Prima Pagina

Christy Moore (Royal Festival Hall, Londra, 25 maggio 2019)

È bello tornare sulla “scena del crimine”, tipo alla Royal Festival Hall di Londra dove hai già visto diverse volte, tra gli altri molti posti, Christy Moore. Mostro sacro assoluto della musica irlandese sia da solo, sia con i Planxty, sia con i Moving Hearts quando il Folksinger (maiuscola d’obbligo) arriva nella capitale britannica il risultato è sempre 1 solo: si chiama trionfo. Questa volta moltiplicato per 2, visto che alla Royal King Christy si insediato è per ben 2 sere di fila – per la cronaca, noi abbiamo goduto della seconda. Negli anni, da queste parti, è maturata un’opinione precisa: i (pochi) media non anglo-irlandesi che hanno parlato di Moore hanno sempre mancato di comprenderne la misura. Per pura incapacità di analisi, se perdonate il sussiego dell’affermazione. Il punto è che Christy è il vero grande Folksinger che oggi ci resta – e per Folksinger si deve intendere che, realmente, Moore rifugge tutte le categorie possibili, tipo quelle che i media usano per incasellare in evenienza di un “coccodrillo” in mortem. Non importa che canti pezzi suoi o di suoi amici; che parlino di guerra civile spagnola o di colossali sbronze in qualche nascosto pub della sua Irlanda (per lui adesso basta alcol da un pezzo, però!); che arrivino dalla penna di qualche sconosciuto folk-fighter come Charlie Murphy e Jim Page (comunque autore del clamoroso Hiroshima Nagasaki Russian Roulette), o di classici assodati quali Woody Guthrie, Elvis Costello, Bob Dylan, Richard Thompson, Jackson Browne, Shane MacGowan, Dan Penn, Jimmy MacCarthy, Quicksilver Messenger Service, Joni Mitchell, Ewan MacColl. Ciò che davvero impressiona è come Christy Moore riesca, nell’atto della sua arte, a far scordare qualsiasi nozionistico background di quello che sta cantando, restituendolo come se fosse sempre e comunque suo. Per farla breve, come i migliori eroi folk, Christy-l’ex-sindacalista segue il dogma che prima di tutto “la causa”, non importa se con parole proprie o altrui. Che sia una chiave di lettura anche per altri giganti quali Nina Simone, Joan Baez o Harry Belafonte? Da queste parti ne siamo molto convinti.

Ogni concerto di Christy Moore nelle Isole Britanniche è un evento: il sold out è assicurato, evitando però molto bene l’effetto messa cantata. Per quello bastano e avanzano molte rockstar alla fine dei propri giorni che riempiono gli stadi come ultimo atto dedicato al gioco che oggi gli riesce meglio: il raschio del fondo barile. L’uomo, a Dublino come a Londra, è rispettato senza esitazioni. Pure stavolta, nella sempre perfetta cornice dello storico auditorium del complesso del Southbank, la dedizione degli adepti si poteva toccare con mano: per dire, mette naso on stage e in un secondo parte d’emblée un “applausone” prolungato, senza ancora aver detto né “a” né “ba”. Dicevamo – Moore sale nel palco accompagnato, come oramai sono anni, dal fidatissimo Declan Sinnott (chitarra, già suo compagno nei Moving Hearts), ma anche da Cathal Hayden (violino e banjo) e da Jim Higgins (percussioni e tastiere): per 2 ore ti porta “lontano dalla pazza folla”, ti fa entrare nel suo mondo fatto di voce vellutata ma ferma e potente, quella di chi non ha mai tradito se stesso e, per estensione, il proprio pubblico. Insomma, sei lì perché Christy le cose le sa raccontare come davvero pochi altri. E a quelle cose ci devi credere, se no ti dai ai reality.

Tutto è sobrio ma non limitato, tecnicamente parlando – perché il mondo unplugged eppure carico del Maestro è una vera avventura che rende unico ciò che capita in scaletta, per la grazia ma anche la grinta di giovani 70enni come appunto Moore e Sinnott. Peccato solo che la serenata non abbia previsto alcun numero di Lily (2016), l’ultimo album di studio pubblicato – ma con Christy, si sa, il bello è anche la versatilità delle scalette. Setlist che ha fatto godere non poco gli accorsi, con pezzi che sono pura leggenda: City Of Chicago e North And South Of The River (scritta con Bono Vox e The Edge), Lisdoonvarna e Missing You; l’epica cover di The Lonesome Death Of Hattie Carroll (Dylan:«Ieri Bob ha compiuto 78 anni e, maledizione, non ha mai cantato un mio pezzo!», scherza il grande Irishman) e quella altrettanto splendida di Beeswing (Richard Thompson); Ride On e The Bright Blue Rose; Lingo Politico (I Hate Politicians) e Black Is The Colour che per intensità rivaleggia con Nina Simone; Burning Times e Voyage; Viva la Quinte Brigada e Sweet Thames Flow Softly dal repertorio PlanxtyÈ un brano di Ewan MacColl e quando sono a Londra mi piace sempre cantarlo»), fino a un altro paio sempre del suo vecchio gruppo come Only Our Rivers e la tutte-le-volte-travolgente Raggle Taggle Gypsy/Tabhair Dom Do Lámh giocata con il battito del bodhrán e che ha davvero fatto sussultare l’auditorio del Tamigi-sponda sud. Acme della performance, anche se è veramente difficile scegliere, No Time For Love, il leggendario brano che chiudeva l’esordio dei Moving Hearts (1981), per l’occasione dedicata alla causa palestinese e con i 4 infervoratissimi nell’esecuzione.

A margine, piace notare come Christy Moore sia stato come sempre espansivo e particolarmente loquace lungo tutto l’arco dello spettacolo: battute, tirate politiche e quant’altro con il pubblico, come già detto, letteralmente ai suoi piedi. Fra tutto, a colpire di più, l’uscita anti Brexit dove basta nominare Boris Johnson e la Royal Albert Hall scatta in fischi e “buuuu” di disapprovazione, che Christy però smorza con un aneddoto divertentissimo: «Ricordo che nel 1973 con i Planxty feci un concerto pro-Europa alla Royal Albert Hall assieme agli Steeleye Span. Era proprio l’anno che la Gran Bretagna e l’Irlanda entrarono nell’Unione. L’idea del tutto era “Wow, fantastico – siamo in Europa!”. Seduto a 1 metro da me c’era il Primo Ministro inglese di allora, Edward Heath, che alla fine del concerto, appena dopo Raggle Taggle Gypsy, inaspettatamente corse tutto entusiasta nel nostro camerino. Aprì la porta d’improvviso e in una nuvola di fumo quello che si trovò davanti fu Dónal Lunny (uno dei 4 componenti dei Planxty, NdR) con uno spinello lungo così in mano!». La risata compatta della RFH è fragorosa.

Share: