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#allthatjazz: Nils Petter Molvær. Il futuro viene dal Grande Nord

La prima volta che ho visto Nils Petter Molvær dal vivo è stata nel 2008 all’Arena Civica di Milano, in occasione della manifestazione Indeepandance. Prima del concerto abbiamo bevuto insieme una birra chiacchierando amabilmente. Mi ha autografato la copia di Khmer che mi ero portato da casa e si è dimostrato piacevolmente sorpreso che un ragazzo italiano sapesse tutte quelle cose sulla scena musicale norvegese, i suoi protagonisti e i loro meravigliosi lavori discografici. Ricordo che mi ha salutato con un perfetto «Ciao, amico», promettendomi che ci saremmo rivisti al suo ritorno in Italia: cosa che è puntualmente avvenuta a ogni suo concerto.

Il trombettista Nils Petter Molvær

Ma quel concerto in particolare ha instillato in me la sensazione che il mondo del jazz, come lo avevamo conosciuto finora, fosse definitivamente finito; e che qualcosa di affascinante, nuovo e sorprendente era nell’aria. Ma non proveniva da New York, da Harlem, dai ghetti, dagli Stati Uniti, bensì dalle lande artiche del profondo Nord Europa. Un Arcangelo Vichingo che brandiva a mo’ di spada ardente la sua tromba, aveva sconfitto il Diavolo della ripetitività creativa in cui la musica afroamericana era sprofondata grazie a discutibili personaggi quali Wynton Marsalis e i suoi “giovani leoni” agghindati nei loro leccatissimi completi Armani, che nulla avevano a che spartire con la comunità afroamericana dell’epoca. Non è un caso che da allora l’hip hop abbia sostituito in quell’ambito il jazz; e che le novità arrivino dagli angoli più disparati del mondo.

La pubblicazione di Khmer (1998), album rivoluzionario a opera della lungimirante ECM di Manfred Eicher, ha rappresentato un momento cruciale sia nella carriera di Molvær sia nella storia del jazz norvegese ed europeo. Il trombettista si era fatto le ossa e guadagnato un’ottima reputazione suonando coi Masqualero di Jon Christensen e Arild Andersen, con Jon Balke, Sisdel Endresen e Marilyn Mazur. Quando registra il suo 1° album  (Khmer, appunto), è allo zenith del suo momento magico; e il disco si guadagna riconoscimenti in tutto il mondo, vende più di 200.000 copie e tuttora è fra i bestseller della prestigiosa etichetta tedesca. Nonostante i facili accostamenti operati da critici miopi e poco competenti, l’album non ha nulla a che spartire con Miles Davis e le sue sperimentazioni elettroniche. L’apertura verso altri generi musicali, senza pregiudizi e preconcetti; la componente elettrica ed elettronica, derivano piuttosto dall’apertura mentale tipica degli esponenti norvegesi, da sempre inclini a inglobare nelle loro proposte stilemi e istanze provenienti da tutta la musica del mondo. Piuttosto, può vagamente rimandare agli esperimenti di Jon Hassel, ma molto alla lontana, viste l’originalità e l’unicità del messaggio musicale di Nils. Era dall’epoca di Afric Pepperbird di Jan Garbarek che un artista norvegese non saliva alla ribalta in modo così prepotente e travolgente.

Originario di Sula, dove è nato nel 1960, Molvær si avvicina alla musica grazie al padre, sostenitore della brass band della cittadina. Di quell’infanzia, vissuta in un contesto naturalistico mozzafiato tra foreste, montagne, lande ghiacciate e spiagge meravigliose, il primo ricordo è Billie Holiday che intona Summertime. Quando il padre gli chiede quale strumento vorrebbe suonare, dopo aver ascoltato Louis Armstrong risponde: «La tromba». Ed ecco che ancora una volta i Critici Togati della Loggia del Jazz puro vengono zittiti. I nuovi, gli iconoclasti, conoscono alla perfezione la tradizione e la cultura jazzistica, poichè per operare una rivoluzione devi necessariamente conoscere ciò che va tirato giù dal piedistallo. Nils Petter Molvær ricorda sempre che essendo nato a Sula aveva solo 3 possibilità: suonare uno strumento, giocare a pallone o bere smisuratamente. Per fortuna ha scelto la prima opzione. Da allora frequenta personaggi mitici quali Jon Eberson, chitarrista e talent scout infallibile; Jon Balke, con il quale si trasferisce a Oslo ed entra nella band di Andersen e Christensen; Tore Brunborg, amico fraterno e sassofonista meraviglioso; Eivind Aarset, folletto dell’elettronica e della chitarra, oggi N° 1 nel campo della musica sintetica; Jan Bang, manipolatore di effetti e computer; Bugge Wesseltoft, accentratore di talenti e leader in varie formazioni che hanno lasciato un segno indelebile nel jazz.

Come avrete capito, la Nazionale di Jazz norvegese è una All Stars che non ha eguali al mondo. Fondamentale, poi, sarà per Nils l’amicizia con il batterista Audun Kleive, creatore di musica dalla qualità sopraffina: anche techno, territorio a volte distante (mai troppo, a dire il vero) dal jazz, ma pieno di groove e di suggestioni ritmiche ancora da esplorare. Allestisce uno studio di registrazione, ma dopo un periodo di grande attività è costretto a vendere tutto. Si dota così di un Mac, è fra i primi al mondo a interessarsi al suono digitale, forma un trio con Ulf Holand che si occupa di campionamenti e computer; e con Eivind Aarset, alla chitarra ed electronics vari. Si fanno notare a Oslo e in Norvegia, ma la definitiva affermazione avviene quando al Festival di Voss gli viene commissionata una “prima “. E proprio in questa occasione prende forma il progetto Khmer. Però manca un dettaglio di non poco conto: non ha un contratto discografico.

Decide allora di contattare Manfred Eicher, cha già conosce avendo partecipato a diverse registrazioni ECM. L’album è sostanzialmente pronto, ma Eicher gli suggerisce di sostituire alcune parti “sintetiche” con musicisti veri e strumenti analogici. Qui entra in gioco il batterista Rune Arnesen: sarà lui a preparare le tracce ritmiche. Eicher arriva in studio nella fase in cui occorre scegliere la sequenza dei brani: tutto è pronto, mixato, e (pare) definito. Tiene troppo alla riuscita dell’album: vuole e deve sovrintendere alla produzione, curare ogni dettaglio. Arrivati all’ascolto della terza traccia, Access/Song of Sand I, chiede a Ulf Holand se esiste una versione senza tromba: «Gli risposi di sì. Nils Petter mi guardò e urlò: “Senza tromba?”. Manfred rispose: “Rilassati, voglio solo sentirla senza”. Iniziammo ad ascoltarla e a un certo punto Nils Petter chiese: “Non potrebbe entrare qui?”. Manfred ribadì: “Rilassati”. Andammo avanti ancora per qualche minuto, Molvær tornò all’attacco e Manfred lo apostrofò con un “Quella tromba l’ho sentita strillare per 4 minuti. Così ha molto più impatto, vedrai”».

Il produttore discografico Manfred Eicher

Concludendo, la traccia 3 è del tutto priva di assoli di tromba. E con la tromba che è la voce predominante, il brano cambia e per incanto l’intero equilibrio del disco. Ancora oggi Echer è orgoglioso di aver prodotto Khmer, anche se si stupisce come abbia accettato, condiviso e supportato suoni fino ad allora distanti dall’estetica ECM. Denso di sonorità asiatiche. a tratti mediorientali, ha un filo narrativo e drammaturgico impeccabile. Non ci sono cali di tensione, è un’opera compiuta nel senso più ampio del termine. La Norvegia si candida a dettare la prossima rivoluzione e le premesse sono esaltanti. Da allora parecchia acqua è passata sotto i ponti della musica improvvisata e l’elettronica non viene più identificata come qualcosa di naïf. Nils Petter Molvær ha aperto una strada, proprio come fanno i rangers norvegesi quando con le loro motoslitte aprono varchi e tracciano percorsi nelle foreste. Oggi è tutto più accessibile, più fruibile: e il merito va al coraggio e all’ostinazione di musicisti come lui, che hanno saputo prendersi dei rischi nel nome di quella musica che ha in nuce i prodromi del nuovo, dell’inesplorato, del possibile. Apriamo la mente, ne vale davvero la pena.

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