 – consiglio spassionato: mettete/rimettete nel piatto quel gioiello assoluto che è (Blues For) Robert Johnson, assicurati brividi tipo cascata in piena).

Indigo, Londra, 2018. Concerto d’addio dei Pretty Things (© Cico Casartelli)

Bare As Bone, Bright As Blood è la netta reazione ma complementare al precedente, visto che il disco ha una forte impostazione unplugged – e che prende spunto dai vibranti set acustici che May & Taylor buttavano lì in mezzo alla pioggia elettrica dei concerti Pretty Things, roba da mettere accanto a quando Mick & Keith o Robert & Jimmy staccavano la spina per mostrare la bellezza nuda della loro musica. Detto in breve, il perfetto addio di una band culto quanto si vuole ma sempre alive & kicking per 5 decenni abbondanti. Chissà se il tempo sarà galantuomo – speriamo! Meglio precisare: i PT non si sono mai sciolti, al netto dei turbinosi cambi di formazione, dell’assenza di Taylor per una dozzina d’anni fra la fine dei 60s e il 1980 e di un paio d’anni nei secondi 70s dove May dichiarò chiusa la partita – poi ripensandoci in fretta, fortuna nostra.

Il disco è composto di 12 numeri per 50 minuti tondi di musica sopraffina, vera lezione di classe e di stile come poche altre band possono permettersi. Azzardiamo il paragone, anzi, con i vecchi rivali/amici Rolling Stones: dove il loro ultimo album, l’all blues Blue & Lonesome (2016) sapeva un po’ d’inutile e freddo compitino con tanto di soprammobile Eric Clapton in bella vista, Bare As Bone, Bright As Blood è un disco con anima e tensione straordinarie, ben lontano dall’essere un esercizio di scolastica musica del Diavolo ma con i Pretty Things molto, molto sul pezzo. Già l’1-2 d’apertura Can’t Be Satisfied (Muddy Waters) e Come Into My Kitchen (Robert Johnson) fa capire che l’interplay MayTaylor è cosa rara, pura magia, non semplice riproduzione di antichità preziosa quanto si vuole ma buona per i musei. Così come il finale chiude il cerchio: il nome Pretty Things è preso dal capolavoro Pretty Thing di Willie Dixon scritto per Bo Diddley (il grande ispiratore del gruppo – uno che in quanto a titoli/testi sboccati non si risparmiava, a cominciare dal proprio nome…) e giocare l’ultimo dado con un altro Dixon da antologia, I’m Ready, con chitarre elettrica e acustica che si frustano/accarezzano a vicenda è il degno suggello.

Dick Taylor e Phil May, Bellinzona Beatles Days, 2012 (© Cico Casartelli)

Ma poi vi è quello che trovate in mezzo, spesso imprevedibile e sorprendente. Avreste scommesso un pound su un brano di Sheryl Crow, iper-prezzemolino-di-talento della musica degli ultimi 3 decenni, che appare in un album dei Bellefighe? Ebbene, preparate le orecchie alla strepitosa Redemption Day che, comunque, più che alla Crow (il pezzo arriva dal suo miglior album, l’omonimo del 1996) rimanda alla cover tuttabrividi che ne fece Johnny Cash chez Rick Rubin in American VI/Ain’t No Grave (2010). Applausi per tutto: dalla ricercatezza alla performance! Oppure vogliamo parlare di Leadbelly? Black Girl aka In The Pines aka Where Did You Sleep Last Night? L’hanno fatta a decine, dai Nirvana a Jerry Reed, da Dolly Parton a Bob Dylan, da Bill Monroe a Mark Lanegan – e bisogna dire che i PT si aggiungono alla lista con una versione sul filo del rasoio con tanto di violino cereo, di chi il blues lo conosce dentro-fuori-sopra-sotto le 12 battute. Non solo applausi, standing ovation!

Dick Taylor alla Loggia del Leopardo, 2016, Vogogna (Verbania) – © Cico Casartelli

Volevate la sfida con gli Stones? Bene, eccola: niente meno che Love In Vain di Robert Johnson (che Mick & Keith nel 1969, ai tempi di Let It Bleed, bellamente si accreditarono…), che però Phil & Dick mantengono country-blues fedele all’originale del misterioso, maledetto bluesman – ma con anche parte del refrain in francese (vecchi ricordi di quando a fine anni 60 frequentavano la Costa Azzurra del loro mecenate Philippe DeBarge, famoso playboy dell’epoca con tanto di villone a Saint-Tropez? Chissà – e chissà che sollazzi…). Dopo la sorpresa Crow, sempre in tema country-blues non lascia indifferenti neppure la stupenda The Devil Had A Hold Of Me di Gillian Welch (e David Rawlings), spettrale e tothebone come già era l’originale della cantante newyorchese votatasi al West nel bellissimo Hell Among The Yearlings (1998) – ma con chiaro tocco Things. Sempre pronti a imparare, questi tizi dei sobborghi di Londra, anche postumi. Il disco di addio dei Pretty Things, infine, non poteva che esser illuminato anche da un gospel, invero poco rasserenante: quella Ain’t No Grave con cui già Odetta fece tremare le mura di sacriluoghi e che in tempi recenti sia Johnny Cash (facendone di nuovo un grande hit) sia Tom Jones hanno ripreso – cui i nostri adorati eroi Brit si accodano nel pieno stile di questo disco acustico ma arcignouncompromised come, del resto, ostinata e senza opportunismo è stata la loro carriera di diamantina coerenza. Signore e signori, la leggenda dei Bellefighe è definitivamente consegnata all’eternità.

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