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Riflessioni sul primo Battiato

Ricorre oggi il 1° anniversario della morte di Franco Battiato: forse l’unico, vero genio musicale che l’Italia abbia prodotto negli ultimi 80 anni. Ma perché definirlo tale? In linea di massima, genio è colui che vede ciò che gli altri non vedono; che si spinge oltre; che sa porre in relazione ciò che per l’uomo comune è separato. Se questo è il genio, Battiato aveva in sé tutte queste caratteristiche a cui possiamo aggiungerne altre 2: la leggerezza e l’altruismo, attestati da chiunque l’abbia conosciuto. La sua musica è serissima nello stesso momento in cui è giocosa. Ma ritengo, per completezza, che nel considerare la sua arte vada ricordato il periodo nel quale si è rivelato al pubblico, benchè fosse un’audience sostanzialmente giovanile e la sua musica differente da quella che tutti abbiamo canticchiato almeno una volta.

Saltando a piè pari il suo oscuro esordio milanese – quando cioè suonava la chitarra nei locali di Brera frequentati dagli artisti e dai cabarettisti e venne scoperto da Giorgio Gaber – e tralasciando i dimenticabili esordi come cantante “leggero“, sono convinto che nella memoria collettiva siano passati un po’ sottotraccia i suoi anni 70. E forse, sottotraccia, lo sono rimasti anche per lui che a quell’epoca pensava di diventare un musicista e un compositore diverso da quello che poi si è rivelato.

Che genere di musicista? Suppongo d’avanguardia, ruolo forse simile in Italia a quello di uno fra i maestri più amati in Germania: Karlheinz Stockhausen. Con la differenza che il tedesco fu sempre un musicista di nicchia, mentre Battiato si trovò a operare in una fase storica piuttosto aperta alle avanguardie; cosicchè ha potuto rappresentare per l’Italia ciò che è stato Brian Eno per il mondo anglosassone ed Edgar Froese per quello germanico.

Il Battiato sperimentale degli anni 70, lo possiamo suddividere in 2 fasi coincidenti con le 2 metà del decennio: la prima, nei solchi di un’elettronica affine a quella dei cosmici tedeschi; o di Eno, con tocchi di nonsense quasi dadaisti. La seconda, dove sostanzialmente si esibisce come autore di classica contemporanea, totalmente avulso da qualsiasi discorso  commerciale. Nei primi 2 dischi, reinventa la forma canzone con testi stralunati e una musica nuova, affascinante ma tutt’altro che facile. Se Fetus mescola elettronica, suggestioni vagamente classicheggianti di rock progressivo e imprevedibili lirismi all’interno dello stesso brano (il più rappresentativo è Meccanica), notevole successo lo riscuote Pollution, concept album come andava ai tempi, dedicato all’inquinamento. Tuttavia, per paradosso, il pezzo trainante è Areknames, con il testo cantato al contrario, con qualche strofa nonsense ma soprattutto un utilizzo melodico, quasi sinfonico e rivoluzionario, del sintetizzatore.

Molto apprezzato ma dimenticato anzitempo, Sulle corde di Aries è a parere di chi scrive l’album migliore che il musicista di Ionia ha prodotto negli anni 70. Sebbene ci siano parecchi musicisti, si percepisce anzitutto la presenza dei fiati, ma il tono generale è dominato dal polistrumentismo anche se il supporto ritmico è sempre, sotterraneamente, presente. Ciò che rende questo Lp una spanna superiore ai precedenti è la capacità di creare un lirismo quasi sinfonico, nella prima parte, di brani come Aries. Lirismo che troverà piena espressione nei dischi degli anni 90 e 2000. All’epoca, però, visto che i brani erano piuttosto lunghi per essere programmati in radio, era raro ascoltare qualcosa di diverso da Aria di Rivoluzione: il più breve, anche se di poco. Testo autobiografico ottimamente cantato, con inframezzata una poesia narrata da Jutta Niehaus. Un’atmosfera indefinibile e bellissima, fra l’etnico e l’avanguardistico.

Gli album successivi, ossia Clic, M.elle le “Gladiator”, Battiato e L’Egitto prima delle sabbie, rappresentano con ogni probabilità la via attraverso la quale l’artista cercava di accreditarsi come musicista di classica contemporanea, al pari di Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio, Luigi Nono, John Cage o lo stesso Terry Riley che in quegli anni godeva di una fama impensabile e non certo solo di nicchia. Sono dischi, di conseguenza, sempre più difficili: forse l’unico momento della carriera di Battiato senza quell’ironia e quell’autoironia che lo avevano sempre caratterizzato. Il più godibile (e anche il più vicino a quanto inciso in precedenza) è Clic. Paradossalmente, accanto a pezzi di vera e propria musica contemporanea come la prima parte di No U Turn o Ethika fon ethica dove fa dialogare fra loro alcune radio, Propriedad Prohibida (una sorta di Areknames strumentale) diviene la sigla di TG2 Dossier facendo conoscere Battiato anche al di fuori della gioventù “impegnata” e degli addetti ai lavori.

Ma questa (chiamiamola così) concessione viene subito smentita da M.elle le “Gladiator”, disco “futurista” che sarebbe piaciuto a Filippo Tommaso Marinetti: un assemblaggio di rumori, suoni radiofonici e voci a esprimere la “simultaneità” degli eventi di questa società. Altri brani vengono invece eseguiti dall’organo della Cattedrale di Agrigento (anche se Wikipedia dice Monreale) ma i suoni, all’ascolto, risultano spesso dissonanti, urticanti. È onestamente un disco difficile, amato solo da chi si appassiona alla classica contemporanea.

Va detto, però, che in quegli anni il trend di un certo tipo di musica virava verso un notevole cerebralismo: l’etichetta Cramps pubblicava i dischi di John Cage e i vocalizzi di Demetrio Stratos; Eno e Robert Fripp uscivano con No Pussyfooting (quanto di più lontano dal rock che li aveva visti nascere), ma soprattutto Lou Reed registrava Metal Machine Music, inno al suono elettronico lancinante, ripetitivo, metallico. Dura alle orecchie è anche l’ultima produzione di Battiato che comunque, con grande coerenza, continua sulla sua strada.

L’Lp seguente, Battiato, vede 2 brani soltanto: uno è basato su 1 unico accordo di pianoforte e forse risente dell’influsso di Terry Riley (il quale, influenzato dalla musica indiana e dal pensiero orientale, è sempre stato un teorico della ripetitività); l’altro, il meno ostico Cafè Table Musik, possiede alcune linee melodiche ma è pur sempre caratterizzato dalla tecnica del collage sonoro, che come tutta la musica classica contemporanea avvicina il disco più a certe esperienze artistiche e poetiche (collage, action painting, parolibere, automatismo) che a un’idea tradizionale di musica.

Che sul declinare degli anni 70 Franco Battiato venga ormai considerato artista di pura musica classica contemporanea, lo dimostra il Premio Stockhausen per pianoforte vinto con L’Egitto prima delle sabbie. Tutto il disco è basato su pochi accordi pianistici ripetuti, nella seconda parte in scale ascendenti e discendenti, pienamente apprezzabile da chi è competente e riesce a cogliere il substrato mistico/magico che giustifica la ripetitività. Il titolo è infatti ispirato da un lavoro del filosofo, mistico e musicista Giorgij Gurdieff, che nella ripetitività delle danze sufi trovava un contatto col Divino.

Si conclude qui la prima fase dell’attività artistica di Battiato. A dimostrazione della sua versatilità, dell’amore per l’Oriente, della sterminata cultura musicale e dei profondi interessi storici e filosofici che lo porteranno a svolte imprevedibili e (finalmente) di grande, meritato successo.

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