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River Deep – Mountain High. A Phil Spector interessava Tina, non Ike

River Deep – Mountain High di Ike & Tina Turner è stato lo zenith e il nadir di Phil Spector (1939-2021), il punto più alto e più basso della sua straordinaria carriera di produttore discografico. Un volo d’Icaro troppo incauto ma inebriante, un sogno luccicante come il Titanic e destinato allo stesso drammatico naufragio. Eppure, nel 1966, Spector stava ancora sul tetto del mondo. Tra Elvis e i Beatles, il 1° rock and roll e la British Invasion, aveva costruito il suo regno e la sua fortuna di giovane milionario portando la musica nera ai bianchi (prima della Motown) e costruendo «mini sinfonie per adolescenti». Crystals e Ronettes, i girl groups che aveva inventato, cominciavano però a incespicare; e i suoi ultimi pupilli, i Righteous Brothers di You’ve Lost That Loving Feelin’, lo avevano appena abbandonato. L’ebreo newyorkese di famiglia ucraina covava desideri di rivalsa e un sogno ancora più grande: trovare un gruppo, o una cantante, capace di rivaleggiare con i 4 di Liverpool e di scalzarli dalle classifiche.

Ha un’illuminazione quando una sera si reca al Cyrano’s, sulla Sunset Strip di Hollywood, per assistere a uno show di Ike & Tina Turner. Loro, i 2 afroamericani del Sud, sono insieme dal 1957 e sulla scena del nuovo r&b si sono già imposti come un duo irresistibile che soprattutto sul palco non teme rivali. Nel loro continuo peregrinare fra etichette discografiche stanno lasciando la Loma, marchio del gruppo Warner Bros., per la Kent, ma Turner è perennemente insoddisfatto e Spector non si fa certo spaventare da inghippi di quel genere: si offre di rilevarne il contratto e di ingaggiarli nella sua casa discografica, la Philles Records, così da poterne produrre e pubblicare le prossime incisioni. La combinazione è potenzialmente esplosiva: Phil e Ike sono 2 teste caldissime, personalità ingombranti, dittatoriali e senza scrupoli abituate a calpestare chiunque ne intralci il cammino (ne sanno qualcosa la futura moglie di Spector, la Ronette Ronnie Bennett; e la stessa Anna Mae “Tina” Bullock in Turner: vessate, umiliate e maltrattate senza pietà).

Ike & Tina Turner, © Norman Seef

A Phil, comunque, interessa Tina, non Ike. Per il nuovo singolo ritagliato sulla sua voce è disposto a sborsare al marito 20.000 dollari sull’unghia, purché non si faccia vedere in sala di incisione: venale com’è, Ike incassa soddisfatto e si dilegua per il tempo necessario (volando in Alaska, dice qualcuno). Sa di avere in mano la canzone giusta, Spector: l’ha scritta lui stesso assieme a Jeff Barry e a Ellie Greenwich, marito e moglie, anche loro ebrei newyorkesi e abituati a sfornare hit per il Brill Building, la fabbrica di successi musicali che sta sulla Broadway. Un giorno, in studio, i 3 si ritrovano insieme a improvvisare: Phil arpeggia la chitarra, Ellie martella i tasti del pianoforte e Jeff maltratta una percussione; ci metteranno 2 settimane buone a modellare una canzone dalla melodia potente e impetuosa che solo una voce capace di attraversare i fiumi e di scalare le montagne è in grado di domare: quella di Tina, appunto. Lei ascolta il provino, ne è entusiasta («Finalmente posso cantare qualcosa di diverso dal rhythm & blues») e prima di andare in studio prende a frequentare con regolarità casa Spector per studiare nei minimi dettagli la sua interpretazione, 2 ore al giorno per 2 settimane consecutive. «Fu come mettersi a intagliare un mobile», dirà poi la ragazza del Tennessee pronta a tirare fuori tutto quel che ha in corpo e nell’anima per raccontare la storia di una donna che ama il suo uomo di un amore profondo e vertiginoso, lo stesso riservato all’unica bambola di pezza che ha posseduto da bambina; e che si dichiara disposta a seguirlo ovunque come un cucciolo (il testo, decisamente maschilista, riflette perfettamente la sua condizione di donna succube nei confronti di un marito padrone).

Phil Spector e Tina Turner in studio di registrazione

Sarà un 45 giri deflagrante, un pop soul inaudito ed epico come una sinfonia wagneriana, pensa Spector che in studio, il 7 marzo del 1966, assembla i suoi migliori musicisti ed erige altissimo il suo Wall Of Sound, il muro del suono rigorosamente monofonico per cui è famoso e che ottiene facendo suonare all’unisono i molteplici strumenti della sua orchestra. 21 strumentisti e 21 coristi, 2 (qualcuno dice 4) batteristi, altrettanti bassisti, 3 tastiere e 2 chitarre, tutti raccolti e assembrati ai Gold Star Studios di Los Angeles. Con il fido e altrettanto folle Jack Nitzsche a curare gli arrangiamenti e il meglio di quella che in seguito si sarebbe chiamata Wrecking Crew, la “crema” dei turnisti in città, pronta seguire le sue istruzioni: i batteristi Earl Palmer e Hal Blaine, affidabili e solidi come rocce; il tastierista Leon Russell, Barney Kessel e il “cowboy in strassGlen Campbell alle chitarre e la bassista Carol Baye, che apre il pezzo con un riff memorabile ideato da Phil. C’è anche Darlene Love, leader delle Crystals e una delle prime star del firmamento di Spector, convinta di essere lei l’interprete prescelta come solista e disorientata dal caos che regna in studio: «Una gran confusione», ricorderà nella sua autobiografia. «Stavolta non era musica, ma frastuono. Nessuno, a parte Phil, ne era convinto». Session dopo session, take dopo take, spronata e continuamente interrotta da Spector («Devo averla cantata mezzo milione di volte», ricorderà in seguito la Turner a Rolling Stone) Tina si strappa l’ugola, fra strilli acuti e bassi profondissimi, per sovrastare quella fragorosa babele di suoni sovraccarica di echi, riverberi, sezioni d’archi e di ottoni. A notte fonda, nella penombra dello studio e con la cuffia in testa, è così stravolta e zuppa di sudore da togliersi la blusa e restare in reggiseno davanti al microfono.

River Deep – Mountain High versione 45 giri

La Love, però, non è l’unica a esprimere perplessità su quella registrazione che richiede infinite ripetizioni, sovraincisioni e missaggi. Barry nota che il singolo è sovraprodotto e che nel mix finale la voce della Turner risulta quasi sepolta. Sua moglie Ellie, dopo avere ascoltato l’acetato su un giradischi, è talmente infuriata che lo toglie dal piatto e lo fa volare per la stanza. Soprattutto, e a dispetto di George Harrison che lo definirà «un disco perfetto dall’inizio alla fine», è il mercato a dare un responso negativo su una produzione costata la cifra astronomica di 22.000 dollari, molto più del costo di un album ad alto budget dell’epoca: non in Inghilterra, dove anzi il 45 giri ceduto in licenza alla Decca raggiunge nel mese di giugno il N° 3 in classifica procurando ad Ike & Tina un invito ad aprire il tour inglese dei Rolling Stones e aprendogli il mercato del pubblico rock; ma negli Stati Uniti, dove il singolo su marchio Philles annaspa al N° 88 della Top 100 di Billboard prima di affondare. «Troppo mainstream per il pubblico black, troppo black per il pubblico mainstream», sentenzia Ike dalla sua postazione di osservatore esterno, mentre Spector accusa di boicottaggio i dj delle radio, forse risentiti da certi suoi precedenti commenti poco carini nei loro confronti (o forse dal suo diniego ad assoggettarsi alla consueta per quanto illegale pratica delle payolas, soldi e altre regalìe concesse in cambio di passaggi radiofonici).

La copertina dell’Lp River Deep – Mountain High (1966)

Può darsi invece che River Deep – Mountain High, poi interpretata dagli Animals di Eric Burdon e dai Deep Purple, dalle Supremes con i Four Tops e da Céline Dion, sia semplicemente troppo avanti sui tempi: momento chiave nel passaggio di Spector dal pop adolescenziale a quello adulto e nella fusione tra musica bianca e musica nera, pop e rhythm & blues. L’album che ne prenderà il titolo (con Ike & Tina ritratti in copertina sullo sfondo di un cartellone cinematografico da Dennis Hopper, prima di Easy Rider fotografo in bolletta alla ricerca di opportunità nella Città degli Angeli) e che uscirà marchiato come “una storica registrazione di Phil Spector” è giustamente considerato, oggi, un classico della musica popolare del ‘900, pur essendo uno strano Giano bifronte: il vellutato rifacimento della ballata A Love Like Yours (Don’t Come Knocking Everyday) che Holland-Dozier-Holland avevano scritto per Martha and the Vandellas; la coloratissima Save The Last Dance For Me ripresa dal repertorio dei Drifters; l’onirica e vorticosa Everyday I Have To Cry di Arthur Alexander che Bruce Springsteen deve avere ascoltato prima di scrivere Hungry Heart; il rock and roll in cinemascope di Hold On Baby e il mix di sax e cori angelici di I’ll Never Need More Than This (altri 2 parti di Spector, Barry & Greenwich: il 2° incluso nella ristampa dell’Lp nel 1969) sono puro Spector sound; il resto, classico, asciutto r&b alla Ike & Tina Turner con le voci delle Ikettes e diverse rivisitazioni di vecchi successi della coppia come I Idolize You, A Fool In Love e It’s Gonna Work Out Fine.

Ma quando l’album uscì, nel settembre del 1966 in Inghilterra con ben 3 anni di anticipo sugli Stati Uniti, Spector si era già chiamato fuori, deluso dal flop del singolo che ha sempre considerato la sua migliore produzione in assoluto. Sarà un colpo mortale alla sua autostima e un innesco probabilmente cruciale di quel vortice di paranoia, rancoroso senso di onnipotenza e autoreclusione (interrotta solo da qualche altisonante e discussa produzione: il Let It Be dei Beatles, 4 dischi per John Lennon, l’All Things Must Pass di George Harrison, Leonard Cohen e i Ramones) che il 3 febbraio del 2003 lo porterà a sparare un colpo in bocca all’attrice e modella Lana Clarkson e a trascorrere in carcere gli ultimi 11 anni della sua spettacolare, romanzesca, tragica esistenza.

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