Music

Morrissey – California Son (BMG)

Ditemi chi avrebbe scommesso, diciamo nel 1985 o nel 1993, che Morrissey a un certo punto avrebbe messo insieme un disco fatto di cover per lo più di cantautori se non addirittura di repertorio folk? Ebbene, nel 2019 succede anche questo: benvenuti a California Son, il personale Kicking Against The Pricks (1986) dell’ex cantante degli Smiths. Certo, qui non siamo dalle parti dell’irripetibile scorreria perpetrata 30 e passa anni fa da Nick Cave & The Bad Seeds – ma certamente i fans del vate del grande gruppo di Manchester resteranno piacevolmente sorpresi, udendo tutto ciò.

Ditemi anche che, in caso, un disco del genere non lo attendevate da Johnny Marr, che non ha mai celato un folle amore per Bert Jansch e i Pentangle, per esempio? Amore suggellato, peraltro, da tributi al/collaborazioni con il grande scozzese scomparso. Ennò, è il Moz che gioca di contropiede. Sarà che gli ultimi album li abbiamo sentiti un po’ spompi, il Signor Carne è Omicidio all’alba dei 60 anni (auguri, appena compiuti il 22 maggio) qui riprende fiato con repertorio altrui che, però, spiazza non poco per le scelte. Morrissey ce lo siamo sempre immaginato tutto preso da David Bowie (magari finché non litigarono negli anni 90 – e pure anche di brutto), New York Dolls, Roxy Music, T. Rex, Iggy Pop, dal glam rock in genere; magari anche da Kevin Roland, Orange Juice, Serge Gainsbourg, Scott Walker – e invece no, California Son è tutt’altra pasta. Bob Dylan, Phil Ochs, Buffy Sainte-Marie – che qualche tour fa il Moz volle ad aprire i suoi concerti UK, per lo stupore di molti – Tim Hardin, Carly Simon, Joni Mitchell, Melanie. Con diverse altre sorprese che vedremo a breve.

Moz goes folkie, quindi. Certo, non aspettatelo con l’armonica al collo e con in braccio una Martin, ma molto del repertorio è quello. Arrangiato con quello svagato “wall of sound” un po’ “camp” che lo ha sempre distinto, che peraltro rende particolarmente vitali molti dei brani scelti, California Son contagia facilmente ascolto dopo ascolto – e con l’opera dell’artista inglese non accadeva da tempo. Sentirgli cantare numeri senza compromessi come Only A Pawn In Their Game di Dylan, Suffer The Little Children della Sainte-Marie o Days Of Decision di Ochs; pietre miliari “pointed fingers” con aurea apolitica, come immaginiamo le avrebbe fatte Bowie, ha dei tratti di sfida che accettiamo volentieri – e che l’ex pard di Marr vince magari non per KO ma certamente, per chiaro distacco, ai punti. Forse meno spiazzanti le scelte di alcune delle Signore cui rendere omaggio: sia la “difficile” Don’t Interrupt The Sorrow della Mitchell, sia Wedding Bells Blues della Nyro con ospite, surprise-surprise, Billy Joe Armstrong (Green Day), esaltano il lato sensibile e muliebre del cantante. Il capolavoro dell’album arriva con Lenny’s Tune di Hardin, spettrale dedica a Lenny Bruce: con un “junkie lament” del genere Moz avrebbe potuto fare una figuraccia di quelle dolorose, sulla carta, e invece ci regala una performance a dir poco spettacolare dove la “regina del burlesque”, la morfina e la morte protagoniste della musica-poesia del travagliato Tim rivivono nel Nuovo Millennio come meglio non si potrebbe. Encomiabile anche Some Say (I Got Devil) di Melanie, blues iper-drammatico che qui svela tratti molto Scott Walker, perfetta per la mai sopita vena “baroque” di Moz.

California Son, giusto per non farci scordare che si tratti sempre di Morrissey, svicola dal cliché folk/cantautorale e mette a disposizione altresì momenti più facili da accostare all’ex Smiths, come nientemeno che Morning Star Ship di Jobriath, sorta di Bowie/Bolan yankee noto anche per essere stato il primo rocker dichiaratamente gay a essere messo sotto contratto da una major (morto nei primi anni 80 causa AIDS, fra l’altro); come Loneliness Remembers What Happiness Forgets dei sommi Burt Bacharach/Hal David per voce di Dionne Warwick, proposta con inappuntabile vena pop; oppure come It’s Over del “re del dramma” per antonomasia, Roy Orbison, duetto in compagnia di Laura Pergolizzi aka LP e cesellata da Morrissey con tutto il pathos che si addice a un pezzo del genere. Suggello a un gran bell’album com’è questo California Sonmade in Manchester, per non sbagliare.

Foto: © Monika Stolarska

Share: