Music

Johnny Cash – Johnny Cash And The Royal Philharmonic Orchestra (Columbia/Legacy/Sony Music)

I nostri eroi muoiono e, ahiloro/ahinoi, spesso diventano delle “industrie del postumo”. È capitato con Jimi Hendrix, 1° fra tutti. Poi è toccato vederlo accadere con i vari Elvis Presley, John Lennon, Freddie Mercury e David Bowie – giusto per far qualche esempio. Ed è ovviamente capitato con l’Uomo in Nero, Johnny Cash. Che manca, e pure molto, da quando nel 2003 oramai fragilissimo se ne andò, siamo certi, a cercare nella vita eterna la sua June Carter. Qui, nella material life, gli eredi, 1° fra tutti il figlio John Carter Cash, hanno gestito il tutto come si fa con il migliore dei brand: boxset, album postumi, documentari come se piovesse, concerti tributo a cadenza regolare, official merchandising sempre rinnovato, fino al gran film Walk The Line (2006) che si meritò ben 5 nomination agli Oscar (una sola statuetta vinta ma importante: Reese Witherspoon per miglior attrice protagonista) e la bellezza di 187.000.000 di $$$ al botteghino. Insomma, Johnny Cash tira sempre e comunque.

Adesso tocca al disco orchestrale – ossia prendere le tracce vocali originali e costruirvi intorno un’impalcatura classica. Benvenuti a Johnny Cash And The Royal Philharmonic Orchestra. Fra l’altro la filarmonica fondata da Sir Thomas Beecham nel 1946 per dar lustro alla storica Cadogan Hall, una delle sale concerti londinesi più belle, non è nuova a operazioni del genere: Queen, Buddy Holly, Carpenters, John Barry (la Royal Philharmonic era l’orchestra che il compositore usava per i temi di 007 – e non solo…), Rod Stewart, i film Disney, Aretha Franklin, Elvis Presley, le carole natalizie più celebri, Beach Boys, Coldplay, Roy Orbison, Cilla Black, U2, Genesis e diversi altri hanno subito-goduto del trattamento della RPO. Qui i produttori Nick Patrick e Don Reedman fanno le cose in grande, a cominciare che il tutto è stato registrato nei famosi studi di Abbey Road, quelli resi immortali dai Beatles e dai Pink Floyd per intendersi. Risultato? Tronfio e piacevole nel contempo. Semplicemente è nella natura stessa di queste operazioni essere pacchiane e auliche nello stesso istante.

In soccorso dell’operazione giunge Jimmy Webb, cantautore amatissimo da Cash, che nelle note spiega cosa egli ne pensi della sua Highwayman: “Adoro quella registrazione originale degli Highwaymen. Io stesso, come arrangiatore, spesso mi sono chiesto come avrebbe potuto suonare se Johnny Cash e i suoi tre compagni di band avessero avuto un’orchestra alle spalle. L’intrepido e preciso Don Reedman ha posto fine alle mie domande: con la Royal Philharmonic Orchestra a supporto suona in modo spettacolare. La produzione è fantastica e dà nuova vita a questa canzone che è ancora amatissima“. In effetti, Johnny e i 3 compagni – Waylon Jennings, Kris Kristofferson e Willie Nelson – senza muovere un dito sono perfettamente calati nell’atmosfera epica che la filarmonica conferisce al loro successo anni 80 by Webb. Stessa cosa si può dire del leggendario incontro fra Cash e il discepolo Bob Dylan, ai tempi di Nashville Skyline (1969): questa versione di Girl From The North Country with orchestra, chissà perché, la vedremmo molto bene nei titoli di un eventuale film di Clint Eastwood.

Johnny Cash con Bob Dylan al Johnny Cash Show, 1969

Al netto di scelte scontate e obbligate, come la presenza delle inevitabili I Walk The Line, Ring Of Fire e Man In Black, bisogna dar atto a Johnny Cash And The Royal Philharmonic Orchestra di giocare anche con un repertorio non abusatissimo. Vedi Farther Along con pure la riconoscibilissima chitarra di Duane Eddy, special guest chiamata per l’occasione (in pochi sanno che morto nel 1968 il suo storico chitarrista Luther Perkins, JC pensò proprio a Duane come rimpiazzo – che declinò…); il duetto palpitante con June in The Loving Gift, in origine incisa nel magnifico Any Old Wind That Blows (1973); la misconosciuta Galway Bay, tratta dal gran album di inediti Bootleg Vol I/Personal File (2006); il gospel (immancabile con Johnny di mezzo) I Came To Believe; The Gambler, la signature song di Kenny Rogers ma che anche Cash fece suo verso fine 70s, qui in una versione perfettamente arrangiata fra country & western e tiro soundtrack che è forse la cosa migliore dell’operazione maquillage cui siamo al cospetto; fino a Flesh And Blood, fra il paludato e il biblico. Piccola annotazione: peccato che non siano state considerate le registrazioni con Rick Rubin, quelle dei dischi finali dell’uomo di Dyess, Arkansas; i pezzi vergati Sting (I Hung My Head), Nine Inch Nails (Hurt), Eagles (Desperado), Nick Cave & The Bad Seeds (The Mercy Seat) o un originale come The Man Comes Around nell’idea di quest’album, immaginiamo, non avrebbero sfigurato in nulla.

L’american country singer con la moglie June Carter, Londra, 3 maggio 1968
© Ley, Charlie/Mirrorpix/Mirrorpix via Getty Images

Quasi d’obbligo lasciare l’ultima parola al figliolo John Carter, che si spiega così: “Mio padre era in qualche modo un’orchestra a sé stante. Il suo timbro profondo e ricco si prestava alla risonanza dei corni e del violoncello francesi. La sua profondità di tono e la sua intonazione perfetta era come se fossero state una sinfonia diretta magistralmente. Se fosse qui oggi e avesse deciso di cercare un’orchestra che lo supportasse, la Royal Philharmonic Orchestra sarebbe stata la sua scelta. Ricordo quando mio padre mi introdusse alla RPO. Avevo circa dieci anni. Io e lui siamo andati a vedere tre film della saga di James Bond a un cine-festival a New York. Quando è iniziato il tema di Goldfinger, si è avvicinato a me sussurrando “Questa è l’orchestra migliore del mondo, piccolo. Questa è la Royal Philharmonic”. Conosceva la musica della RPO – e l’ha rispettata per tutta la vita. So che mio padre sarebbe stato enormemente entusiasta di vedere questo nuovo album diventare realtà“. Fino al prossimo sfruttamento del brand Johnny Cash.

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