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Gene Pitney – A ventiquattro ore dal tuo cuore

Esistono artisti che sono nati per fare da sintesi nella geografia musicale. Fra questi Gene Pitney (1940-2006) ne è uno dei più classici esempi, oltre che uno dei primi che possono venire in mente nel mondo del pop-rock. Da che apparve alla ribalta nei primissimi anni 60 (ma di lui vi sono tracce anche nel decennio precedente, sotto vari pseudonimi), lo abbiamo visto al servizio di Phil Spector e Burt BacharachHal David; passare con nonchalance dai Rolling Stones di Little By Little e di That Girl Belongs To Yesterday a ben 4 Festival di Sanremo (1964-67) con momento topico in Nessuno mi può giudicare presentata assieme a Cascodoro Caterina Caselli (non solo kermesse rivierasche e dischi in italiano per lui – diverse puntate en español, per esempio); adorato da generazioni successive, vedi Nick Cave & The Bad Seeds che nel 1986 incisero la clamorosa cover di Something’s Gotten Hold Of My Heart – pezzo che poi fu ripreso nel 1989 da Marc Almond (Soft Cell) in duetto proprio con lo stesso Pitney, svettando nelle classifiche di mezzo mondo. Sintesi di tante cose GP, appunto.

Gene Pitney con Phil Spector e i Rolling Stones, 1964

L’artista del Connecticut insieme a Caterina Caselli, Sanremo, 1966

Quella voce squillante con pochi eguali, parente a vario modo di Bobby Darin, di Roy Orbison, di Dion e di Buddy Holly, ha semplicemente fatto epoca. Come del resto epoca hanno fatto le canzoni che ha scritto nell’era Brill Building/Wall of Sound spectoriano e quelle che ha interpretato. Voce che anche in tarda età non aveva perso un’oncia dell’incredibile fascino – come chi scrive può testimoniare avendolo visto nel 2004 in un suo ineccepibile concerto alla Royal Concert Hall di Glasgow, gremitissima. Peraltro, i regolarissimi tour che praticamente faceva ogni anno o quasi nelle isole britanniche, dalla londinese Royal Albert Hall in giù, erano sempre accolti come un evento – oltre che di regola sold out. E fu proprio da quelle parti che per Gene Francis Alan Pitney il cerchio si chiuse, inesorabilmente: il 5 aprile del 2006, appena dopo un concerto alla St David’s Hall di Cardiff, fu il manager a trovarlo nella sua stanza d’albergo colpito da un fatale infarto. Professionalissimo, fino alla fine – anche quella sera il concerto lo aveva portato a termine senza batter ciglio.

Pitney con Dion negli anni 90

In onore della sua irripetibile carriera, ecco una piccola guida a quello che l’artista di Hartford, Connecticut, ha lasciato ai posteri: i suoi dischi. A nostro giudizio, qui di seguito, quelli che prima di tutti bisogna ascoltare.

Anthology 1961-1968
(Rhino, 1986)

La raccolta immancabile di Gene Pitney, Anthology 1961-1968 è la perfetta entrata nella magia della sua voce più che unica. I capolavori non si contano: il primissimo successo (I Wanna) Love My Life Away, tutto scritto da lui; It Hurts To Be In Love, magnifico blue-eyed soul meets girl group inizialmente previsto per l’ugola di Neil Sedaka (la sua versione apparirà solo nel 2007, con la stessa traccia sonora di Pitney); Every Breath I Take, per penna di Gerry Goffin & Carole King, produzione Phil Spector in puro crescendo wagneriano e pioggia doo-wop di chiara ispirazione Dion & The Belmonts; le perle dei maestri del pop BacharachDavid, ossia Only Love Can Break A Heart, True Love Never Runs Smooth e il tema di (The Man Who Shot) Liberty Valance, il grande film di John Ford con James Stewart, John Wayne e Lee Marvin; Just One Smile, impalpabile ballata a firma di un tizio che diventerà uno dei massimi cantautori americani, Randy Newman; That Girl Belongs To Yesterday, uno dei primi gioielli di Mick Jagger & Keith Richards che Pitney ebbe sorte di portare nei top 10 americani (la prima volta in quelle alte sfere di un pezzo dei 2 bad boy di Dartford); Hello Mary Lou, sua pepita pop con giacca e cravatta divenuta un classicissimo prima con Ricky Nelson, grazie anche a un assolo di chitarra chez James Burton passato alla storia, e poi con i Creedence Clearwater Revival – senza scordare quel tale di via Gluck, Adriano Celentano, che appena sentita la importò in Italia e i Led Zeppelin che la inserirono nelle loro scalette live dei primi 70s. Su tutto, a ogni buon conto, svetta la straordinaria Twenty Four Hours From Tulsa, a mani basse 1 dei singoli più belli degli anni 60, frutto dell’inesauribile genio by BacharachDavid, qui appena prima che arrivassero i Beatles e la British Invasion: un uomo in viaggio che devia verso una storia d’amore in un motel e finisce, naturalmente, per non tornare più a casa; musica molto spectoriana di inusitato impatto emotivo; e performance da cuore in gola di Pitney che rimarrà negli annali. Chiamasi c-a-p-o-l-a-v-o-r-o.

It’s Country Time Again!
(Musicor Records, 1965)

A conferma della poliedricità di Gene Pitney, nel 1965 è messa a punto la “strana coppia” con George Jones, il cantante country più di successo di sempre in terra yankee. Ben 2 i dischi incisi nell’anno di (I Can’t Get No) Satisfaction e di Like A Rolling Stone: For The First Time! Two Great Singers e, soprattutto, questo eccellente It’s Country Time Again!. L’incontro potrebbe essere sottotitolato the town and the city, per rubare il nome a un romanzo di Jack Kerouac: la vena rurale texana di Jones che incontra il pop suburbano di Pitney è quantomeno storico per esser il 1° caso di questo tipo – che regala un risultato di brillantezza inequivocabile. Lo scorrere di classici come Why Baby Why, Louisiana Man, I Can’t Stop Loving You (dopo Ray Charles, fatta apposta per l’ugola di Gene), Y’all Come, Someday You’ll Want Me To Want You e Mockin’ Bird Hill (degna di Dean Martin) è un vero piacere per le orecchie, semplicemente. Album senza tempo che decenni dopo non ha perso nulla del proprio fascino.

The Country Side Of Gene Pitney
(Musicor Records, 1966)

La (bella) sbornia country di Pitney non si esaurisce con i 2 dischi incisi con Jones. L’anno seguente, fra un Sanremo e quel gioiello sottostimato di Backstage (comunque un top 40), è di nuovo alle prese con la musica dei “timorati di Dio bianchi e anglosaxon”. The Country Side Of Gene Pitney si colloca fra Jones e l’Elvis Presley country-gospel, con tanto di Jordainers usati a profusione – ovvero il quartetto passato alla leggenda grazie a King Pelvis ma pure a Patsy Cline, a Ricky Nelson e a Johnny Cash. Il resto lo fa la golden voice di Pitney, che impreziosisce meraviglie per cuorisolitari come Drinking From The Well Of Your Love, The More I Saw Of Her (The Blinder I Became), I’m Gonna Listen To Me e ben 2 omaggi all’amico George, i milestone Life To Go e She Thinks I Still Care. Importante notare che sempre nel 1966 Gene incise un altro album di duetti country, Being Together, stavolta con Melba Montgomery – pure quello di gran classe.

Pitney ’75
(Bronze, 1975)

La popolarità ha sempre baciato l’impeccabile Gene – che se forse non più à la page come nei 60s, nel tempo ha sicuramente mantenuto un pubblico fedele, specie in terra d’Albione e affini (Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Irlanda). Per lo più prodotto da David Mackay, consolle man australiano che in seguito legherà il suo nome a doppio filo con Bonnie Tyler nonché con i New Seekers fautore del tormentone I’d Like To Teach The World To Sing (In Perfect Harmony) usato nel notissimo spot Coca Cola, Pitney ’75, conosciuto anche come Blue Angel, è gran bell’esercizio di pitney-ismo coi fiocchi: si ascoltino Image per penna di Hal David con Albert Hammond (alchimista del soft rock anni 70 e padre del chitarrista degli Strokes), How Can You Love Somebody di Mike Settle (First Edition) e, più di tutte, Skyline Pigeon dei primissimi Elton JohnBernie Taupin, che nelle sempre vibranti corde vocali dell’uomo di Twenty Four Hours From Tulsa acquistano ancor più aurea di nobile pop.

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