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Maria Gadú (Blue Note, Milano, 23 novembre 2019)

Fanno 10 anni tondi che Maria Gadú, classe 1986, sta graziando e dando lustro all’MPB, la música popular brasileira. Possiamo dire di averla vista crescere, fin dalla prima volta che venne da noi e dove il Blue Note di Milano è un po’ la sua casa italiana: club in cui solo nel 2017 fece ben 4 sold out in occasione di JazzMi – grazie anche a un bel po’ di pubblico verdeoro. Ed eccola qui di nuovo, e noi altrettanto qui ad ammirarla nel primo dei suoi 3 concerti in 2 serate al locale meneghino – sempre nutrita l’audience brasiliana.

Il nuovo spettacolo si intitola Pelle ed è ancora un’uscita in solitaria dell’artista paulistana, una di quelle personalità che rompono gli stereotipi, come prima di lei Elis Regina o Marisa Monte: niente bunda a mandolino, niente lustrini, niente passi di samba, niente cartoline di spiagge tropicali – la Gadú, in verità, è un’artista contemporanea e metropolitana, tesissima e iper politica ogni qual volta è davanti a un microfono, quasi che fosse una combat folk-rocker tipo Michelle Shocked, Ani DiFranco e persino Sinéad O’Connor – solo che canta in brasiliano (non in portoghese, come ella tiene a sottolineare). E in patria, in questi anni di febbricitante tensione che hanno portato dalle speranze naufragate in malo modo di Lula alle porte di una dittatura fascista con Bolsonaro, forse suo malgrado è divenuta un fenomeno di popolarità di massa come non capitava fin da quando la già citata Monte decenni fa venne catapultata nel vortice del successo. In fondo, in Brasile sono molto abituati da tempo immemore a questi artisti di grande fortuna commerciale ma che comunque non rinunciano di nulla alle proprie idee – vedi Chico Buarque, Gilberto Gil, Carlinhos Brown o il suo Pigmalione personale, Caetano Veloso – che nel 2011 non vi ha pensato 2 volte a incidere con lei a 4 mani l’eccellente album live Multishow ao vivoLa prima volta che l’ho vista sono rimasto abbagliato. Sentirla cantare è un’esperienza spettacolare» – disse seu Cae).

Naturalmente non manca la sua (splendida) musica firma Shimbalaiê – ma nello show di Maria Gadù è solo la punta dell’iceberg. Di pezzi di diamantina bellezza, tutti cantati con slanci vocali che rammentano addirittura Jeff Buckley, se ne contano molti, vedi Bela flor, Baba, Tudo diferente, Sonhos roubados – frutto di una penna ispirata e di una performer che davvero sa il fatto proprio, e non poco. Tratto che poi si coglie anche dalle cover scelte: da Amor de Índio di Beto Guedes a Ne me quitte pas di Jacques Brel che più buckleyana di così si muore; alle perle dei Paralamas do Sucesso (Lanterna dos afogados) e dei Legião Urbana (Quase sem querer); con assoluti picchi Dança da solidão di Paulinho da Viola, lo splendido samba Iracema di Adoniran Barbosa e il capolavoro anni 80 di blues carioca A história de Lily Braun di Chico Buarque & Edu Lobo.

Riletture che non sono solo degli omaggi, ma dispacci dove si sprigiona seria e compatta l’irrequietezza di un’artista incapace di stare ferma e di fare il soprammobile-da-palco. Vedi anche come, dopo direttissime tirate politiche verso il suo attuale Presidente che scatenano la sala, si lancia in Bella ciao – con il Blue Note che non si fa cogliere impreparato a cantare con l’artista, di questi tempi cupi e nerissimi, l’inno partigiano mutuato dalle mondine. Maria Gadú sarà in giro ancora a lungo, sia a fare grande musica sia probamente a rompereicoglioni – sappiatelo.

Foto: © CoolMag

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