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Little Feat – Electrif Lycanthrope (Rhino)

Quando il 19 settembre del 1974 i Little Feat varcano la soglia degli Ultrasonic Studios di Hempstead, nello stato di New York, per una live session davanti a una piccola platea di fortunati trasmessa per radio dall’emittente locale WLIR-FM 92.7, sono una band sopravvissuta alla tempesta. Salvata dal naufragio da un 4° album da poco meno di 1 mese nei negozi, Feats Don’t Fail Me Now, che per la prima volta incassa vendite significative (150.000 copie nella sola settimana di uscita) e si affaccia nella Top 40 di Billboard.

Divorato da uno stile di vita disordinato che ne prosciuga le energie e ne intacca la lucidità mentale, già da qualche tempo il comandante in capo Lowell George – geniale cantante e chitarrista cresciuto alla corte di Frank Zappa – aveva cominciato a lasciare ampio spazio agli altri 2 scalpitanti autori del gruppo, il tastierista Bill Payne e il chitarrista Paul Barrere, mentre continuava a litigare con il vecchio amico e batterista Richie Hayward, prima espulso e poi riammesso nei ranghi della formazione a 6 che aveva esordito l’anno prima con Dixie Chicken.  «Il fatto è che non eravamo Bruce Springsteen & The E Street Band o Bob Seger & The Silver Bullets. Eravamo un vero gruppo», si affrettava a spiegare Payne, che alla “musica da pelle di lucertola” dei Feat, come la chiamava l’ex Kaleidoscope Chris Darrow, cominciava in quei giorni ad aggiungere una dose di jazz fusion con contaminazioni progressive indigesta al pur bulimico Lowell.

Little Feat

Lo evidenziano la struttura complessa e l’assolo di synth di The Fan, il pezzo che apre Electrif Lycanthrope: un bootleg leggendario che la Rhino ha riesumato e restaurato distribuendolo per la prima volta – e in forma integrale – sul mercato discografico ufficiale in occasione del Black Friday/Record Store Day del 26 novembre scorso, sotto forma di doppio Lp o Cd a tiratura limitata, almeno per ora di difficile reperibilità in quanto destinati al solo mercato statunitense. Meriterebbe invece di essere ascoltato da un pubblico vasto perché Kevin Gray, fonico supremo e di fama mondiale, ha lavorato splendidamente sui master originali utilizzati per la messa in onda innestando il turbo a una performance di per sé esplosiva: degna di quelle incluse 3 anni dopo nel doppio Waiting For Columbus anche se decisamente più cruda e all’impronta, senza accorti rimissaggi o i suoni scintillanti della sezione fiati dei Tower Of Power.

È un ritratto senza filtri, una polaroid con tutti i piccoli difetti delle session radiofoniche: false partenze, chiacchiericcio di studio, pezzi talvolta ripetuti, ambiente claustrofobico che non mette subito a loro agio i musicisti. Ma che condensa perfettamente lo spirito ribelle e le bizzarre alchimìe di una band che non assomigliava a nessun’altra: capace di produrre una musica evoluta, raffinata ma al tempo stesso sporca di terra e di grasso; surreale e ricca di humour come un cartoon; licantropi elettrici e cani lupo con corna d’alce e una ghirlanda di fiori hawaiana intorno al collo, come nell’illustrazione di copertina ripresa da un celebre disegno del grafico di fiducia, Neon Park. Un “mosaico incrinato”, la definiva Lowell, che proiettava e deformava la musica roots del Sud degli Stati Uniti nell’ottica cinica, smaliziata e metropolitana di Los Angeles.

Lowell George
© Michael Ochs Archives/Getty Images

Macinavano senza sosta blues, boogie, r&b e New Orleans Sound, i Little Feat, soprattutto dopo che in formazione erano entrati un bassista e un percussionista cresciuti nella Crescent City, Kenny Gradney e Sam Clayton: insieme ad Hayward, il batterista che faceva ammattire George perché non suonava mai 2 volte 1 pezzo allo stesso modo, erano una sezione ritmica da sogno: pistoni che pompavano come una second line da Parata di Carnevale, ma con il tiro e l’aggressività del funk e del rock and roll. Qui imprimono un andamento pigro e ondeggiante alla ipnotica On Your Way Down, pezzo firmato dal Maestro neorleansiano Allen Toussaint su cui dialogano fittamente organo e chitarre. Generano un groove irresistibile nel medley tra Spanish Moon, Skin It Back e Fat Man In The Bathtub: storie torride di droga, di sesso e di bordelli dove includono una citazione lampo di Funky Broadway di Wilson Pickett. Assecondano le sincopi inusuali ideate da Lowell per Rock And Roll Doctor (proposta in 2 versioni), ode a un immaginario dottore dell’anima pronto a curare chiunque ami “il country con un beat boogie” che George tratteggia con la sua inimitabile tecnica slide, note tirate e prolungate all’inverosimile in funzione di sostegno e non solo di strumento solista.

La stessa benzina truccata alimenta le 2 versioni di Oh Atlanta: Payne l’aveva composta in risposta a una provocazione di George, che lo aveva sfidato a scrivere una hit; non diventò un singolo di successo ma resta uno dei pezzi più trascinanti, immediati e amati dal pubblico dei Feat, perfetto per scaldare i muscoli prima di chiedere ai tecnici di abbassare le luci “per creare più atmosfera” e lanciarsi in Two Trains, 2 sbuffanti treni a vapore che rotolano sui binari del boogie blues. Poi arriva il momento dell’inevitabile Willin’, road song impareggiabile e inno dei camionisti che corrono sulle highways tra neve e pioggia, da Tucson a Tucumcari, da Tehachapi a Tonapah, disposti a portare fumo e immigrati di frodo dal confine messicano in cambio d’erba, vino e polvere bianca. È il biglietto da visita di Lowell: la sua canzone manifesto, una ballata indolente e romantica qui ancora più stropicciata che nelle 2 versioni di studio e in quella da antologia contenuta in Waiting For Columbus, il pianoforte di Payne trattenuto in un assolo più dimesso e dolente.

Paul Barrere e Lowell George, Auditorium Theatre, Chicago, novembre 1974
© David Slania. All rights reserved

Altrettanto torpida e strascicata, Sailin’ Shoes è un altro pezzo da 90 del 1° repertorio in cui si canta di piante di coca e di una battuta di pesca sulle rive del Mississippi; un bluesaccio folkeggiante ad andamento lento prima che la macchina si rimetta a viaggiare a tavoletta nel medley finale in cui tra Cold, Cold, Cold e Tripe Face Boogie si incunea Dixie Chicken, la slide che glissa su note acutissime mentre Lowell racconta la storia dei tanti cuori solitari sedotti e abbandonati da una pollastrella di Memphis. Rappresentazione scherzosa e fumettistica di quelle storie quotidiane di cui i Feat erano allora protagonisti diretti o testimoni, consumate nei bar e nei motel fra un concerto e l’altro. Momenti di quella arruffata vita da strada che meno di 5 anni dopo si sarebbe portata via George, morto d’infarto a soli 34 anni in una stanza d’albergo in Virginia dopo un’esistenza bruciata con troppa voracità. Gli altri sarebbero andati avanti (e sono ancora in giro, con una formazione rimaneggiata dopo le morti di Hayward e Barrere), nobili e instancabili guerrieri che mai più sarebbero riusciti a far ruggire in quel modo il rombante motore della loro fuoriserie. Un propulsore che girava a pieno regime in Electrif Lycanthrope, quando Lowell cantava e suonava la slide e i Little Feat, come disse una volta Al Kooper, erano «una band con un piede su Marte».

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