Music

Paolo Bonfanti – Elastic Blues (Rust Records/La Contorsionista)

Le etichette – a volte aiutano, a volte no. Se la vulgata sempre e comunque bollerà Richard Thompson come folk (tralasciando tutto il rock & roll, la new wave, il rock, lo sperimentalismo, il cantaurorato, il punk, il jazz, l’avanguardia e la psichedelica che pervadono la sua musica), anche dovesse infilare dischi di musica elettronica – da noi il sempre poliedrico Paolo Bonfanti dal day one convive, oltre che con quella di “manico della chitarra”, con l’etichetta blues. Niente di male, niente di sbagliato, niente di disonorevole – ma chi metterà su a far girare questo nuovo album resterà non poco spiazzato, fors’anche abboccaperta: Elastic Blues (Rust Records/La Contorsionista) vale 70 minuti di musica dove l’artista genovese trapiantato nel Monferrato dà libero sfogo “a tutto quello che avreste voluto sapere sul Bonfa ma non avete mai osato chiedere”, per parafrasare un celebre cine-titolo. Risultato? Il cosiddetto “disco della vita” – nel frattempo summa di inclinazioni varie & eventuali ma con il timone, nei mari in tempesta dei tempi che corrono, ben puntato di fronte.

Paolo Bonfanti

Ad accompagnarlo troverete la sua più che consolidata band: Nicola Bruno (basso), Alessandro Pelle (batteria) e Roberto Bongianino (fisarmonica), cui lungo i 16 numeri si aggiungono/alternano amici old & new di varia provenienza. Per inciso: il gruppo è una vera machina da guerra in 7 note, come può testimoniare chiunque abbia avuto il piacere di averli visti on stage. La musicianship è di quelle non comuni, specie se si pensa a quello che vi è in giro in Italia di questi tempi, fra imperversante modello reality show e tanti “vicini di casa” più che altro forti dell’arma a doppio taglio dei social network. Sembrava pure che con il Bonfa, con i suoi attuali alleati, avesse raggiunto apogeo con l’eccellente accoppiata studio-live Exile On Backstreets (2013)/Back Home Alive (2014) ma invece no, ecco il colpo gobbo – l’opera che non ti aspetti, che rimescola le carte e tira fuori sorprendenti assi e controassi.

Bonfanti con Nicola Bruno

Già la presentazioni con packaging chic fa intuire che qui le cose sono state fatte alla grande. Il Cd è, invero, accompagnato da un rifinitissimo libro di un’ottantina di pagine con bella grafica (opera di Ivano A. Antonazzo), come pure tanti contenuti: introduzione del noto fotografo/giornalista Guido Harari; lunghe note per penna proprio di Bonfanti che raccontano un po’ la sua storia, con tono divertito quanto vivace; ricordi su collaboratori (menzione speciale per il promoter/musicista sardo Gianluca Dessì) e amici vecchi-nuovi-scomparsi; appunti dettagliati sui brani; immancabili testi con traduzione a fronte; e tanto di vero elastico-braccialetto che serra la confezione. Tutto molto extralusso – a buon diritto. Ma andiamo all’heart of the matter – al cuore della faccenda, insindacabilménte la musica: che qui è trattata con una maestrìa assoluta, gran cocktail di tecnica e di creatività che se fossimo da altre parti anziché ai confini dell’impero, avrebbe ben altra visibilità.

Il musicista genovese con Alessandro Pelle

Elastic Blues parte subito a razzo: Alt!, ossia 7’ e 20’’ strumentali di potenza di fuoco che ti fanno esclamare, mentre sfila l’indecifrabile tiro jamming (CAN? Phish? Grateful Dead? King Crimson?), cosa diavolo hanno in mente il Bonfa e i suoi ragazzacci, fra l’altro accompagnati da qualche Yo Yo Mundi in libera uscita?!??!? Risposta unica, perentoria e inderogabile: grande musica!

The Noise Of Nothing. Non per niente il disco è fatto di blues elastico: brusca franata, solo chitarra acustica del Bonfa e la fisa di Bongianino – ma soprattutto 1 dei pezzi più belli della raccolta, con songwriting diamantino che corre nella wavelenght Fabrizio De André, Claudio Lolli, pure Paul Simon e tanti cantautori d’epoca prog (Michael Chapman, Nick Drake, John Martyn). Bonfanti bluesman? Beh, qui sentirete un cantautore sopraffino. Detto in breve: 1 dei grandi momenti di un lavoro per intero che assicuriamo entusiasmante.

Il bluesman con Roberto Bongianino

Haze. Unica cover – e che rilettura! Bonfa aveva fatto godere con i Grateful Dead nel già citato Back Home Alive, dove trovate la scintillante versione di Franklin’s Tower – qui, con giusta dose di sciccheria, va a scovare forse il pezzo più bello da Bobby & The Midnites (1981), l’esordio dell’omonimo gruppo di Bob Weir con Billy Cobham, Brent Mydland, Matt Kelly e Alphonso Johnson. Calligrafia perfetta nel nome del Morto – e backing group la Bonfanti Band anni 90.

In Love With The Girl. Dopo l’esplosione di colori Dead, le marce scalano con In Love With The Girl: puro American songwriting facilmente accostabile a Steve Earle, a John Mellencamp e a tanto dell’Anthology Of American Folk Music di Harry Smith. Violino agreste che taglia l’aria opera di Annie Staninec.

Unnecessary Activities. Bonfa goes jazz? Eccolo, circondato di sezione fiati e taglio che fa tanto Sun Ra ma pure molto Miles Davis sciamano elettrico chez John McLaughlin. Il violino che sentite è di Lucio Fabbri – il folletto che dai profondi 70s in poi ha abbellito opere dei vari Eugenio Finardi, Claudio Rocchi, Demetrio Stratos, Giorgio Conte, Alberto Camerini, Milva e naturalmente la sua Premiata Forneria Marconi (di cui è ancora componente).

Heartache By Heartache. Titolo country per un numero che più rurale di così si muore: passo flemmatico ma spigoloso che è puro Hank Williams – con tanto di pedal steel guitar che nel milieu tratteggia un mondo old time.

Don’t Complain. Come detto, questo è un album rollercoaster: qui il groove a 1.000 all’ora, non scherziamo, è quello di Walk Like An Egyptian delle Bangles – ma con stordenti siringate di hard rock. Ed è un amarcord: coinvolti sono i marinai della PB Band primi anni 2000, Rosalba Grillo (basso) e quel rasoio di Gabriele Marenco (chitarra).

Paolo Bonfanti Band

Fìn de zugno. Numero in genovese che nel mood non può che evocare i FaberMauro Pagani di Crêuza de mä (1984) – e con Bonfanti che, accompagnato dal quartetto d’archi Alter Echo, racconta di un vecchio episodio che accadde a Genova nel 1960, quando la popolazione insorse contro il Governo Tambroni intento a includere i fascisti nella maggioranza (“vetero, neo o post – sempre fascisti sono” – sostiene l’artista nelle note, giustamente e a monito di quanto passa il convento nel 3° millennio-1° secolo-2° decennio…). Dettaglio: a quella protesta, fra portuali agguerriti e palanche in ogni dove nel cuore di Zena, parteciparono anche madre e padre di Bonfanti. Buon sangue non mente.

We’re Still Around. Per l’occasione si riformano i Big Fat Mama, l’antica gang anni 80 del Bonfa – trionfo dei vecchi tempi, di chi all’orizzonte di fronte a Genova sognava forte il Texas dei Fabulous Thunderbirds, per intendersi.

A o canto. Titolo in genovese per uno strumentale con big band che, di nuovo, pulsa visioni milesdavisiane ma pure certo psychedelic soul sospeso tra Temptations e Isaac Hayes. Il piano elettrico che dà gran atmosfera al tutto è di Aldo De Scalzi, metà del duo Pivio & Aldo De Scalzi.

Hypnosis. Altra oasi acustica – dove la suggestiva partita è condivisa con Giorgio Ravera, che si affianca con la seconda chitarra e loop vari.

I Can’t Find Myself. Al 12° pezzo, voi-che-Paolo-Bonfanti-il-bluesman eccovi accontentati, arrivano le 12 battute: shuffle elettrico con quel distinguibile profumo Amos Garrett (1 degli eroi a seicorde del Bonfa) e cameo all’armonica del compagno di 1.000 battaglie Fabio Treves.

Sciorbì/Sciuscià. Viaggio Piemonte-Occitania-Louisiana one way con fiati come se piovesse e tanto funky groove di Pelle-Bruno nonché ricami perfetti di Bongianino all’accordéon. La chiamavano Dirty Dozen Sampierdarena-Monferrato Brass Band.

Elastic Blues. Di nuovo 12 battute ma contaminate con il mestiere dell’esperienza, quella di chi la sa lunga ma, soprattutto, bene. Atmosfera fusion pulsante e oscura.

Bonfanti (a sinistra) e Bongianino (a destra) con Martino Coppo (Red Wine), Bill Nershi (String Cheese Incident) e altri, Venezia, 2017
© Cico Casartelli

Where Do We Go. “In questo pezzo ho cercato di ispirarmi a Van Morrison, David Crosby ed Ennio Morricone – vanmorricrosby” – non sembri pretenzioso, perché la ballata è davvero magnifica e regala una singolare miscellanea degli artisti evocati dal Bonfa. Altro momento-vertice dell’opera.

Unnecessary Activities (Slight Return). Ultima battuta reprise, con nel titolo occhiolino al voodoo chile Jimi Hendrix, di quello che una volta sarebbe stato un doppio Lp: il tema è virato soul-gospel con tanto di call-and-response a contrappunto di PB che racconta fiero il suo vangelo di musica & parole.

Epilogo. Elastic Blues non è solo un grande album: più di tutto ci sembra un disco importante, quello di chi nei solchi vi ha messo, e non poco, la propria vita – che giusto quest’anno ha toccato i 60 giri tondi intorno al sole. Auguri, caro Paolo Bonfanti. Se non lo avete capito arrivati fin qui, in chiusura ve lo diciamo forte e chiaro: questo è più bel lavoro di artista italiano del 2020, a mani basse. Andate e moltiplicatelo, elasticamente ma senza mai perdere d’occhio le 12 battute.

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