Music

Leo Kottke & Mike Gordon (Phish) – Noon (ATO Records)

Non fosse che Trey Anastasio ha inciso dischi come Surrender To The Air (1996) e, soprattutto, il magnifico Paper Wheels (2015), saremmo pronti a puntare tutto quello che abbiamo su Mike Gordon come miglior discografia solista di 1 fra i 4 Phish. E nella discografia del bassista/cantante vi è un sottotipo condiviso con 1 fra i pluri-decennali grandissimi della chitarra acustica, Leo Kottke – che con questo Noon giunge al 3° capitolo.

La sorpresa di vederli insieme in Clone (2002) fu molta – e vederli raddoppiare con Sixty Six Steps (2005) fu giusto la conferma della bontà di un incontro riuscitissimo. In verità, Gordon in un paio di interviste rilasciate negli anni ha anche affermato una certa bizzarrìa nell’avere a che fare con Kottke: gli incontri pare che spesso siano stati all’insegna del mutismo e anche i meri tentativi di comunicare via social/chat con il signor Leo siano sovente andati a vuoto. Il genio, specie quello che è stato accostato a John Fahey, William Ackerman e Robbie Bashō, ha i suoi codici, i suoi tempi e la propria lingua – il Phish si è giustamente adattato.

Leo Kottke e Mike Gordon

Noon segue il solco dei 2 precedenti lavori – ossia è un album che avvolge, rilassa e fa viaggiare in frequenze diverse grazie a 2 musicisti semplicemente di un altro livello. Anima e tecnica in giusto equilibrio, dove le trame sonore a più strati non sono un semplice esercizio di stile ma una perfetta aderenza al concetto di Cosmic American Music. Il principio della spugna che assorbe tutto. Fra l’altro, è bene sottolineare che Jon Fishman, il batterista dei Phish, appare in quasi metà dell’opera a dare ancor più ritmo e tocco far out.

Già l’introduttiva Flat Top, strumentale opera di Kottke, mostra subito classe e creatività: costruzione dispari ma a proprio modo rotonda, piccolo bolero per strings che i 2 riempiono con la loro tecnica sopraffina. In risposta Gordon butta lì la splendida I Am Random, avvolgente numero che profuma di Grateful Dead fin dalle prime note e che cresce fra ritmo funk e voci che si confondono in un vortice benevolo. Per usare un’iperbole, la coppia sembra voler mantenere in equilibrio un materasso sopra una bottiglia di vino – e il bello è che vi riescono alla grande: vedi come se la spassano e fanno godere in The Only One, Ants, From The Cradle To The Grave, Sheets e Peel.

Nulla è lasciato al caso in Noon, vedi anche la scelta delle cover: Prima tocca Eight Miles High dei Byrds, turbinìo di rock psichedelico portato alle radici, fra jamming e bluegrass sui generis – con tocchi oscuri per via della voce roca di Kottke. Non sorprende, infine, di trovare 1 dei grandi singoli 80s di Prince, quella Alphabet St. gemella di Sign O’ The Times che illuminava Lovesexy (1988): Gordon la destruttura con passo sornione e fintamente dinoccolato, roba seducente di chi la sa lunga nel saper giocare con la musica a piacimento. Un po’ come tutto Noon, brillante come il sole di mezzogiorno in un giorno terso, è lì a spiegare per una quarantina di minuti.

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