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Mimmo Paladino. Sipario d’artista per il Teatro Regio di Parma

Il rosso fuoco. Il blu notte. Il bianco ghiaccio. Il verde smeraldo. L’oro. È una scansìa cromatica e sinfonica, quella destinata a catturare gli sguardi (curiosi, sorpresi, forse scettici, magari polemici) di melòmani e loggionisti. In un rincorrersi di tracce, di oggetti, di simboli, di indizi, in essa è anzitutto racchiusa la veduta prospettica di un palazzo che rende omaggio al dipingere metafisico di Giorgio de Chirico.

Mimmo Paladino appone la sua firma sul nuovo sipario del Teatro Regio di Parma

E poi volti, teste e profili totemici ispirati all’arte egizia, etrusca, paleocristiana; calici, ramoscelli, fregi dorati; e ancora numeri, un’antica cetra, una sedia, una porta socchiusa e lassù un cielo pieno di stelle/libellule che rievocano «il suono impalpabile e leggero degli strumenti attraverso i quali le note diventano reali, e con esse le armonie», spiega l’artefice di quest’opera solenne, spettacolare. Lo stile geometrico, frammentato, inconfondibile è quello di Mimmo Paladino, classe 1948, campano di Paduli, mattatore negli anni 80 insieme a Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Nicola De Maria di quella Transavanguardia sbocciata da una felice intuizione del critico d’arte Achille Bonito Oliva.

L’opera, grandiosa, è il nuovo sipario realizzato, con il sostegno del Reggio Parma Festival, nei Laboratori Scenotecnici del Teatro Regio di Parma. «Per realizzarlo, ho potuto contare sulla preziosa collaborazione degli scenografi teatrali», tiene a precisare Paladino, «che in qualche modo sono stati le mie braccia e le mie mani e spesso, forti della loro esperienza, mi hanno consigliato e aiutato a trovare soluzioni a problemi con i quali ho dovuto misurarmi». Vale a dire Franco Venturi, con la fattiva collaborazione di Fiorenza Riva, Marcella Caglieri, Nuria Cabanas, Cristina Specchio e Gabriella Rotondi.

Una fase del “making of” nei Laboratori Scenotecnici

Indissolubilmente legato all’arte contemporanea, avrà modo di alternarsi con lo storico sipario, datato 1829 e realizzato da Giovan Battista Borghesi, che rappresenta una scena allegorica divisa in 3 parti con Maria Luigia dipinta come Minerva. Ed è per volontà della duchessa d’Asburgo-Lorena, consorte di Napoleone, che il Teatro Regio nasce su progetto dell’architetto di corte Nicola Bettoli e viene inaugurato il 16 maggio 1829 con Zaira, l’opera di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani.

Il nuovo sipario, dunque, svelato a quasi 200 anni dalla costruzione di uno fra i più importanti teatri di tradizione italiani e in simultanea con il 208°compleanno di Giuseppe Verdi, «è composto da frammenti. Come la musica è fatta di frammenti sonori e come tutte le epoche si sono succedute lasciando in eredità i loro frammenti a quelle successive, così accade nell’arte che ha lasciato molti frammenti lungo la sua storia, seminando cifre che sono servite a chi è arrivato dopo. Resta sempre una traccia di chi ci ha preceduti. Quindi, questo sipario è anzitutto uno spazio che accoglie frammenti. Di grandi dimensioni, peraltro, poiché i sipari sono immensi e permettono all’artista di operare questa sorta di narrazione fatta di piccole parti che in qualche modo si incastrano per creare un’opera unitaria».

© Roberto Ricci

E che la musica di Giuseppe Verdi abbia idealmente ispirato la creazione del prezioso manufatto, lo sottolinea l’artista spiegando: «C’è forse, in questo sipario, una dedica sotterranea: siamo nella patria di Verdi e naturalmente la sua musica è stata la fonte ispiratrice, che mi ha fatto pensare a una sorta di sinfonia cromatica di frammenti figurativi. Si tratta di una dedica non esplicita, ma la musica verdiana è stato il punto di partenza. Come ho sempre detto, la pittura è parente stretta della musica: di conseguenza, il pittore e il musicista (seppur agiscano con meccanismi diversi) lo fanno con un’ortodossìa molto simile».

Originariamente programmata per il 2020, la mise en place è stata rimandata causa pandemìa. Ma, chiosa Mimmo Paladino, «dopo una tragedia come quella che abbiamo vissuto c’è sempre voglia di pensare a qualcosa che porti felicità, che si fondi su una felicità di espressione: in questo caso, di cromatismo. E forse, dunque, questa esplosione di colori brillanti è anche il risultato di questo momento storico. Un significato per certi versi inconscio, ma che emerge prepotentemente come la voglia di tornare a frequentare il teatro».

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