Music

The Rolling Stones – El Mocambo 1977 (Promotone/Polydor)

La cattiva salute di Keith Richards, ripetutamente processato e condannato per detenzione di droghe pesanti? I gossip della stampa scandalistica inglese? Un avvicendamento critico e importante in formazione (Ronnie Wood, l’ex Faces, al posto di Mick Taylor, mica roba da prendere sotto gamba)? Il vento che cambiava direzione, con il punk e la disco che mettevano all’angolo le vecchie rock star facendole sembrare dei dinosauri in via di estinzione? Ce n’era abbastanza per tramortire un colosso, ma non per fermare i Rolling Stones: per quello, proclamava orgoglioso l’ineffabile Keef beccato 1 giorno sì e 1 no con dosi massicce di coca e di eroina in valigia o nella stanza d’albergo, ci sarebbero volute almeno delle armi nucleari.

La prova inconfutabile è racchiusa nei 107 minuti circa di El Mocambo 1977, la testimonianza incendiaria degli unici 2 concerti che la band inglese tenne nel corso del 1977: 7 mesi dopo un’oceanica adunata al Knebworth Festival, in uno storico e piccolo club di Toronto in funzione dagli anni 40. Un locale da 300 posti appena, dove si esibirono annunciandosi sotto falso nome come gruppo spalla dei canadesi April Wine, davanti a un pubblico selezionato attraverso un concorso radiofonico. La storia (un colpo di marketing a effetto e ben studiato) è già nota, intrigante e raccontata in dettaglio nelle note di copertina del doppio Cd o quadruplo Lp (con vinili neri o color neon) che include l’intera performance del 5 marzo 1977, ufficialmente inedita fino a oggi a parte i 4 brani pubblicati sul doppio Lp Love You Live e raggruppati sotto il nome di El Mocambo Side e 3 bonus tracks dallo show del giorno precedente: i misteriosi Coackroaches (Scarafaggi: una strizzata d’occhio ai vecchi amici/rivali di Liverpool?) erano loro, Keith Richards, Ronnie Wood, Mick Jagger, Bill Wyman e Charlie Watts assieme al “sesto StoneIan Stewart al piano, Billy Preston alle tastiere e Ollie Brown alle percussioni.

Si presero ovviamente il posto da headliner della serata in una bomboniera stipata di trendsetter locali, dee jay delle radio, giornalisti, fan ben introdotti, groupie, spacciatori e vip (la first lady canadese Margaret Trudeau, moglie del Primo Ministro Pierre Trudeau, scatenata a fianco del mixer), mentre un registratore professionale catturava ciò che stava accadendo all’insaputa di chi non aveva avuto la soffiata giusta. Mossa azzeccata e intelligente: in quelle 2 sere, rinunciando agli apparati spettacolari e agli effetti speciali, gli Stones tornavano a percepire gli sguardi, il sudore, il calore e l’abbraccio affettuoso di un pubblico che tanti anni di esibizioni nelle arene e negli stadi avevano trasformato in un’entità sempre più astratta, anonima e distante. «Appena salii sul palco, mi sembrò di essere tornato a una di quelle domeniche al Crawdaddy», ricordò Richards citando il piccolo club di Richmond dove tutto era cominciato 15 anni prima.

Sulle vecchie assi del locale canadese l’emaciato junkie londinese recuperava miracolosamente le forze, e così il resto di una band in balìa di tempeste e turbolenze assortite. Merito anche dell’atmosfera speciale che si respirava all’El Mo e in una città come Toronto, dove il gruppo si è sempre sentito a casa: l’ambiente perfetto in cui la “più grande rock & roll band del mondo” poteva temporaneamente tornare alle origini, forte però di un repertorio da favola e con un sound che l’innesto di Wood, pur nettamente inferiore a Taylor come bluesman e come solista, aveva reso ancora più sporco, strascicato e lascivo, zeppo di riff a cascata e di estemporanei dialoghi chitarristici che la sezione ritmica Wyman-Watts teneva miracolosamente in piedi e dentro i binari. Una musica rocking & rolling, dondolante e rotolante, che la bontà della ripresa live d’epoca a cura del leggendario fonico Eddie Kramer, la rimasterizzazione spettacolare e il curatissimo remix del mago Bob Clearmountain proiettano in uno spazio sonoro vivo, pulsante, presente, per niente polveroso, insaporito da quegli aromi reggae, funk e soul che l’album Black And Blue, l’anno prima, aveva messo sul piatto.

Li si può gustare in diverse delle canzoni eseguite al Mocambo, dove il rock granitico (con inserto disco) di Hand Of Fate si lega perfettamente a una Honky Tonk Women sciolta, rilassata e rallentata e a un’adrenalinica All Down The Line nella micidiale sequenza di apertura. Anche la cover di Route 66, cavallo di battaglia degli esordi, sembra essere messa lì apposta per scaldare l’ambiente prima di tirare il fiato con Fool To Cry, la ballatona soul accolta da fischi e applausi, Mick che alla fine sfodera il famoso falsetto e Preston che srotola un tappeto di synth a imitazione di una sezione d’archi. La sua presenza e quella di Stewart vivacizzano gli arrangiamenti, nei pezzi nuovi come in quelli in cui gli Stones celebrano l’amore per il blues, per l’r&b e per il rock and roll classico, il Muddy Waters e il Bo Diddley di una sferragliante Mannish Boy da 7 minuti e del calypso Crackin’ Up; e poi il Chuck Berry di Around And Around.

Più tardi, dopo una Hot Stuff iper funk, ossessiva e tutta da ballare e una Let’s Spend The Night Together festosa e celebrativa, le 12 battute tornano protagoniste con Worried Life Blues di Big Maceo Merriweather e con la vecchia hit Little Red Rooster, il classico scritto da Willie Dixon e reso popolare da Howlin’ Wolf che gli Stones avevano portato in cima alla classifica inglese 13 anni prima, la slide di Wood e l’armonica di Jagger che scorrazzano come fossimo 500 miglia più a Est, tra le strade ventose di Chicago.

Subito dopo un Mick in palla, istrione e ironico che aveva invitato il pubblico a farsi un drink e a ballare «sopra il piano di Billy» presentando Watts come «il nostro batterista jazz, qui solo per soldi», pilota un modello da corsa degli Stones tra i vicoli e le autostrade di Exile On Main Street (Tumbling Dice, una Rip This Joint a rotta di collo), Goat’s Head Soup e It’s Only Rock And Roll, prima di un finale (Brown Sugar, Jumpin’ Jack Flash con anfetaminica accelerazione conclusiva) che non fa prigionieri. Il climax è lì, e lì ci si potrebbe fermare anche se i pezzi aggiunti in coda e recuperati dal concerto del giorno prima (la jazz lounge di Melody, il reggae rock di Luxury e l’altra ballad in falsetto Worried About You, che dovrà attendere ben 4 anni e Tattoo You per trovare cittadinanza su disco) rappresentano un’appendice interessante che completa la fotografia di quella 2 giorni.

La prospettiva storica, l’impatto e la fedeltà sonora rendono oggi piena giustizia a El Mocambo 1977, ma è difficile immaginare che anche mentre Sex Pistols, Clash e Damned bussavano alla porta qualcuno avesse da ridire su uno show di questo calibro. In fin dei conti, come avrebbe poi osservato Mick Jagger, «non puoi essere più punk di Keith. È lui il punk originale».

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