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A Bowie Celebration: The David Bowie Alumni Tour (Salle Pleyel, Parigi, 26 gennaio 2020)

All’estrema sinistra del palcoscenico, seduto al suo Yamaha AvantGrand, il pianista di Brooklyn NYC che ha affiancato David Bowie in una ventina di album – da Aladdin Sane a Diamond Dogs, transitando per Black Tie White Noise, 1.Outside ed Earthling – per non dire di un’infinità di concerti, sta per dare inizio alla Salle Pleyel di Parigi alla sua Bowie Celebration.

È Mike Garson l’orchestratore/cerimoniere del David Bowie Alumni Tour: che non è sinonimo scontato di cover band, ma di una lineup di musicisti che hanno suonato col White Duke in varie fasi della sua carriera. L’irlandese Gerry Leonard (chitarra) ha lavorato negli album Heathen (2002), Reality (2003), The Next Day (2013) e partecipato all’Heathen Tour (2002) e al Reality Tour (2003); l’inglese Kevin Armstrong (chitarra) si è esibito con Bowie al Live Aid (1985), suonato nel disco di debutto dei Tin Machine (1989) e nel brano Thru’ These Architects Eyes (da 1.Outside, 1995); lo statunitense Carmine Rojas (basso) ha suonato in Let’s Dance (1983), si è esibito nel Serious Moonlight Tour (1983) e nel Glass Spider Tour (1987); l’americano Alan Childs (batteria) ha partecipato al Glass Spider Tour (1987). 3 le voci coinvolte in questa celebrazione: l’americano Corey Glover, frontman dei Living Colour; l’inglese Mr Hudson (al secolo Benjamin Hudson McIldowie) che ha collaborato con Kanye West, Jay-Z, Duran Duran, DJ Snake, JP Cooper, Janelle Monae e John Legend; la cantante canadese Sass Jordan, che ha interpretato Janis Joplin nel musical off-Broadway intitolato Love, Janis.

Prima dell’inizio del concerto, ho incontrato Mike Garson che mi ha illustrato questa sua ambiziosa Bowie Celebration: «La organizziamo ormai da 4 anni. Tutto è iniziato dopo la scomparsa di David avvenuta il 10 gennaio 2016, quando gli ho reso omaggio alla 02 Arena di Londra, in occasione dei Brit Awards, con Gerry Leonard, Gail Ann Dorsey, Sterling Campbell, Earl Slick e Catherine Russell, riformando così la band che lo aveva accompagnato per tanti anni. Dopo avere effettuato insieme 6 concerti e in seguito pianificato piccoli show da solo al pianoforte, con l’esclusivo accompagnamento di una voce, dal 2017 ha preso forma la tournée vera e propria con una formazione destinata a modificarsi da un anno con l’altro. In questo Alumni Tour, oltre ai classici di David eseguiamo tutto l’album Diamond Dogs che nel 1974 si era ritagliato un giro di concerti troppo breve per essere apprezzato. C’è da dire, infine, che A Bowie Celebration implica grandi costi e inevitabili perdite di denaro. Ma non mi importa: is a labour of love».

Il latrato dei cani di diamante, dunque, s’insinua all’improvviso nell’art déco della Salle Pleyel inaugurata nel 1927 ricordando Ignace Pleyel, fondatore dell’omonima fabbrica di pianoforti, ed è l’orwelliano & burroughsiano Diamond Dogs from beginning to end come scaletta comanda. Dopo la spoken word di Future Legend, Corey Glover s’impossessa – annerendolo – del pezzo rollingstoniano che dà il titolo al disco, mentre spetta a Mr Hudson, supportato dall’ambient guitar di Gerry Leonard, affrontare la brumosa ballata Sweet Thing per poi passare il testimone a Glover il quale tratta Candidate, inframmezzato dal jazz atonale di Mike Garson, come fosse un rap. Ed è ancora lui a tramutare Rebel Rebel in un rhythm & blues da attentato alle coronarie. Sass Jordan, invece, ha il compito di affrontare con cipiglio vocale da Tina Turner tanto le innervature soul di Rock’n’Roll With Me, quanto l’incedere brechtiano di We Are The Dead. E come da copione il funk à la Shaft di 1984 e Big Brother, ballata di velluto e di ghiaia, confluiscono nell’ipnotica vertigine di Chant Of The Ever Circling Skeletal Family.

Ogni volta che la Bowie Celebration cambia latitudine, la nazione ospitante ha facoltà di esprimere un proprio artista. Nel caso della Francia è Raphaël Haroche, look da Bob Dylan debuttante, capace di misurarsi col rigore di una The Bewlay Brothers tratta da Hunky Dory e l’insidioso pedigree di The Man Who Sold The World. Scommessa vinta. Da qui in avanti – con l’eccezione eighties di una Loving The Alien denudata e mai così intimista, tutta nel plettro e nella voce di Gerry Leonard – il concerto prediligerà il repertorio anni 60/70 iniziando da una Space Oddity by Mr Hudson (in platea scendono furtive lacrime), proseguendo con un’ipervitaminica Moonage Daydream (Sass Jordan) con a solo chitarristico di Kevin Armstrong tale e quale al vintage di Mick Ronson.

Momento clou della serata Young Americans, che dimostra quanto Corey Glover sia sul pezzo fra blood, sweat and tears e un finale adrenalinico stile James Brown. Tocca quindi a Five Years, che Sass Jordan arpiona in tutta la sua enfasi emotiva; e a Starman, che nel 1972 sconvolse Top of the Pops a colpi di glam… e Mr Hudson appoggia il braccio sulla spalla di Gerry Leonard like Ziggy with Ronno. Arriva Time e Sass non può che riprodurne la scorza mitteleuropea; ci pensa Life On Mars? (Mr Hudson) a far scendere, copiose, altre furtive lacrime; Ziggy Stardust (ancora il Mister) a rendere il glam rock un godimento vero; Suffragette City (Corey Glover) ad arrochirsi con la tentazione di farsi black; All The Young Dudes (Hudson + Glover) a eternizzarsi col cuore in mano (e se Parigi, là fuori nei boulevards si mettesse ad ascoltarla, potrebbe perfino commuoversi).

Gerry Leonard, di nuovo one man band, s’inventa una Andy Warhol che è una vera, dadaistica delizia e introduce i bis: Rock And Roll Suicide, con la Jordan melodrammaticamente a proprio agio; Aladdin Sane (Corey Glover) e la scena se la ruba il tentacolare pianismo di Mike Garson fra jazz, On Broadway, Chopin, Imagine e frammenti della Rhapsody In Blue di gershwiniana memoria; Heroes (con Hudson & Glover a giocarsela epicamente alla pari) ed è la logica conclusione di questo grande, sincero, coinvolgente atto d’amore. Promessa garsoniana al sottoscritto: il David Bowie Alumni Tour approderà nel 2021 in Italia.

Foto: Mike Garson
Gerry Leonard
Corey Glover
Mr Hudson
© Eleonora Tarantino

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