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Eels (Circolo Magnolia, Milano, 2 settembre 2019)

Fan irriducibili che siamo di E e del suo nome de plume Eels (“anguille” alla lettera, “cazzi” gergalmente), dobbiamo ammettere che un po’ di scontento le ultime prove lo han fatto sorgere: per un album che convince per intero bisogna tornare a Hombre Lobo/12 Songs Of Desire (2009), mentre The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett (2014) e sopratutto il più recente The Deconstruction (2018), sono parsi lavori fiacchi ma pure annoiati, ben lontani dai barlumi di genio figlio un po’ di Randy Newman, un po’ di Brian Wilson/Van Dyke Parks, un po’ di Tom Waits, un po’ Alex Chilton e un po’ Neil Young/Jack Nitzsche che avevano folgorato lustri addietro per una bella quindicina d’anni, a partire da Beautiful Freak (1996) ma anche da prima, con i 2 album in solo di E, misconosciuti ma assai interessanti. Lavori buoni o meno buoni a parte (il capolavoro Eels, per noi, resta Souljacker del 2001), un concerto del gruppo è però sempre un piccolo, grande evento e un gran bel vedere/sentire, fra teatralità rasente molto zappiana e sound sempre fuori del comune dove il segreto è conciliare l’inconciliabile.

Che E aka Mark Oliver Everett sia un tipo moody ci vuol poco a capirlo, anche dal fatto che una buona metà dello show lo passa suonando tamburelli, maracas e triangoli. La sua è una testa pensante essenzialmente jazz, che per affinità magari può venir in mente di mettere accanto a Howe Gelb aka Giant Sand: eccentrica, volubile, bizzarra, mutevole, lunatica, forse anche dissociata. Chi scrive lo ricorda quando esordì in Italia in un locale milanese piuttosto deserto, in termini di accorsi: con gli Eels in versione trio regalò un concerto folgorante, che iniziò con Let It Bleed dei Rolling Stones e poi scartabellò in maniera ben più che meramente anticonformista il 1° disco nonché altre delizie allora inedite. Decenni dopo la stravaganza è sempre la stessa, anzi, triplicata: i primi 3 pezzi sciorinati al Magnolia di Milano sono una tripletta di cover che spiazzano e che galvanizzano immediatamente. Solo E, dopo essersi presentato sulle note epiche della Fanfare For Rocky e trombette da stadio, poteva inventarsi un prologo fuoco e fiamme che inizia con i magnifici Who mods annata 1965 di Out In The Street, che continua con Mississippi Delta della divina Bobbie Gentry e che arriva nientemeno a Raspberry Beret di Prince. Accorsi frastornati e felici, ci è parso di cogliere nel feeling generale.

Dopodiché il quartetto attacca il repertorio Eels, che oramai è un classico della musica California alternativa nata negli anni 90, in un’ideale triade che comprende E appunto, Beck e forse Grant Lee Buffalo/Grant-Lee Phillips. E a conferma di quanto dicevamo all’inizio, da Deconstruction fa capolino giusto 1 pezzo: Bone Dry, messo lì appena dopo le cover d’apertura e che pure live appare piuttosto passabile. Il resto, a ogni buon conto, è una cavalcata roboante e teatrale dove regna anche il gusto di reinventare arrangiamenti e umori dei brani, come d’obbligo quando in gioco vi è E – ma senza perdere un’oncia della bellezza originaria. I gioielli sono molti: le introverse Dog Faced Boy, Daisies Of The Galaxy e Novocaine For The Soul; gli scatti di gioia che sembra i Meat Puppets hardcore di I Like Birds e lo stupendo Fresh Feeling cui la parte orchestrale è sostituita da sfavillanti chitarre ma che resta sempre un numero di impagabile bellezza, svagato e infectious; le esplosioni electric blues della più classica Chess con gli iper contagiosi riff che permeano Tremendous Dynamite e sopratutto il giorno e notte trascinante Souljacker, Part I che è un po’ Who Do You Love di Bo Diddley e un po’ Oh Well dei Fleetwood Mac epoca Peter Green, per un cocktail tritolo che stende. In mezzo a tutto ciò pure una potentissima She Said Yeah, perla di Larry Williams scritta da Sonny Bono ma immortalata al meglio dai Rolling Stones epoca Out Of Our Heads (1965) – e per tutto il concerto non sono mancate gag che prendono di mira proprio Mick Jagger, fra l’altro. Gag per gag, impagabile quella su Charles Manson “riconosciuto” tra la folla («are you having a bad trip, Charles?»), cui è naturalmente dedicata Helter Skelter dei Beatles improvvisata on the spot. Blisters on the fingers garantite.

Ultimi pezzi. Mr. E’s Beautiful Blues con arrangiamento dopato come se fosse roba da Who‘s Next (1971); e il gran blues di Fresh Blood – sporco, licantropo e sferragliante che, però, in verità sotto-sotto nasconde 1 di quei brani belli e informi che sembrano degni di certe cose spigoli e 12 battute di Paul Westerberg (o del suo pseudonimo Grandpa Boy). Visto che «Charlie is the house», E fa sapere che è meglio salutarsi con Love & Mercy di Brian Wilson annata 1988-epoca 1° disco solista, piatto principale di un medley che scorre fra Blinking Lights (For Me), Wonderful-Glorious e nientemeno che The End dei Beatles: gran scelta e tante good vibrations per tutti. In fin dei conti: viva E & i suoi Cazzi, che live sono sempre draconiani, nervosi, ilari e perforanti con puntuale la crema, per dirla con Prince, che get on top.

Foto: © CoolMag

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