Music

Midlake – For The Sake Of Bethel Woods (Bella Union)

Nell’estate del 1969, dopo un viaggio in autostop da Ridgewood, in New Jersey, un ragazzo di 16 anni arrivava al Festival di Woodstock. L’anno dopo si sarebbe riconosciuto nel docufilm girato da Michael Wadleigh, in una carrellata fra il pubblico durante l’esibizione di John Sebastian. Biondo ed estasiato, appare sulla copertina del 5° album dei MidlakeFor The Sake Of Bethel Woods, ricavata da un fotogramma tratto dalla pellicola. E non è un caso: era il padre di Jesse Chandler, tastierista e flautista della band texana di Denton, che anni dopo, trasferita la famiglia proprio da quelle parti, tornò con il figlio sui luoghi del festival, a Bethel Woods, per registrare i suoi ricordi e affidarli, insieme a quelli di tanti altri reduci dei “3 giorni di pace e musica”, al museo che documenta uno degli eventi epocali del secolo scorso. È morto nel 2018, Mr. Chandler, ma è apparso una notte in sogno al figlio lanciandogli un messaggio preciso: “Hey, Jesse, devi rimettere insieme la tua band”.

Midlake

I Midlake, infatti, erano praticamente spariti dai radar, persi tra dubbi e progetti solisti dopo che nel 2013 avevano pubblicato Antiphon, il 1° album senza l’ex frontman Tim Smith sostituito in quel ruolo dall’altro chitarrista Eric Pulido. Nel 2019 erano finalmente pronti a togliersi la polvere di dosso e a rimettersi a fare musica insieme, anche se il Covid-19 ne ha poi rallentato i programmi: e quella foto riprodotta sulla busta e nell’interno di For The Sake Of Bethel Woods, come spiega Chandler, ne rappresenta bene il rinnovato spirito, sintetizzando in un frame congelato nel tempo «cosa significhi trovarsi nel bel mezzo di un’adolescenza fugace e impressionabile e come essa possa essere condizionata dalla magia della musica, della pace, dell’amore e della comunione, consapevolmente o no».

Un analogo fremito, e un desiderio di condivisione, calore e amicizia ispira gran parte dell’album e anche il titolo della prima canzone, Commune: una ballata acustica e sognante che in meno di 1 minuto ne introduce il tono generale celebrando la potenza del ricordo di un passato idealizzato, la volontà di rinsaldare affetti e legami dopo essere rimasti lontani e isolati troppo a lungo.

Subito dopo Bethel Woods, che dell’album è l’architrave, canta il ritorno «a un tempo e a un luogo dove una volta si ergeva la pace», descrivendo lo stato d’animo inquieto ma risoluto di un uomo pronto ad abbandonare abitudini consolidate per cercare altrove, famiglia al seguito, un nuovo mondo. Non aspettatevi di sentire Sebastian o i Jefferson Airplane, Jimi Hendrix o Crosby, Stills, Nash & Young. Per quanto consapevoli e rispettosi del passato, i Midlake non sono mai stati un gruppo revivalista in senso stretto e questa volta, in particolare, non hanno alcuna intenzione di ricreare sotto vetro un sound modellato e definito più di 50 anni fa: la ritmica incalzante, l’atmosfera vagamente nervosa e il riff pianistico insistente di Bethel Woods li pongono anzi in un orizzonte difficilmente definibile, sospeso tra passato, presente e futuro.

È la cifra stilistica di tutto l’album, anche se un altro dei pezzi forti, Feast Of Carion, tra moog, flauti e chitarre e un drastico cambio di tempo a metà brano profuma indubbiamente di fine 60 e inizi 70, sospeso tra radioso sunshine pop californiano e la brumosa Inghilterra progressive, con una 6 corde che ricorda Steve Hackett o Robert Fripp nei suoi momenti più lirici e melodici.

Jesse Chandler

La voce sussurrata, piana e un po’ malinconica di Pulido è la costante che lega canzoni dalla produzione ricca, sofisticata e stratificata (John Congleton) in cui chitarre e tastiere si impastano spesso tra di loro muovendosi tra estasi pastorali e turbamenti contemporanei, soft e folk rock dai colori tenui e ritmi battenti, a volte meccanici e ossessivi (Dawning) non sempre trovando un centro di gravità ma gratificando l’ascoltatore nei momenti migliori. La psichedelia incrocia l’indie rock e persino la new wave tra gli arpeggi ripetitivi, le aperture melodiche, il crescendo e le suggestioni orientali di Glistening o nell’incedere risoluto di Exile, dove rimbalzano echi, feedback, note spettrali e tremolanti rifrazioni sonore.

In pezzi onirici e sospesi come la toccante Noble, che Pulido dedica al piccolo bimbo del batterista McKenzie Smith affetto da una rara disfunzione cerebrale, la pianistica The End o la conclusiva Of Desire (un invito a lasciarsi andare e a non incaponirsi nel cercare di tenere sotto controllo ogni aspetto della propria esistenza) i Midlake sembrano avvicinarsi invece ai mondi sonori di Bon Iver e del camaleontico Father John Misty, sfuggito anche lui ai codici folk rock della sua prima band (i Fleet Foxes) per cercare strade alternative d’espressione, mentre viaggiano a un ritmo più sostenuto Gone, trascinata da un walking bass ed effetti elettronici e Meanwhile…, il pezzo più accattivante e orecchiabile in cui qualcuno ha scorto l’impronta degli E.L.O. di Jeff Lynne.

Eric Pulido

Valgono ancora, tutto sommato, le parole con cui le note di presentazione della casa discografica descrivono The Trials Of Van Occupanther, il classico riconosciuto dei Midlake datato 2006 e ambientato “da qualche parte tra il 1871, il 1971 e un momento fuori dal tempo”: anche se il linguaggio, i codici e gli strumenti continuano a cambiare e il passato, stavolta, è più spesso un paesaggio mentale che sonoro. Se avranno la forza e la convinzione per continuare, For The Sake Of Bethel Woods ci apparirà in retrospettiva come la loro ancora di salvezza: camminare tra i boschi di Bethel rievocando le vibrazioni della Woodstock Nation non ha forse chiarito perfettamente la strada da seguire, ma ha portato ossigeno nei polmoni e un nuovo senso alla loro musica.

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