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Jaques Morelenbaum & Cello Samba Trio (Blue Note, Milano, 5 settembre 2019)

Il Brasile brucia e toglie l’aria, è inquinato e inquina, affoga in una classe politico-dirigente a dir poco imbarazzante, rozza, impresentabile. Meno male che, al netto della situazione ripugnante, lì resistono i musicisti, dei quali molti sono fra i cristalli più preziosi della musica mondiale. E fra costoro svetta certamente Jaques Morelenbaum, una delle “teste pensanti” più raffinate e creative apparse nella landa dell’Ordem & Progreso, da che Antônio Carlos Jobim lo prese sotto la propria ala protettiva negli anni 80, come collaboratore tout court ai tempi della Banda Nova – e con lui è rimasto fin quando il Genio non se ne è andato. Morelenbaum, anzi, è così una “testa pensante” che l’altro suo grande amico e Pigmalione, Caetano Veloso, ebbe a dire parole di forte affetto, rispetto e verità che restano un po’ il pedigree che lo garantisce davanti a tutti: «Di tutti i musicisti con cui ho lavorato, e sono tanti, Jaques è quello che ha avuto più impatto sulla mia musica. Mi ha costretto a ripensare tutte le mie convinzioni e a guardare la mia esperienza musicale da angoli e prospettive che prima non avevo minimamente considerato». L’intensissimo lavoro fatto dai 2 nei molti dischi di Caetano fra Circuladô (1991) e A Foreign Sound (2004) non fa altro che dimostrare lo spessore di tutto ciò.

Morelenbaum da noi è di casa, tanto che parla anche un buon italiano: facile vederlo in concerto anche più volte in 1 anno e addirittura nel Belpaese ha inciso interi album, vedi Live In Italia (Omaggio A Jobim) del 2016 condiviso con la bravissima cantante nonché moglie Paula. Il suo Cello Samba Trio, ensemble con i fidi Lula Galvão (chitarra) e Rafael Barata (batteria), come prende la scena al Blue Note di Milano (1° concerto della nuova stagione per il locale meneghino, con già ottima affluenza di pubblico), è garanzia di assoluta qualità, foriero di un gusto musicale senza linee di definizione, che sa unire musica classica e bossa nova, incontro fra Tom Jobim e Heitor Villa-Lobos con un’audacia che ha quasi sapore mistico, come sanno bene tutti gli artisti internazionali che hanno fatto a gara per accaparrarsi i servizi dell’artista di Rio De Janeiro, sia come violoncellista sia come arrangiatore sia come produttore: da Sting a Ryuichi Sakamoto; da David Byrne a Dulce Pontes; fino addirittura al nostro molleggiatissimo Adriano Celentano.

Come detto, Jobim è la scintilla creativa che muove Morelenbaum, imperturbabile dietro il suo cello, e non per niente il lavoro dell’immortale pianista/compositore in gran parte condiviso con il poeta Vinícius de Moraes è il mood che pervade l’intera esibizione, fatta di composizioni originali come Nesse Tre Que Eu Vo, Maracatuesday, Cançao pra Caetano (indovina chi è quel Caetano…) e Ar LivreQuesta è una suite – e mi piacerebbe che un giorno Veloso possa scriverne le parole»); incastonate fra splendidi omaggi a Gilberto Gil (Eu Vim da Bahia), Veloso naturalmente (l’immortale Coraçāo Vagabundo, tratta dal primissimo album del Cae e in origine duetto con Gal Costa), a Jobim/de Moraes (Brigas Nunca Mais), a Chico Buarque addirittura con 3 numeri (la collaborazione con Jobim di Retrato em Branco e Preto, Apesar de Você e il sempre clamoroso Vai Passar, che del concittadino di Morelenbaum è uno dei vertici competitivi assoluti) e al samba tradizionale (Sem Compromisso, peraltro già nel repertorio di Chico… e non per caso!). Tutto materiale dove il trio svela una stupefacente esperienza strumentale e che nell’intimità della musica da camera sveste il mistero della bossa nova, con un ordine soffuso, sensuale e carico di sfumature. In sostanza, perpetuare Jaques Morelenbaum a massima gloria pare davvero la cosa più facile al mondo, quando lo vedi e lo senti suonare.

Foto: © CoolMag

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