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Se solo potessi ricordare il mio nome … David Crosby

Nell’anno che passa tra Blows Against The Empire, novembre 1970, e Sunfighter, novembre 1971 – 2 album prodotti dalla famiglia allargata dei Jefferson Airplane – l’utopìa californiana regala i suoi ultimi, indimenticabili colpi di coda. Opere collettive e manifesti di pensiero della love generation come lo fu If I Could Only Remember My Name (Atlantic Records), il 1° disco a suo nome di David Crosby che proprio in questi giorni compie 50 anni e che lui stesso giudica ridicolo definire “solista”: piuttosto un’opera comunitaria, aperta e collaborativa, una esplosione creativa a cui partecipa una quindicina di musicisti che con lui condividono il fumo e gli acidi, gli ideali hippie e le speranze nell’Era dell’Acquario – ormai allo sbando, dopo gli omicidi della banda Manson, Altamont, la morte a pochi giorni di distanza di Jimi Hendrix e Janis Joplin, la recrudescenza del conflitto in Vietnam e l’uccisione degli studenti della Kent University in Ohio da parte dei “soldati di latta” di Richard Nixon.

David Crosby, Flag Gun, 1970, © Henry Diltz

Come tutti i cittadini della libera repubblica di San Francisco, come il protagonista del romanzo di fantascienza di Robert A. Heinlein da cui lui e i suoi pari hanno tratto grande ispirazione, Crosby si sente ormai uno Straniero in terra straniera lacerato dal dubbio, consumato dagli eccessi dello star system, scottato dallo scioglimento temporaneo del sodalizio con Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young dopo lo straordinario successo di Déjà Vu e un turbolento tour americano. Sconvolto e abbattuto, soprattutto, dalla morte della giovane compagna Christine Hinton, vittima a 21 anni, il 30 settembre del 1969, di un incidente automobilistico mortale a Novato, nella Marin County, mentre sta portando i gatti in visita dal veterinario.

Crosby, una vita tumultuosa e spericolata alle spalle, non era pronto per questo. Trova conforto solo a bordo del Mayan, la sua goletta che ha ormeggiato dall’altra parte del Golden Gate Bridge, a Sausalito, e quando si mette a far musica in una sala di registrazione. Soprattutto nello Studio C del Wally Heider’s di Hyde Street, che inizia a frequentare con regolarità lavorando fianco a fianco con il fonico Stephen Barncard, poco tempo prima impegnato nella coproduzione e nel missaggio di American Beauty dei Grateful Dead. David ha già in mano un pugno di canzoni che altri componenti di CSN&Y hanno rifiutato, e ha già fissato qualcosa su bobina tra gli studi della RCA e della A&M a Hollywood; ma è lì, vicino a casa, che trova l’ambiente più confortevole e protettivo, un luogo in cui esorcizzare il dolore circondato dagli amici che frequentano lo stesso ambiente di lavoro e che spesso mettono il naso in sala per un saluto e per lasciare un segno.

Sono Paul Kantner, Grace Slick, Jack Casady e Jorma Kaukonen dei Jefferson Airplane + David Freiberg dei Quicksilver Messenger Service, Nash e Young, Gregg Rolie e Michael Shrieve dei Santana, l’intera sezione ritmica dei Grateful Dead e il serafico Jerry Garcia con le sue chitarre e la pedal steel da cui è diventato da qualche tempo inseparabile. Talmente presente e incoraggiante, l’arruffato, corpulento e barbuto leader spirituale del Morto Riconoscente, da meritarsi a posteriori il riconoscimento (non accreditato su disco) di un ruolo essenziale di motivatore, arrangiatore e coproduttore. «Quell’album ha molto a che fare con quel che era San Francisco a quei tempi», spiegherà in seguito Crosby. «Una comunità di gente desiderosa di darsi una mano. C’era amicizia, e non concorrenza spietata, tra i musicisti». Piuttosto una libera associazione di menti e di idee, un’atmosfera lontana anni luce dalla contemporanea logica di marketing dei featuring e delle partecipazioni studiate a tavolino.

L’interno della cover di If I Could Only Remember My Name con i musicisti coinvolti nelle registrazioni

A Barncard Crosby raccomanda di tenere sempre accesi i registratori per cogliere qualunque cosa accada in studio; e il fonico provvede tenendo un “diario di bordo” su un maneggevole 2 piste, pronto a mettere in funzione le altre macchine, gli 8 e i 16 piste, ogni volta che si rivela necessario. Intanto piccole, grandi meraviglie cominciano a manifestarsi quasi per caso. Music Is Love, per esempio, che aprirà la sequenza dell’album e che aveva preso forma tempo prima agli studi A&M, quando Crosby aveva illustrato a Nash e a Young 1 giro di accordi alla 12 corde e tutti e 3 si erano messi a improvvisare un’armonia vocale. Graham arriva al Wally Heider’s con 1 nastrino a 2 tracce, lo consegna a Barncard e si irrita un po’ quando il tecnico del suono gli chiede di procedere a un nuovo remix su 8 piste per correggere alcune imperfezioni e distorsioni dell’originale: la sincronizzazione genera per errore un effetto ritardato di phasing che a David piace molto e che si decide di mantenere nel pezzo, una sorta di piccolo mantra sul potere taumaturgico della musica e del peace & love.

Young aveva aggiunto parti di basso, di vibrafono e di conga a una melodia ipnotica e a un testo ripetitivo, elementare, tenero e ingenuo che contrasta con il linguaggio ricco e metaforico di Cowboy Movie, un film di cowboy con un tasso di acidità ed elettricità pari a quello di Almost Cut My Hair in cui è Garcia a suonare tutti gli assoli sovraincisi di chitarra mentre Crosby narra attraverso i personaggi fittizi di una banda di rapinatori le vicissitudini di CSN&Y. La storia di Fat Albert (lo stesso David) di Young Billy (Neil) di Eli il pistolero del Sud (Stephen), di Duke il dinamitardo (Graham) e di Raven (Rita Coolidge, già amante di Stills e poi di Nash) si dipana sulle onde di un’altra improvvisazione di studio in presa diretta e con tutti i protagonisti molto su di giri, «un meraviglioso accidente in cui nessuno aveva idea di cosa sarebbe saltato fuori».

Jerry Garcia, David Crosby, Neil Young e (sullo sfondo) Phil Lesh

Naturalezza, intuizione del momento e serendipità sono le chiavi di lettura di tutto il disco, a cominciare da 2 pezzi senza parole che David aveva già pronti e a cui il solo Nash, del magico quartetto, aveva offerto una possibilità: in Tamalpais High (At About 3) e in Song With No Words (Tree With No Leaves) le loro 2 voci si sovrappongono in paradisiache armonie arrangiate «come fossero delle sezioni fiati» adagiandosi sui fitti e concentrici riff di chitarra elettrica, tra jazz e acid rock, di Garcia e di Kaukonen mentre Laughing, posta in chiusura della prima facciata dell’Lp è un piccolo miracolo, un classico che Crosby riprende ancora oggi regolarmente in concerto. La melodia corale e la celestiale pedal steel di Garcia che Barncard carica di echi siderali, sono la quintessenza del Frisco sound di quegli anni e di una flemmatica, incantata ballata irradiata dal sole che si materializza a fine ottobre 1969 quando David, rivolgendosi idealmente a George Harrison, lo mette in guardia dalla sua infatuazione per il Maharishi convinto che solo nella purezza dei bambini risieda forse una risposta ai misteri dell’esistenza.

È il flash accecante di un momento di comunione spirituale tra David Crosby, Graham Nash, Jerry Garcia, Phil Lesh, Bill Kreutzmann e Joni Mitchell, il cui mezzo soprano cristallino si alza inconfondibile nei cori. «Un’altra circostanza incredibilmente fortunata», un’eruzione spontanea, una fantastica aggregazione di talenti come quella che produce What Are Their Names, i musicisti raccolti in studio ad ascoltare la base strumentale dai monitor perché non ci sono abbastanza cuffie per tutti, mentre danno voce a un testo pacifista e anti establishment che Crosby aveva scritto un giorno in aereo e che ha recuperato dal vivo negli anni di Donald Trump.

Il singer-songwriter e chitarrista americano con Joni Mitchell

Nelle accordature aperte e fra le cristalline cascate di note di Traction In The Rain le chitarre acustiche di David e di Nash («nessuno le registra come Stephen», assicura Crosby) si intrecciano con il solo, squillante autoharp di Laura Allan in un altro momento di ipnotico rapimento, mentre negli ultimi 2 pezzi del disco David fa tutto da solo. Orleans, una vecchia e tradizionale filastrocca francese per bambini che oggi cantano gli scout e che aveva imparato da Kantner ai tempi in cui i 2 frequentavano i folk club della Baia, diventa un’altra maestosa cattedrale di voci con il sottofondo sommesso e riflessivo di 2 seicorde acustiche sovraincise. Mentre I’d Swear There Was Somebody Here è pura trascendenza e comunicazione extrasensoriale: di notte, Crosby chiede a Barncard di mettere in funzione la camera d’eco di cui dispone il Wally Heider’s mentre lui improvvisa al microfono e senza accompagnamento 6 melodie diverse, sovraincidendo le tracce e cucendole assieme in un’unica, spettrale e potentissima sinfonia vocale che suona come una messa psichedelica.

«Una delle più inquietanti esperienze di registrazione che si possano immaginare», ricorderà. «Mi sentivo bene ed ero in uno stato di sballo ed eccitazione. Avevo appena fumato un joint e d’un tratto ebbi la sensazione che Christine fosse nella stanza. Percepii una enorme energia e ci vollero non più di 13 minuti per registrare il tutto», racconta mentre un Barncard stupefatto ammetterà di «non avere mai visto così magicamente all’opera la Musa Ispiratrice».

Il volto e lo sguardo perso nell’orizzonte dell’oceano e nei riflessi del sole (nel fotogramma di pellicola 16 mm riprodotto in copertina), Crosby completa così il suo omaggio e la sua dedica alla Hinton, cristallizzando in If I Could Only Remember My Name un’epoca perduta, «un periodo di estremi e fortemente polarizzato. Un lato positivo fatto di gioia e creatività, generosità, amore e rimozione di ogni timore; uno negativo, con gli omicidi di Manson, la guerra e le droghe che si prendevano alcuni dei migliori di noi e li uccidevano». È in quel sottile e delicato equilibrio tra bene e male, felicità e dolore, angoscia e catarsi che si scatenano bellezza e poesia, un sogno ad occhi aperti che profuma di libertà come il vento che gonfia le vele del Mayan nella Baia di Frisco.

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