Music

Swamp Dogg – Sorry I Couldn’t Make It (w/John Prine) (Joyful Noise Recordings)

Era il 1971 e John Prine, dopo che Kris Kristofferson ne tessé le lodi ovunque potesse, esordì con l’omonimo album prodotto da Arifle miglior orecchie in cittàMardin. Un disco che è rimasto un vero landmark del cantautorato americano, il cui diamante assoluto era il brano Sam Stone, storia di un reduce dal Vietnam decorato per meriti di guerra che finisce morto e sepolto causa eroina (e società indifferente). Un pezzo che ha fatto epoca e che ebbe una cover a dir poco clamorosa grazie a Jerry Williams Jr. aka Swamp Dogg, con Al Green, Isaac Hayes e Sly Stone uno dei maghi assoluti della black music emersa al crocevia anni 60-70 – il quale ne immortalò la propria versione in Cuffed, Collared, Tagged & Gassed (1972), forse il suo album più amato. Tolte Angel From Montgomery in mano a Bonnie Raitt e Speed Of The Sound Of Loneliness in quelle degli Alabama 3 (i Sopranos-dipendenti sanno di cosa stiamo parlando…), resta quella la più alta ebbrezza “da classifica” di Prine, nonostante il culto degli anni a seguire e l’incondizionata stima di colleghi dal nome molto pesante quali Bob Dylan, Johnny Cash, Bruce Springsteen, John Mellencamp, My Morning Jacket, Tom Petty e addirittura Pink Floyd (ricordiamo che Sam Stone ispirò la melodia di The Post War Dream da The Final Cut del 1983, l’ultimo album di Roger Waters con il gruppo di Cambridge).

Bene. Adesso il cerchio si chiude. Swamp Dogg torna con questo bellissimo lavoro che è Sorry You Couldn’t Make It, prodotto da Ryan Olson dei Poliça, dove al suo fianco, fra chitarra in tutto l’album e “supporto morale”, vi è nientemeno che Justin Vernon aka Bon Iver – ma soprattutto dove Swamp Dogg ritrova proprio John Prine, con cui duetta in ben 2 brani che molto probabilmente sono le ultime incisioni del cantautore dell’Illinois scomparso pochi giorni or sono causa coronavirus. Il 1° è Memories, bell’esercizio dove black e white si sciolgono alla perfezione in un cosmic country lieve ma travolgente. Ma è in Please Let Me Go Round Again che i 2 si superano: soul ballad di quelle sornione, dal passo lento ma che ammanta, dove la voce grave, consunta di Prine e quella capace di tutto di Williams sono un vero sollazzo per le orecchie, l’anima e il cuore. Letteralmente ko, siamo.

Il duo Olson-Vernon, peraltro, era già presente nel precedente lavoro di Swamp Dogg, l’eccellente Love, Loss, And Auto-Tune (2018), al di là dei momenti-Prine è perfetto nell’assecondare il venerabile ex vice di Jerry Wexler all’Atlantic. Più che altro sembra proprio che siano nel disco a imparare “come si fa“, piuttosto che ampliare il curriculum – come fanno in molti delle nuove generazioni alla corte di qualche nome con passato glorioso. Per esempio, in Family Pain, fra gli standout dell’opera, con ospite il consorte di Beth Orton, Sam Amidon: Swamp Dogg, durissimo nel testo che tratta di crack ed emarginazione, ti fa annusare la real thing fra James Brown e Sly Stone come nessun altro al giorno d’oggi. Attenzione: non è revival, è qui & adesso. Oppure in Sleeping Without You Is A Dragg, con ospite ai contrappunti vocali il gioiellino Jenny Lewis, ballata di classe che ti vien solo voglia di sentirla again and again. Detto in breve: il Cagnaccio di Palude, classe 1942, non perde un colpo che sia uno. Attenti che morde nel profondo.

Foto: Swamp Dogg & John Prine

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