Music

Robert Plant / Alison Krauss – Raise The Roof (Warner Music)

14 anni, 1 disco di platino e 6 Grammy dopo Raising Sand, Robert Plant e Alison Krauss sono di nuovo insieme e lei ha una spiegazione semplice ed efficace sul perché funzionino così bene in coppia: «Siamo come l’olio d’oliva e l’aceto balsamico. 2 ingredienti che stanno bene insieme ma che non si mescolano mai per davvero». Era il 2007, quando pubblicavano quel disco salutato da un successo commerciale e di critica inatteso; e il mondo era molto diverso da quello di oggi: come ricorda il Guardian, quell’anno i Led Zeppelin suonavano insieme per l’ultima volta alla O2 Arena di Londra e la Apple piazzava sul mercato il 1° modello di iPhone.

Per Raise The Roof, però, riprendono imperterriti il discorso da dove l’avevano lasciato: stesso studio di registrazione come punto di riferimento (il Sound Emporium di Nashville), stesso produttore (T Bone Burnett è il 3° componente essenziale del triangolo), analogo team di musicisti rinforzato da nuove presenze eccellenti. I 2 dischi hanno un DNA comune: come il suo predecessore, Raise The Roof trasmette nel titolo voglia di divertirsi e di fare baldoria; anche se poi, sulla musica, incombe una cappa altrettanto nebbiosa, un gusto noir, un’elegante atmosfera démodé come in quelle immagini sfocate di giostre, montagne russe e ruote panoramiche fotografate in copertina.

Alison Krauss & Robert Plant
© Alysse Gafkjen / The Guardian

Alison, «l’Aretha Franklin del bluegrass» (copyright di Plant), è la voce angelica che tra i solchi scorre liscia come l’olio; la disciplinata perfezionista cresciuta perfezionando il canto corale e studiando i testi sacri della mountain music americana. Robert è il battitore libero, il “cane sciolto” dal timbro asprigno come l’aceto; abile e intelligente nel fare di necessità virtù sostituendo la potenza animalesca dei bei tempi con un canto più maturo, sfumato e adatto allo stato attuale delle sue corde vocali: nessuna mania di protagonismo da parte sua, pronto anzi a fare umilmente un passo indietro, quand’è necessario, e a lasciare galantemente che l’attenzione si focalizzi sulla bionda sirena che gli sta a fianco.

La canzone non è la stessa, ma il progetto è identico: salvo High And Lonesome firmata Plant-Burnett, un blues post moderno dalla vaga eco zeppeliniana e nato da una jam di studio, anche Raise The Roof è un disco di cover che ripesca brani spesso sepolti nella memoria; un album immerso in quelle sonorità spettrali, ossute e riverberate di cui T Bone è un maestro indiscusso. Con una dose di elettricità in più, un sound un pizzico più corposo e un orientamento meno americano-centrico che aggiunge il folk britannico anni 60 tanto amato da Plant a un cocktail di outlaw country, soul music, blues arcaico e rock and roll in un ventaglio di canzoni che spaziano temporalmente fra il 1930 e il 2020: canzoni che parlano d’amore, morte, desiderio e separazione e che si susseguono, come ha spiegato Burnett a Ultimate Classic Rock, come capitoli di una storia che ha per protagonisti «un uomo, una donna e la guerra».

Non potevano che iniziare con il brano che ha riacceso la fiamma della loro partnership artistica. 1 di quei pezzi che parlano di frontiere, di fuga e di alienazione e che sono la specialità dei Calexico da Tucson, Arizona: Quattro (World Drifts In) stava sul loro 4° album Feast Of Wire (2003), Plant e Krauss la rileggono restando abbastanza fedeli all’originale ma in uno scenario sonoro diverso e inconfondibile creato dal cast stellare di musicisti di cui il produttore li ha circondati. Nel disco, si alterna alle chitarre (oltre che al banjo e al mandolino) un dream team che allo stesso T Bone, a Buddy Miller il mago dell’Americana e al Marc Ribot di scuola waitsiana, aggiunge un musicista globale come Bill Frisell, David Hidalgo dei Los Lobos e lo specialista della pedal steel Russell Pahl; mentre Jay Bellerose si destreggia con la solita compassata asciuttezza fra batteria e percussioni, Dennis Crouch e Viktor Krauss si alternano al basso e al contrabbasso, Stuart Duncan ricama al violino e il pianista Jeff Taylor riesuma cimeli da museo come la dolceola e il marxophone, vetusti strumenti dai timbri desueti e antichi appartenenti alla famiglia delle cetre e che si suonano manovrando una tastiera.

La limited edition in vinile rosso di Raise The Roof

Tutti giocano magistralmente in sottrazione, mai una nota in più e possibilmente una in meno: compresi Krauss e Plant che duettano in close harmony, per poi avvicendarsi nella parte di coristi o di solisti e interpretare anche ruoli inattesi. È sorprendente ascoltare l’ex frontman degli Zeppelin indossare nell’ipnotica Go Your Way i panni della protagonista femminile che indirizza il suo mesto addio all’uomo accudito con devozione, ribaltando la prospettiva del brano più celebre e significativo della folk singer inglese Anne Briggs. Burnett & Co lo irrobustiscono ed elettrificano quanto l’autobiografica It Don’t Bother Me di Bert Jansch, suo compagno di ventura, maestro della chitarra acustica e spirito altrettanto libero e indipendente: solo che in questo caso è Alison ad avventurarsi in territori a lei sostanzialmente ignoti.

È la Krauss, amante del ralenti e delle atmosfere dark, a suggerire il procedimento inverso quando si tratta di mettere mano al riff rockeggiante di The Price Of Love degli Everly Brothers (1965) inventandone una versione fluttuante e rarefatta che mette in risalto l’amara disillusione del testo; o di diluire in un arrangiamento jazzy, sensuale e fumoso Trouble With My Lover, b side del 1968 interpretata dalla «dimenticata regina del soul di New Orleans» Betty Harris e scritta dal maestro Allen Toussaint (anche lui, come i fratelli Phil & Don Everly, era già stato rivisitato in Raising Sand). Plant non può che farle da paggio in ballate country e strappalacrime come Going Where The Lonely Go, un Merle Haggard datato primi anni 80; e My Heart Would Know (Hank Williams, inclusa come bonus track nella deluxe edition del Cd) per poi rivendicare il ruolo da protagonista nell’innocente, tenera Searching For My Love, vecchio 45 giri r&b di Bobby Moore & the Rhythm Aces imparato ai tempi in cui, giovane mod, scorrazzava in Lambretta fra i club delle Midlands inglesi facendo sogni di gloria.

Il suono scheletrico, dilatato e semiacustico di certe pagine di Raising Sand riaffiora soprattutto nei funerei folk blues di You Led Me To The Wrong, murder ballad di Ola Belle Reed; e di Last Kind Words Blues, il reperto più antico e misterioso in una scaletta che come sempre evita scorciatoie e sentieri battuti: solo i più seri cultori del genere ricorderanno questo lamento del Delta che porta la firma di Geeshie Wiley, cantante e chitarrista di cui non esistono testimonianze fotografiche e di cui ci restano appena 6 incisioni pubblicate su etichetta Paramount fra il 1930 e il 1931. Sono, quelle, le sonorità arcaiche che Burnett – con la Krauss al seguito – aveva cominciato a rispolverare più di 20 anni fa con la fortunatissima colonna sonora di O Brother, Where Art Thou? (Fratello, dove sei?), controbilanciate dal pulsante cuore rock dell’ossessiva Somebody Was Watching Over Me di Brenda Burns, interpretata anni fa anche da Maria Muldaur e in cui compare ai cori Lucinda Williams.

T Bone Burnett
© Scott Dudelson / Getty Images

Dal repertorio della cantautrice della Louisiana provengono gli altri 2 pezzi in scaletta: il rock blues abbastanza canonico di You Can’t Rule Me, libero riadattamento di un vecchio brano di Memphis Minnie incluso nel suo ultimo album Good Souls, Better Angels, è l’altra bonus track con Plant impegnato a soffiare nell’armonica; mentre una swingante Can’t Let Go (dal suo disco più celebrato, Car Wheels On A Gravel Road) viene proposta in chiave rockabilly, come se fosse il Million Dollar Quartet a inciderla alla Sun Records di Memphis a metà degli anni 50. Funziona benissimo perché Plant, Krauss e Burnett sanno maneggiare le canzoni prendendole da angolazioni diverse e corrono volentieri il rischio di accompagnarle lontano dal luogo e dal contesto originale.

Viaggiando tra il Sud degli Stati Uniti e la Londra dei Sixties, con Raise The Roof hanno costruito un altro jukebox dai suoni caldi e vintage, inducendoci a riscoprire un repertorio prezioso e spesso dimenticato (oltre che i suoi autori e interpreti originali: non un merito da poco). Ascoltatelo e godetevelo, a meno che siate ancora alla disperata, ostinata ricerca del fantasma dei Led Zeppelin.

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