Music

Willie Nelson – First Rose Of Spring (Legacy/Sony Music)

La cosa incredibile di Willie Nelson, tolto che a 87 anni egli vada ancora avanti con una media di produzione che macina qualità senza sosta (oramai siamo intorno ai 120 dischi ufficiali, collaborazioni e live inclusi), è che nell’intera faccia della Terra probabilmente sia l’unico artista capace di mettere nello stesso disco canzoni di un redneck-conservatore-guerrafondaio-Trumpiano come Toby Keith e del grande baluardo di libertà Charles Aznavour, lo chansonnier-attore franco-armeno che, ultra 90enne, ci ha lasciato un paio d’anni fa. Tutto ciò accade nel suo nuovissimo album, First Rose Of Spring, come tutti i lavori recenti dell’artista di Abbott, Texas prodotto con mano sicura da Buddy Cannonconsolle-men e songwriter con un solido CV nel campo della musica country (George Jones, Mell Tills, George Strait).

Willie Nelson

Come una pletora d’altri dischi altrui posticipati, anche questo era previsto per lo scorso aprile ma il flagello coronavirus ha imposto nuovi piani – ed è pubblicato 2 mesi abbondanti dopo rispetto alla schedule originaria. Prima rosa di primavera – e non importa che sia estate. Quello che capita in mano è un lavoro di un artista meditabondo, come impone la sua veneranda età, capace ancora di voce ferma e di una visione musicale oramai iper collaudata. Detto in breve: un disco per cowboy fuorilegge attempati ma capaci di gestire le forze al meglio. Vedi la raccolta title track, scrittagli appositamente da un team di esperti songwriter di Nashville: un talkin’ country-blues con chitarre languide ma non melense (la consunta Trigger, la chitarra che è con lui dal 1969 e che mai più lo ha abbandonato, si fa sentire – tranquilli…) e l’armonica-marchio di fabbrica chez Mickey Raphael. O anche come riesce a domare il risoluto Chris Stapleton, più recente leone della stirpe outlaw (fra l’altro, pare stimato anche da Nick Cave…) che a Willie regala il notturno honky tonk di Our Song.

Willie Nelson e il produttore Buddy Cannon

Probabile capolavoro del disco (We Are) The Cowboys, gioiello del cantautore-poeta texano Billy Joe Shaver risalente a 40 anni fa (l’originale è in I’m Just An Old Chunk Of Coal… But I’m Gonna Be A Diamond Someday del 1981 – gran disco!), che Willie aveva già inciso in Honky Tonk Heroes (1999) dell’estemporaneo, omonimo super gruppo con Kris Kristofferson, Waylon Jennings e appunto Billy Joe: qui scala di marcia, da country corale che era con gli Heroes si passa a uno scandito lento da suonarsi sotto le stelle della prateria, dove il testo tutt’altro che prevedibile di BJS risplende ancor più (“Cowboys are average American people/Texicans mexicans black man and jews/They love this old world and they don’t want to loose it/There counting on me and there counting on you“). Giù lo Stetson, qui si vola davvero alti.

A 3 lunghezze dai 90 giri intorno al sole e con tutto quello che finora ha dato da metà anni 50, Willie si permette ancora di fare il songwriter, ben 2 volte ed entrambe assistito da Cannon: Blue Star e, soprattutto, Love Just Laughed sono il perfetto showcase per Willie e Trigger, praticamente una sola cosa fra calligrafia di scrittura e d’esecuzione. Impossibile, poi, tacere sul honky tonk n’ roll I’m The Only Hell My Mama Ever Raised, trascinante interpretazione presa dal repertorio del vecchio amico scomparso Johnny Paycheck: il groove che la distingue e trascina è puro marchio registrato Nelson. Toby Keith: controverso quanto volete, certificato contadinotto burino from Oklahoma, ma la sua Don’t Let The Old Man In, in origine scritta per il penultimo film di Clint Eastwood (The Mule Il corriere, 2018), è un acquarello dai colori oscuri e dolenti, che Willie coglie alla perfezione e che rende ancora più profondo. Perché, ricordatevi sempre, come cantava Neil Young in Campaigner: “For the hotel queens and the magazines/Test tube genes and slot machines/Where even Richard Nixon got soul/Even Richard Nixon has got it, soul“. Tutti ce l’hanno, un’anima.

Il cantautore texano con Toby Keith

E dopo quella per un’anima in terra, il finale Aznavour è tutto per una volata via: Yesterday, When I Was Young (Hier encore), spettacolare classico che ha attraversato epoche, idiomi e confini grazie a innumerevoli interpretazioni starring Bing Crosby, Amanda Lear, Glen Campbell, Bobby Solo (Ieri sì – annata 1970 e traduzione/adattamento by Mogol), Lena Horne, Gábor Szabó, Shirley Bassey, Bobby Bare, Dusty Springfield, Elton John, Mel Tormé – che Nelson, memore del grande successo che ne fece in USA Roy Clark a fine 60s («Ricordo di aver sentito Roy fare il pezzo tipo… 100 anni fa! E mi ha davvero emozionato – e da allora l’ho amato», precisa il Red Headed Stranger), regala una vibrante versione nostalgica e seppia, fra pennellate di chitarra stile Django Reinhardt e suggestiva orchestrazione in background, che solo chi ha vissuto intensamente come Willie può permettersi. Altre 87 di queste primavere!

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