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Valerio Billeri & Le Ombrelettriche – La trasfigurazione di Blind Delta Billy (Ombrelettriche Dischi)

Già dal titolo con più di un rimando alle varie trasfigurazioni di Blind Joe Death perpetrate ossessivamente negli anni dal compianto John Fahey, che fra Blind Joe Death (1959) e I Remember Blind Joe Death (1987) in diversi album ha tratteggiato le sembianze di un irreale bluesman, si ha la sensazione che La trasfigurazione di Blind Delta Billy sia un disco il quale nell’Italia X-Factorizzata meriti più che mai attenzione. Ed è pure, per quello che abbiamo sentito nel corso del tempo, l’album del salto di qualità per Valerio Billeri, cantautore romano classe 1972, che qui giunge all’11° album della sua carriera discografica, iniziata oramai quasi 20 anni fa con Solo e acustico (2001).

Valerio Billeri

Si tratta anche del 3° lavoro inciso con la band de Le Ombrelettriche, gruppo composto dal chitarrista Damiano Minucci, dal batterista Emanuele Carradori e dal bassista Andrea Nebbiai (cui in studio si aggiungono un paio di amici-sessionmen); ensemble che modella un solido corpo musicale agli intenti del cantautore. La trasfigurazione di Blind Delta Billy si distingue innegabilmente per varietà e per seria ricerca di un sound che sappia stare ben lontano da cliché imposti dalla musica che gira intorno qui da noi oggidì. Appena dopo i pochi secondi acustico-strumentali di La trasfigurazione di John Fahey (un inizio), partono le trascinanti note di Passo dopo passo, potente funky-grunge che impone subito un mood irrequieto. Lo stesso dicasi per Juke Joint: inizio scandito dal folk-blues acustico, per poi esplodere in un boato elettrico potente ma non scontato.

Molto interessante la variazione di Arthur McBride, antica murder ballad irlandese, nel tempo fatta propria da Martin Carthy, Planxty, Dave Swarbrick, Paul Brady e Bob Dylan, qui riproposta come L’uccisione di Artur McBride (Artur senza “h”, in chiaro omaggio alla tradizione folk che distorce e cambia i nomi) – ballata che Billeri fa propria con taglio sentito ed elegante. Notevole anche Sugaree, pezzo scritto da Jerry Garcia e Robert Hunter per Garcia (The Wheel) (1972), poi divenuto uno staple dei concerti dei Grateful Dead, che saremmo pronti a scommettere Billeri abbia fatto proprio, con ampie rivedute, conscio della citazione del brano in un vecchio e bellissimo romanzo di Stephen King, Cujo (1981). Nondimeno, nel nome del noto adagio “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, interessante notare come il pezzo di Garcia qui trasfigurato, abbia dei chiari predecessori in Shake Sugaree di Elizabeth Cotten e in I’ve Got A Secret (Didn’t We Shake Sugaree) di Fred Neil.

Nella sequenza dei 12 brani, poi, fanno degna figura Scava giù nel fango, apparentemente carezzevole brano che ti porta “fino in fondo, all’Inferno“; Primo treno (Tucson), sincopato desert rock che più Giant Sand/Howe Gelb di così si muore; fino allo stesso brano guida La trasfigurazione di Blind Delta Billy, intenso blues per pianoforte (e leggere pennellate di chitarra nel finale) che ha un certo tono solenne, sospeso fra Tom Waits e Ivano Fossati. E a dare un valore aggiunto a quello che in tutto è un concept-albumsull’inafferrabile chitarrista e pistolero, il cieco Blind Delta Billy“, è l’aggiunta del racconto per immagini dello scrittore-disegnatore Vittorio Giacopini che dà ancora più spessore al mondo creato da Valerio Billeri.

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