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Doppiaggiochisti

Immaginiamo un qualsiasi disco rock, funky o jazz le cui liriche venissero tradotte in italiano e il materiale reinciso per la vendita: scandalo per i più ortodossi, obbrobrio per la maggiorparte degli ascoltatori, risate per tutti gli altri. Il perché è molto semplice: si perderebbero tutte le sfumature, le timbriche, le dinamiche originali, i contenuti. Trasfigurando il significato stesso dell’opera.

Esattamente come Sognando la California dei Dik Dik, con quel “cielo grigio su foglie gialle giù” orrendamente tradotto nel 1966 per estenderne il mercato, ma soprattutto procurare profitti a pseudo-artisti italiani (forse più incapaci che svogliati), tanto che i pochi che conoscevano l’originale – California Dreamin’ dei The Mamas & the Papas, 1965 – faticavano a capire che si trattasse della medesima canzone.

Certo, si dice, per “far comprenderne anche ai non madrelingua” il senso. Assolutamente sbagliato, poiché spesso il testo viene snaturato per gli slang o per la disparità di lunghezza di certe frasi o modi di dire delle diverse lingue, che per ragioni di metrica musicale necessitano di modifiche. Una vera truffa ai danni dell’inconsapevole fruitore, che di norma digerisce quello che passa il mainstream in modo superficiale e acritico.

Se per la musica in effetti (e per fortuna) rimane un problema circoscritto e poco frequente, così ahimè non si può dire per il cinema e le serie tv. Come nel teatro, le voci degli attori costituiscono parte integrante della recitazione: ogni attore ha la sua, fa parte del pacchetto. Poniamo alcuni esempi: la pronuncia strascicata di Sylvester Stallone è parte integrante del personaggio. La voce di Peter Falk (1927-2011) nel telefilm Il tenente Colombo andato in onda dal 1968 al 2003, benchè un po’ roca e alta di tono ha delle dinamiche alte e basse che ne definiscono specificamente – così come la gestualità – il carattere. Non ha senso doppiare con voce impostata, piacevole, mono-tonica gli attori. È fuorviante e poco istruttivo. Il doppiatore legge un testo da seduto, l’attore recita, e già da qui potete constatare la differenza.

Addirittura esagerati i doppiatori di Homer Simpson o di Oliver Hardy: in questi casi le voci italiane hanno la pretesa di “fare i personaggi” togliendo spazio ai gesti, alla trama, ai toni originali. Vedere le serie in americano per credere. E poi come si spiegherebbe il successo planetario, antecedente a quello con la voce “contraffatta“?

Inverosimile, inoltre, che il bullo di quartiere debba sempre esibire un dialetto del Sud Italia. Assurdo. E siamo talmente abituati a queste voci dalla dizione impeccabile, pulita e piatta, che quando sentiamo recitare Valeria Golino ci viene spontaneo domandarci perché mai non venga doppiata. Poi c’è la sgradevolissima sensazione che diversi attori abbiano la stessa, identica voce: ad essere perlomeno sminuito è il valore di un’opera cinematografica, ma è mai possibile che Stallone-De NiroAl Pacino parlino allo stesso modo?

Le pronunce, inoltre, ci rendono ignoranti davanti agli stranieri. Come quando si ride di un americano alle prese con parole italiane. Un esempio su tutti: il nome “spok“, che siamo gli unici al mondo a pronunciare “spak“. Amici inglesi han subito preso la palla al balzo per motteggiare, a ragione, contro di noi. Oggi possiamo contare su vari canali che trasmettono in lingua originale e provider che hanno documentari, film e serie tv nelle lingue originali. Utilizziamo i sottotitoli: facciamolo per la nostra cultura, la nostra naturale curiosità, per apprendere differenti espressioni lessicali.

Infine, tenendo conto che non solo il cane, ma tutti gli animali, ci comprendono dai toni, dai gesti e dal volume della voce (non certo dall’idioma) sforzandosi con la loro intelligenza, saremmo così stupidi, noi, da non saper fare altrettanto?

Foto: Sylvester Stallone
Peter Falk
Homer Simpson
Oliver Hardy

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