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Joevinyle Showcase / DJ Beppe Loda

Non ho potuto fare a meno di domandare, a Beppe Loda che dopodomani, sabato 18 giugno, trasformerà con il suo DJ Set il Joevinyle Showcase – Music in the Street in a place to be, qual è il 1° disco in assoluto che ha comprato. «Venus, il 45 giri degli Shocking Blue. Nel 1970 ha spadroneggiato nel mangiadischi di casa».

L’anno prima a Bethel, nello Stato di New York, si era svolto il Woodstock Festival…
«E mi sono messo ad ascoltare il rock di quei gruppi che ci avevano suonato, cioè Who, Santana, Ten Years After, Sha-Na-Na… Sono diventato un topo da negozio di dischi».

Inizia da qui il grande viaggio in tutte le musiche possibili di 1 fra i dj più iconici e osannati al mondo. E che sia il più sperimentatore di tutti, non ci piove. Tant’è che la predestinazione di osare gli è probabilmente scaturita «quando ho scoperto il Soul bianco degli americani Rare Earth e il rock tedesco dei Birth Control».

E da qui hai scoperto la Kosmische Musik.
«I primi Tangerine Dream di Edgar Froese, Klaus Schulze e Conrad Schnitzler; i Kraftwerk degli esordi psichedelici… Poi, alla fine degli anni 70, gli stessi artisti che ascoltavo in veste “cosmica” hanno cominciato a modificare il loro modo di fare musica elettronica utilizzando più ritmo. In quel periodo, mi hanno proposto di fare il dj resident di un nuovo locale, ragionando su una nuova forma musicale da ballare nel club. Sicchè accanto all’elettronica più spinta, ho iniziato a pescare nella Space Disco di gruppi francesi come i Rockets e gli Space, fino a proporre Jazz Fusion elettronica tipo Weather Report».

Il tuo impegno, come dj resident, era soprattutto quello di guardare avanti, di spingerti oltre, di elaborare un DJ Set che fosse alternativo a tutto il resto.
«Avevo notato, in un locale del Bresciano, che la gente apprezzava un genere di Discomusic africaneggiante, con tante percussioni. Ma dato che non riuscivo a capire bene i ritmi percussivi – che erano in gran parte sincopati e quindi difficili da mixare – ho deciso di frequentare un corso di percussioni. Il mio maestro mi ha indirizzato a suo fratello che gestiva un negozio di dischi, nel centro di Brescia, dove avrei trovato musica africana e suoni percussivi. Mi ha consigliato di fare come i chitarristi inglesi al debutto, che per imparare a suonare il blues mettevano un disco sul piatto e ci suonavano sopra. Facendo altrettanto con le percussioni, ho scoperto tutto un mondo: quello di una musica che era stata smistata dall’Africa a Cuba e in Brasile, generando altri suoni e altri stili. Mi sono reso conto che quello che stavo facendo era un discorso musicale bello, perché la musica brasiliana è piacevole e la musica africana è divertente. In più, ho capito che non era solo una questione di fare musica, ma di un’impostazione, la mia, altamente culturale».

È da questi presupposti che nel 1982 hai dato vita alla Afro italiana?
«Una scatola, mi piace definirla, dove inserivo tutta la musica proveniente da ritmi e suoni africani: brasiliana, afrocubana, afrojazz con percussionisti del calibro di Max Roach e Art Blakey. Anche nella New Wave inglese degli anni 80 c’era chi utilizzava i ritmi dell’Africa: Blue Rondo à la Turk e Piranhas, ad esempio».

Afro sono stati i DJ Set che realizzavi negli anni 80 al Typhoon, il tempio del clubbing a Gambara, in provincia di Brescia.
«Mi ha molto aiutato il mito che si era creato attorno al locale, per cui riuscivo a fare ciò che volevo e tutto veniva subito apprezzato dal pubblico. C’è stato un periodo, abbastanza lungo, in cui facevo un DJ Set dove non c’era un solo pezzo con la cassa in quattro. E la fila, fuori, in attesa di entrare. C’era fame di musica alternativa».

Hai collaborato con musicisti legati all’elettronica, vero?
«Ho avuto la grande fortuna di conoscere Francesco Boscolo, che aveva fondato gli Egotrya e a Padova mi ha fatto ascoltare alcuni provini con una loro peculiarità: musica elettronica ma di matrice italiana, cioè molto melodica. Ricordo di aver scelto un pezzo cantato con l’idea di trasformarlo in un brano strumentale, siamo andati in studio e abbiamo realizzato un master intitolandolo MC1. All’estero viene considerato come il 1° esempio di musica Italo-Synth».

Se ti dico MoMA (Museum of Modern Art) di New York, cosa mi rispondi?
«Che mi hanno invitato 2 volte. È successo che nel 2006 un amico austriaco, N. Moser in arte N, mi telefona e mi dice: “Beppe, ma non ce l’hai Internet? Prova a collegarti, digita il tuo nome e vedrai. E poi c’è un tipo di Vienna che ti sta cercando ovunque ma non sa dove trovarti”. Digito Beppe Loda e saltano fuori migliaia di pagine. Mi faccio la mail personale, richiamo N e gli dico di trasmetterla al viennese, il quale dopo un po’ mi scrive informandomi dell’esistenza di un sito americano di cultori e scopritori di alternative music che stanno disperatamente cercando la tracklist di una mia cassetta, Typhoon 14. Li contatto, gliela invio, tripudio universale, ricevo una lettera d’invito per un DJ Set al MoMA (all’epoca il museo cercava ogni forma possibile d’arte). Ci vado, non faccio quello che si aspettano ma un DJ Set improntato sulla Euro Disco, inclusa quella italiana. 5 anni dopo, nel 2011, mi hanno proposto di ritornare a New York: avevano scoperto Elettronica Meccanica, un’incisione del 1987 in cui “raccontavo” elettronicamente una mia esperienza lavorativa in una fabbrica di cerniere».

Ti sei esibito un po’ dappertutto: non solo in Europa, ma anche oltreoceano…
«4 tour in Australia, 3 in Giappone, 2 in Canada, quelli americani non li conto nemmeno più. Prima che scoppiasse la pandemìa erano previste date in Messico, Brasile e Argentina. In Europa ho suonato praticamente ovunque».

Cosa presenterai al Joevinyle Showcase?
«Ho pensato a qualcosa che non si sente più tanto in giro: vecchio funky e disco anni 70».

Credetemi: anche di appuntamenti così, oltretutto in the street, non se ne vedono più in giro. D’altronde, basta la parola: Beppe Loda.

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