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Harry Dean Stanton. Contraddizione che cammina: in parte verità, in parte finzione

Interno sera, Royal Festival Hall, Londra, 30 giugno 1999. Alle 19.30, nel pieno di una settimana intensissima, presi fra esibizioni di Nina Simone, di Hal Wilner e di Van Dyke Parks, che vede Nick Cave direttore artistico dell’annuale Meltdown Festival, arriviamo trafelatissimi per l’inizio del concerto di Lee Hazlewood. Scampata, non è ancora iniziato. Prendiamo posto nelle prime file ancora col fiatone, si spengono le luci in sala quando dalle quinte, senza sapere che vi fosse alcun supporter, accompagnato da un piccolo combo vediamo stagliarsi una figura affilata, snodata, scheletrica: pochi istanti e riconosciamo nientemeno che Harry Dean Stanton (1926-2017), in assoluto uno degli attori americani top, di quelli che in ben 6 decenni di settima arte hanno segnato un’epoca, di quelli che i compagni di vita & celluloide si chiamavano Marlon Brando, Jack Nicholson, Warren Oates e Paul Newman. Tanto per citare alla rinfusa: Paris, Texas e Missouri, Una storia vera e Dillinger, Pretty In Pink e Twin Peaks-Fuoco cammina con me, Nick mano fredda e L’ultima tentazione di Cristo, Repo Man e Pat Garrett & Billy The Kid, Il padrino-Parte II e Alien, Cisco Pike-Per 100 chili di droga e Cockfighter, 1997-Fuga da New York e Cuore selvaggio, La saggezza nel sangue e Christine-La macchina infernale, Lucky e Un sogno lungo un giorno. Pura leggenda, easy.

Harry Dean Stanton (1926-2017)

L’uomo che vagava perso dalle parti di Paris nel Texas, naturalmente con la musica egli ha flirtato non poco, a cominciare da Ry Cooder che l’ha immortalato nella colonna sonora del celebre film di Wim Wenders via script di Sam Shepard in una diserzione dedicata a Nastassja Kinski passata alla storia (I Knew These People) e nella perfetta border ballad Canción Mixteca – e sempre Ry l’ha usato ancora come assoluta icona: sia nella sua versione di Across The Borderline presente in Get Rhythm (1987), a ragione da molti considerato il più bel pezzo americano degli anni 80 e dove Harry Dean regala un cameo da antologia (il brano fu scritto, meglio ricordarlo, da Cooder con Jim Dickinson e John Hiatt); e proprio nel bellissimo videoclip di Get Rhythm, la cover di Johnny Cash dove Stanton serviva da MC sui generis, naturalmente in un cantina stile mexican tutta tequila & sangria. E non stiamo a parlare delle collaborazioni e dei tributi che lo vedono accostato a Bob Dylan (uno dei suoi grandi amici fin dai tempi del Pat Garrett giostrato da Sam Peckinpah), John Doe (X), Pop Will Eat Itself, Johnny Depp, Art Garfunkel, Kris Kristofferson e Debbie Harry (Blondie).

Durango, Messico: l’attore di Irvine (Kentucky) con Louis Kemp, Larry Kegan, Bob Dylan e Jakob Dylan (1973)

Le cose ufficiali con HDS non sono mai state esattamente all’ordine del giorno – ma ufficialmente l’esordio discografico di lunga durata, leggi album, risale alla soundtrack dell’imperdibile documentario Harry Dean Stanton/Partly Fiction (2014) di Sophie Huber, sebbene esista un mondo precedente di singoli vari assortiti e partecipazioni sparse. Perché: «Canto e suono la chitarra e l’armonica – lo faccio da molto tempo», assicurava dinoccolato quest’uomo walkin’-contradiction-partly-truth-partly-fiction. Con questo preziosissimo October 1993 (Omnivore Recordings) – si fa il salto temporale che il titolo promette e che, appunto, in piccola parte apparve via singoli. Ad accompagnarlo vi sono i Cheap Dates (gli Appuntamenti Squallidi – nome programmatico), che constano in un gruppo a dir poco sorprendente assemblato dal suo pluriennale musical director/chitarrista Jamie James (Kingbees, Dennis Quaid And The Sharks, Steppenwolf): al basso Tony Sales (Todd Rundgren, Iggy Pop, David Bowie & Tin Machine), alla batteria Slim Jim Phantom (Stray Cats) e, udite udite, alla chitarra Jeff ‘Skunk’ Baxter (Steely Dan, Ultimate Spinach, Doobie Brothers, Bob Weir). Roba che le parti intime le eccita immediatamente.

Nel film Paris, Texas (1984)

Il tutto gira e rigira confermando lo stato di beautiful weirdo dell’amato Harry Dean. Prima parte in studio, che parte a razzo con una scintillante I’ll Be Your Baby Tonight di brother Dylan – tiro degno di X/Blasters e la formazione dei sogni che lo segue stando, semplicemente, “sul pezzo” con tante fiammate. Promised Land di Chuck Berry già la regalò con tocco folkie in Partly Fiction – qui invece inchioda quasi 4 minuti a pieno regime rock and roll. You Don’t Miss Your Water del soulman William Bell è, in verità, più prossima a quella Byrds/Gram Parsons: country fintostonato che è oro nell’ugola di Stanton. Across The Borderline – e ci si mette sull’attenti: qui la versione è seconda solo a quella già citata di Cooder (e nel tempo il pezzo è passato per ugole importanti: Freddy Fender, John Hiatt, Bob Dylan, Willie Nelson, Willy DeVille, Bruce Springsteen, Jim Dickinson, Flaco Jiménez, fino alla recente versione di Van Dyke ParksJackson BrowneGaby Moreno con lo stesso Cooder nascosto alla seicorde), con Harry Dean e i suoi Cheap Dates balordi al punto giusto, roba di chi di-quì-e-di-là del confine vi è andato innumerevoli volte – e la pelle l’ha sempre portata a casa che è un piacere, anche se un po’ ammaccata.

Sul set di Missouri con Marlon Brando (1976)

Lato B, tutto registrato al leggendario Troubadour di Los Angeles, il club che cullò Neil Young, Eagles e Linda Ronstadt, per intendersi – e, ve lo diciamo forte e chiaro, avremmo voluto esser lì. Si parte ancora con Chuck Berry, dove You Never Can Tell (C’est La Vie) non è ancora pulpfiction bensì un treno che alza polvere nel Vecchio West. Spanish Harlem perde l’afflato soul di Ben E. King e ne guadagna in ululati da spendersi sotto i cieli stellati nelle mesetas messicane, tipo dopo che ci si è storditi di tequila.

Pensavate che non si passasse per Memphis? Sbagliavate: ecco servita la clamorosa Miss Froggie del dimenticato ma grandissimo eroe Sun Records Warren Smith, che è “scotennata” com’è d’obbligo in un roadhouse di qualunque interstate fra California e Texas, anche se qui siamo nel cuore di Hollywood. Il blues, il blues per intero e null’altro che il blues: Bright Lights, Big City di Jimmy Reed è puro oro colato nelle mani di questa bandaccia delle meraviglie che le note le fa ringhiare come vuole, intonate o stonate che siano.

Dean Stanton insieme a Jack Nicholson

Il finale riporta dove tutto è cominciato, a Paris: ossia il Texas di confine fatto di Canción Mixteca, dove l’atmosfera si perde fra vento, polvere e tanta, tanta emozione. E adesso che Harry Dean Stanton non è più fra noi, dopo una vita vissuta full on, come egli stesso disse nella sua ode Appreciation Of “Nothing”: «Il silenzio è la condizione più intensa». The end.

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