Music

Sam Amidon – Sam Amidon (Nonesuch)

Le prime volte che abbiamo visto Sam Amidon dal vivo, oramai svariati lustri or sono, egli accompagnava colei che divenne ed ancora è sua moglie, Beth Orton. Non sapevamo proprio chi fosse quel ragazzo timido, dai modi gentili, aria eterea e bravissimo alle corde (chitarra, banjo, violino). Poi, curiosi che siamo, ci siamo inoltrati nei suoi dischi (il 1° risale al 2001, Solo Fiddle) e seguendolo attentamente abbiamo capito che si tratta di un musicista speciale, uno di quelli trasversali che è bello tampinare nei propri many moods, sue sortite italiane comprese (vedi i concerti di un paio di anni fa con gli eccellenti Guano Padano quale backing band). Come dimostra questo nuovo e omonimo album, l’8° della sua produzione.

Sam Amidon

L’ex ragazzo di Brattleboro, Vermont, dopo l’incontro con la Orton senz’altro ha subìto l’influenza della splendida cantautrice inglese, non fosse altro per il tono Pentangle/Bert Jansch/Anne Briggs/John Renbourn che ha spesso avvolto anche la sua musica, fra produzione autografa ed esplorazione delle radici. Sam Amidon, difatti, è l’estensione/evoluzione del graziosissimo Ep uscito lo scorso anno, Fatal Flower Garden, ossia 4 pezzi rielaborati dalla leggendaria Anthology Of American Folk Music curata da Harry Smith nel 1952, opera che negli anni a venire conquistò praticamente l’intero creato della musica americana e non solo – da John Fahey a Bob Dylan, da Joan Baez a Michelle Shocked, da Ry Cooder a Brian Wilson/Van Dyke Parks, da Nick Cave fino a Richard Thompson.

Il singer-songwriter e chitarrista con i Guano Padano, Sala Vanni, Firenze, 2018, © Eleonora Birdardi

L’universo sonoro in cui colloca i brani (quasi tutti) tradizionali è quello dei suoi dischi da cantautore, quei Lily-O (2014) e The Following Mountain (2017) che all’uscita sono apparsi davvero ottimo contraltare di molte cose della sua dolce metà. A lor modo, i 2 sembrano confondersi l’un altro come capita, sebbene assai più marcatamente, con Gillian Welch e David Rawlings – ossia non si sa dove finisca una e cominci l’altro. Come, del resto, accade con tutte le migliori coppie che hanno fatto di sentimento, vita e arte una cosa unica.

L’opera è stata registrata pressoché tutta live in the studio, con il grande poli-strumentista Shahzad Ismaily, il batterista Chris Vatalaro, il chitarrista Bert Cools, il bassista Ruth Goller, il sassofonista Sam Gendel e, qui e là, interventi vocali della Orton. Quello che ne è uscito è un viaggio a dir poco appassionante – e che prende di petto pietre miliari del canzoniere traditional anglo-americano come Pretty Polly, canto dei Monti Apalacchi passato anche per l’ugola di Judy Collins e di Anne Briggs, giocato con un’atmosfera fra jazz/avant-garde, di quelle che animavano il compianto Bert Jansch. Come Cuckoo, che addirittura pare avventurarsi dalle parti di certi suoni world tanto cari a Mickey Hart (Grateful Dead). Come Maggiespace out ventura che copre da Bob Dylan a Brian Eno – e il pezzo non sfuggì nemmeno a His Bobness, vedi Good As I Been To You (1992) dove lo trovate con il titolo Little Maggie.

Amidon in concerto con Beth Orton, The Pigalle Club, Londra, 2007, © Cico Casartelli

Come Light Rain Blues, bellissimo numero tratto dallo strepitoso Giant Step/De Ole Folks At Home (1969) di Taj Mahal – a proposito di un altro che ha attinto a piene mani dall’Anthology di Smith – che al banjo presente anche nell’originale aggiunge colori e sfumature avveniristiche. Come Time Has Made A Changewhite gospel anni 60 di Harkins Frye, portato all’essenza chitarra e voce con accompagnamento corale pieno di tepore guidato da Beth. Come Sundown, folk a tinte bluegrass con di nuovo la voce della Orton là dietro a dar man forte. Fino ai sicuri brividi che arreca la bellissima love ballad Spanish Merchant’s Daughter (qualcuno la rammenterà nel repertorio sia della divina Jean Ritchie, con il titolo No, Sir, No), perfetto suggello alla storia d’amore condivisa con la consorte che, toh, con l’inconfondibile ugola è presente anche qui. Il tutto a componimento di un album egualmente diviso fra bellezza esteriore e profondità interiore – e viceversa!

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