Music

Rose City Band – Earth Trip (Thrill Jockey)

«Volevo cogliere la sensazione che si prova quando si assumono sostanze psichedeliche e queste cominciano appena a fare effetto – magari certi oggetti cominciano a ronzare ai margini del tuo spettro visivo, inizi a vedere delle leggere scie e forse le caratteristiche del suono subiscono dei sottili cambiamenti – ma non sei ancora in pieno trip».

Non sono Timothy Leary, Ken Kesey o Jerry Garcia a parlare nella San Francisco del 1967. È Ripley Johnson nella Portland del 2021. Occhialoni da vista, lunghi capelli bianchi e lisci e barbone cespuglioso da benevolente guru westcoastiano, Johnson è il one man band che (con un piccolo aiuto degli amici) scrive, produce, suona e registra i dischi della Rose City Band, alter ego delle altre formazioni – i Wooden Shjips, i Moon Duo con la moglie Sanae Yamada – con cui da 15 anni sta riscrivendo i canoni della psichedelìa americana. Ma se quegli altri gruppi lo vedono insistere con i distorsori e con i synth, con gli alti volumi e con i ritmi motorik evocando di volta in volta i Grateful Dead o i Suicide, i tedeschi Neu! e i britannici di Madchester, nella band che prende il nome dalla città delle rose (Portland, appunto) gli orizzonti diventano molto più limpidi, sereni e soleggiati e le sue chitarre assumono programmaticamente un suono pulito, morbido, cristallino, placido, rilassato.

Ripley Johnson

Uscito per la label Thrill Jockey, Earth Trip è il suo 3° album sotto questa sigla: meno dinamico e ancora più contemplativo del precedente Summerlong, “invernale” (negli intenti) quanto quello era “estivo”, è un giro della terra, un trip naturalistico che ha preso forma nel suo home studio in Oregon in quei lunghi mesi di lockdown che gli hanno impedito di muoversi con il corpo ma non con la mente. I Dead di Workingman’s Dead e di American Beauty, il Neil Young più rustico e bucolico, J.J. Cale, i primi Eagles, il cosmic country dei Flying Burrito Brothers e quello, più acido, dei New Riders Of The Purple Sage (quando con loro c’era Jerry Garcia) sono punti di riferimento evidenti in queste 8 canzoni che ti spediscono dolcemente in orbita anche se non sei impasticcato e non hai un bong tra le mani, descrivendo perfettamente la dolce pigrizia di una giornata casalinga e solitaria, lo stupore incantato davanti alle meraviglie della natura, gli orizzonti sconfinati del West americano, con un afflato mistico e panteistico che trasuda radioso ottimismo anche in questi tempi difficili.

La chitarra elettrica di Ripley, con quel suo fraseggio insinuante e gentile, è il passepartout per un viaggio mentale che cerca armonia ed elevazione spirituale nel dialogo tra l’uomo e il suo habitat naturale, nell’interconnessione con la natura e nell’abbandono ai suoi elementi. Silver Rose, all’inizio, mette subito le cose in chiaro, con quell’andamento indolente, la pedal steel scintillante di Barry Walker che spesso fa da contrappunto e una melodia che ricorda inequivocabilmente Helpless di Neil Young mentre il testo è un affastellarsi di ricordi pre e durante la pandemìa, ricomposti in un prisma dalle “immagini fratturate come in un film di Nicolas Roeg”.

Moon Duo: Ripley Johnson e sua moglie Sanae Yamada

Un’armonica altrettanto younghiana arriva subito dopo in In The Rain, ballata che cerca conforto e raggi di luce anche nei giorni più bui e piovosi, mentre la sei corde di Ripley, trattata con un filtro vintage Mu-Tron già usato da Jerry Garcia, si ricollega nel finale al sound di classici dei Dead come Estimated Prophet. Tra i primi 70 della band di Frisco e i Pink Floyd più pastorali è possibile geolocalizzare anche la melodia espansa di Rabbit, mentre la cavalcata country & western di Ramblin’ With The Day alza per un attimo la temperatura, il ritmo e l’umore di un disco narcotico, sognante e a tratti malinconico. Il ritmo chooglin’ di The World Is Turning potrebbe ricordare i Creedence Clearwater Revival, non fosse che la Rose City Band non ha la grinta rurale e operaia né la verve contagiosa di John Fogerty; e a muoverla, più che pistoni e stantuffi sporchi di grasso sembra essere il tintinnìo delle sfere celesti. Non sono auto, ferrovie e paesaggi urbani ma fiumi, torrenti, montagne, boschi e cieli sconfinati a ispirare Johnson, che in Feel Of Love insegue l’estasi amorosa e in Lonely Places la sensazione inebriante di perdersi nei “wild, open spaces”.

Il missaggio nitido di Cooper Brain tiene in equilibrio un cocktail di semplici ingredienti strumentali in cui chitarre acustiche ed elettriche convivono con pochi coinquilini, una sezione ritmica non invadente, lap steel, armonica e qualche tastiera; e in cui la solista del protagonista girovaga in libertà sfoggiando una scioltezza e un eloquio più fluente della sua voce fragile, quasi timida, sempre sussurrata come avesse paura di disturbare quell’ecosistema delicato in cui si fa spazio in punta di piedi.

I risultati più intriganti e ammalianti, l’hippie girovago sbarcato in Oregon via Connecticut, California e Colorado li ottiene nel gran finale: i 9 minuti soffici, ipnotici e psych di Dawn Patrol con la moglie Sanae al pianoforte. Un’altra ode elegiaca al ritmo dei giorni e delle stagioni, alla meraviglia dell’alba e del risorgere quotidiano. 2 accordi e una struttura circolare su cui la chitarra elettrica potrebbe ricamare all’infinito penetrando nei meandri della psiche con dolce ma determinata gentilezza. Earth Trip è come un balsamo per l’anima. Musica che l’autore intende come utilitaristica, come bene di conforto e genere di sopravvivenza. Un mezzo per evadere dalla realtà tuffandosi nella sua essenza più profonda e spirituale.

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