Music

Steely Dan, ovvero l’arte del suono (Capitolo 2°)

Pubblicato nell’aprile del 1975, a 9 mesi dalla ultima apparizione live degli Steely Dan, Katy Lied ricapitola e approfondisce le tematiche di Pretzel Logic. Canzoni più brevi, genialità diffusa. Donald Fagen è sempre più protagonista delle parti vocali; e qui può contare sull’appoggio di un certo Michael McDonald, il cui timbro vocale si sposa alla perfezione con il suo che è nasale. Sempre alla ricerca del cosiddetto “suono perfetto” e fomentati da Gary Katz, i Dan decidono a missaggio ultimato di processare il lavoro con il DBX, lo strumento per ridurre il rumore. Ma la scelta si rivela fallimentare: il suono risulta troppo ovattato e non rende giustizia al puntiglioso impegno di Fagen e Becker.

Black Friday, brano cardine insieme a Bad Sneakers, è il capolavoro di questa gemma un po’ dimenticata e nata grezza. Impossibile scordare, comunque, l’assolo di sax alto del sommo Phil Woods: sì, proprio lui, il grande jazzista, il “Charlie Parker bianco” in Doctor Wu e in un brano autobiografico intenso e sarcastico come Daddy Don’t Live In That New York City No More.

Anche la produzione di The Royal Scam, pubblicato nel maggio 1976, ha il suo imprevisto tecnologico. All’epoca non esistono mixer a 32 piste, cosicchè si tenta uno stratagemma: utilizzare 2 mixer a 16 tracce unite insieme da un aggeggio che viene chiamato Eicosystem. A New York, Donald Fagen e Walter Becker incidono parecchio buon materiale, ma al momento di mixare il tutto si scopre che la macchina non può lavorare su 32 piste. Che fa Donald? Porta tutto a Los Angeles, lo riversa su un vecchio 24 piste e procede. Da qualche anno, l’altra caratteristica delle produzioni degli Steely Dan è quella di registrare ogni base ritmica con sezioni ritmiche differenti per poi tenere quella che convince di più. Risultato: il numero di musicisti coinvolti nelle registrazioni è impressionante, ma quelli che figureranno nei credits dell’album saranno molti di meno.

Come sempre è la batteria il cruccio dei 2. Ossessionati dalla costanza ritmica, dalla precisione, dal groove, costringono in pratica Roger Nichols a inventare il 1° prototipo di drum machine, in grado di produrre loop su nastro ma anche di intervenire sulle tracce di batteristi in carne e ossa. Per le registrazioni di The Royal Scam vengono contattati Rick Marotta, Bernard Purdie, il solito Jeff Porcaro, Jim Keltner, Hal Blaine. Ognuno apporterà il proprio talento, la personale filosofia batteristica nei brani nei quali viene impegnato. È straordinario come Donald e Walter sappiano trarre il massimo dagli strumentisti che collaborano con loro.

A questo proposito è emblematica la dichiarazione di Wayne Shorter, sassofonista e co-leader dei Weather Report, che collaborerà con il duo: «Io vengo dal jazz. Vengo da Art Blakey e da Miles Davis, ho fondato i Weather Report con Joe Zawinul, ho collaborato con la grande poetessa Joni Mitchell che mi ha lasciato totale libertà d’espressione. Le piaceva il suono del mio soprano e mi aveva soltanto chiesto di arricchire i pezzi con interventi appropriati. Con Donald è stato diverso: intanto lui conosce a memoria e può fischiettare ogni mio singolo assolo, ma soprattutto mi ha chiesto “quel” suono, quelle sfumature. E finchè non gliele ho proposte esattamente come voleva, non era soddisfatto. Non mi era mai successo di imbattermi in un cantautore così preparato sulla costruzione musicale, sull’architettura di una composizione. Molto stimolante, per me che amo le sfide…“.

The Royal Scam mette in evidenza la straordinaria tecnica e perizia strumentale di Larry Carlton – elemento ormai fondamentale nelle canzoni dei Dan – e la vetrina per strumentisti di valore eccelso è ormai cosa fatta: il bassista Chuck Rainey, i pianisti Joe Sample (dei Crusaders) e Victor Feldman (vecchia gloria del jazz californiano), i chitarristi Steve Khan e Jay Graydon, i sassofonisti Jim Horn, Tom Scott e Pete Christlieb. Svariati sono i brani indimenticabili del disco: da Kid Charlemagne a The Caves Of Altamira; da Green Earrings a Haitian Divorce, senza scordare la pazzesca The Fez dove troviamo una delle più incredibili basi ritmiche di tutta la storia della canzone americana. Donald e Walter, insomma, sono pronti per il capolavoro assoluto. Che non tarderà ad arrivare.

Walter Becker & Donald Fagen, Hotel de l’Europe, Amsterdam, 1976
© Anton Corbijn

Esiste il cosiddetto “album perfetto“? Quesito difficile a cui rispondere, ma Donald Fagen ha al suo attivo almeno 3 dischi che possono fregiarsi del prestigioso titolo: il 1° è senza dubbio Aja (1977). E pensare che tutto nasce sotto i peggiori auspici: le tensioni fra la band e la casa discografica sono ai massimi livelli e si pensa addirittura a intraprendere azioni legali. Le spese di registrazione e di produzione degli album lievitano in modo esponenziale, ma è pur vero che gli Steely Dan sono comunque un “very good selling act“. Sarà proprio la pubblicazione di Aja ad acquietare la situazione. Il disco realizza 1.000.000 di $ solo di prenotazione, vende più di 6.000.000 di copie e rimane per 54 settimane nella Top 30 americana. Risultato impensabile per un album di simile fattura e non certo di facile consumo.

Partiamo dall’iniziale Black Cow, brano spigoloso e dal tessuto armonico imprevedibile. Fagen costruisce una linea melodica e la spezzetta, la seziona in 3 parti, ognuna delle quali affidata alla voce solista, al coro femminile e alla sezione fiati. È l’inizio che dà subito la misura di ciò che andremo ad ascoltare. I Got The News è un altro capolavoro, ma tutte le composizioni hanno una loro peculiarità, una loro caratteristica, un loro tratto distintivo che nel discorso globale di Aja aggiunge valore e spessore al tutto. Una linea di basso, meravigliosa e ardita, pone in risalto la voglia di sperimentare e di tentare soluzioni melodiche e armoniche impensabili, per la musica rock o pop che sia.

Veniamo alla title track. A dispetto della sua complessità, il brano viene invece registrato in un’unica take grazie all’abilità di Steve Gadd. Il suo assolo di batteria, costruito su un vamp, resta una delle gemme di tutti i tempi. Aja è un lungo discorso articolato, una serie di frammenti legati fra loro da un gusto per la suite non comune, che Donald e Walter portano ai massimi livelli espressivi. L’ingresso del sax di Wayne Shorter, poi, conduce il pezzo in una dimensione di estasi pura. E se Peg, Josie e Home At Last sono altre gemme sonore di rara bellezza, prestate particolare attenzione al break di batteria in Josie e capirete molte cose. Capirete, finalmente, cosa significa la parola “genio“. Tutto è perfetto, tutto è curato nei minimi particolari: come l’assolo di chitarra, in Peg, firmato Jay Graydon. E pensare che prima di lui erano stati “testati” ben 10 chitarristi!

A partire dalla copertina che ritrae la modella giapponese Saeko Yamaguchi fotografata da Hideki Fijii, ogni dettaglio di Aja è votato alla perfezione. E dopo il successo ottenuto, Donald e Walter tornano a New York e si stabiliscono nello stesso condominio affacciato su Central Park, a qualche piano di distanza l’uno dall’altro. Ma proprio nel momento in cui il successo sembra essere arrivato per restare, ecco che il dramma è dietro l’angolo…

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