Music

Nick Cave & Warren Ellis – Carnage (Goliath Entertainment)

Finalmente Nick Cave e Warren Ellis giocano a carte scoperte: colonne sonore a parte, ecco che i 2 Bad Seeds con questo Carnage, album dal titolo che rimanda a un gran film del 2011 di Roman Polański con Kate Winslet e Jodie Foster, mettono da parte la band e si presentano come duo – cosa che già molti fan, non del tutto a torto, chiedevano a gran voce da qualche tempo in qua. Nel nostro piccolo, anche noi giochiamo a carte scoperte: l’andazzo Bad Seeds degli ultimi anni, fra concerti un po’ troppo arena rock e a favore di selfie nonché un disco “indigesto” come Ghosteen (2019), detto da opinabilissimi vecchi e appassionati fan che siamo, non era piaciuto per nulla. Tanto più che, senza andar troppo indietro nel tempo, sia Push The Sky Away (2013) sia Skeleton Tree (2016) avevano ampiamente vinto e convinto. È nell’ordine delle cose che l’estimatore, prima o poi, diverga con la strada intrapresa dagli estimati.

Warren Ellis e Nick Cave

Contro ogni (personalissima) previsione, Carnage è tutt’altro che il soporifero seguito di Ghosteen – ma 8 nuove pennellate che rientrano alla perfezione nel loro percorso iniziato oramai 25 anni fa, quando il Dirty Three Ellis si accasò nei Semi Cattivi – e pian piano soppiantato quelli che sembravano pilastri inamovibili, ossia prima Blixa Bargeld e poi Mick Harvey (ai 2 aggiungeremmo anche James Johnston, fra l’altro).

Tutto scritto e registrato nel pieno del lockdown, il duo australiano sembra davvero convinto del risultato, visto come Nick si sbilancia dicendo che «È un lavoro brutale ma bellissimo annidato in una catastrofe comune»; con Warren pronto a fargli eco affermando che «Realizzare Carnage è stato un processo accelerato di intensa creatività – le 8 canzoni erano presenti in una forma o nell’altra nei primi 2 giorni e mezzo».

Ascoltato e riascoltato il tutto, non possiamo che dar loro ragione: Carnage c’è, pulsa grande musica sebbene ispirata alla carneficina mondiale che tutti stiamo inopinatamente vivendo, gioca con cliché noti della coppia e ne aggiunge altri che rendono più ampio il paesaggio. Comunicazione di servizio: l’album è già in tutte le piattaforme streaming e download, legali e illegali; mentre le versioni Lp e Cd saranno disponibili dal 28 maggio 2021.

Hand Of God – Meno male, Ghosteen è alle spalle: Nick Cave rantola leggero evocando Gene Vincent e Alan Vega, Warren Ellis entra tagliente per pochi istanti con il violino ma poi tutto si evolve impossibile in un tribalismo sottotraccia che cuce, simbolicamente, un incontro irrealizzabile fra Peter Gabriel e i Suicide. Irrealizzabile, finora. Mood imposto alla grande.

Old Time – Ancora un tappeto musicale di sottile paranoia che più Suicide di così non si potrebbe. Con stavolta Warren che il violino lo tira fuori per davvero, loose al punto giusto fra Dave Swarbrick e Scarlet Rivera. E quando Nick, fra le parole smozzicate del testo, butta lì “Melting by the motel swimming pool/By The Time I Get To Phoenix on the radio/A moon to my Shooting Star” il mondo Bad Seeds è più che mai nitido e teso seppur a regime minimo, fobìe che vanno da Glen Campbell/Jimmy Webb a Bob Dylan comprese. Uno dei grandi numeri dell’opera.

Carnage – Il pezzo guida porta dritto alle atmosfere di The Boatman’s Call (1997), l’album dove Ellis fece irruzione definitiva nel Seeds world. Una specie di Brompton Oratory ancor più in slow motion e sicuri echoes del Brian Eno ambient dei secondi anni 70. Fra tigre di montagna e aeroporti – e chi vuol intendere, intenda.

White Elephant – “With a gun in my pants full of elephant’s tears/I’d shoot you all for free/If you ever think to come around here I’d shoot in the fuckin’ face/If you think coming around here…“, ossia il Nick Cave con la luna in piena tipo con in testa l’amatissimo scrittore Jim Thompson. E un passo musicale che è pura “angoscia Suicide” – ma non gli Alan Vega & Martin Rev dei primi 2 dischi, in passato già ampiamente citati da Bad Seeds, ma quelli dell’addio alle scene di American Supreme (2002). Sottili differenze. La coda con coro gospel è trascinante e liberatoria. Altro momento top di Carnage.

Albuquerque – Titolo che rimanda al lacerante capolavoro di Neil Young epoca Tonight’s The Night (1975) ma, in verità, gioca con pennellate eteree ancora molto Eno-esque ma che pure non avrebbero sfigurato in Skeleton Tree. Una preghiera di 4 minuti calibrata al millimetro.

Lavender Fields – “People ask me how I changed/ I say it is a singular road“, recita Cave flebile ma fermo. Warren risponde costruendo una circolarità musicale vaporosa con coro fra il gotico e, di nuovo, il gospel.

Shattered Ground – 3° momento top di Carnage, se proprio volessimo contarli. Tutto volutamente trattenuto, con ancora il fantasma di Eno all over, e un evanescente crescendo che conquista, E non si fa peccato a pensarlo, in un futuro più o meno lontano, con un arrangiamento Bad Seeds full on, quando la band tornerà on stage.

Balcony Man – Il pezzo più Brian Eno, sia nell’atmosfera ambient plumbea del prologo sia per come prosegue con le cadenze che resero immortale By This River da Before And After Science (1977). Pura discreet music. Tocchi dell’ex Roxy Music che non sono destinati a restare evocati e chiusi in Carnage – giacché nell’imminente album di Marianne Faithfull con Warren Ellis alla consolle (e Nick Cave ospite), She Walks In Beauty, a far capolino appunto come special guest vi sarà il famoso musicista, teorico e produttore inglese di Suffolk. Chi vivrà, ascolterà.

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