Music

Gordon Lightfoot – Solo (WEA)

2020, in appena 3 mesi le sorprese sono belle consistenti. Una guerra mondiale sfiorata. Un’assiomatica pandemia globale in piena deflagrazione. E quello che in pochi ancora speravano: un nuovo album di Gordon Lightfoot, il grande cantautore canadese per il quale a novembre scoccheranno le 82 primavere. Ma succede anche questo: accomodatevi e benvenuti a Solo, il 1° disco in svariati lustri dal gioiellino Harmony (2004), che sembrava il suggello definitivo a una carriera maiuscola e immacolata.

Gord, noto per dischi arrangiati-cesellati come farebbe il migliore degli orafi, questa volta va in direzione contraria – almeno per i suoi standard. Solo presenta l’artista armato giusto della sua sommessa voce, della sua Martin e di una decina di composizioni inedite. No frills, come dicono nelle ex colonie di Sua Maestà la Regina – niente fronzoli, come diciamo noi. Qualcuno potrebbe tirare in ballo Nebraska (1982) di Bruce Springsteen: per noi non ha nulla a che vedere, giacché quello era un disco acustico in totale solitudine ma musicalmente molto pensato, rifinito, tutt’altro che “buona la prima” come vuole la vulgata. Potremmo azzardare che questo sia un approccio primitivista alla sua arte, peraltro non sconosciuto a qualcun altro dei suoi colleghi, tipo il Bob Dylan di Another Side Of Bob Dylan (1964); oppure il Neil Young della side acustica di Rust Never Sleeps (1979) e soprattutto quello del postumo e rivelatorio Hitchhiker (2017 – ma registrato in un dì nel 1976).

Senonché, ascoltato l’album, con Solo non siamo così convinti del risultato. Ci spieghiamo. Lightfoot opta per questo effetto loose, e va benissimo. Il problema sono le canzoni: perché se da una parte tutto sembra buttato lì o quasi, come se fosse la prima prova di questi brani, poco più che strimpellati; dall’altra scordatevi di avere a che fare con capolavori come Softly, Early Morning Rain, Sundown, If You Could Read My Mind o (highlight di una vita) Shadows, giusto per evocare qualcuno dei suoi classici – che avremmo adorato anche in versione meramente demo. Forse siamo precipitosi, magari bisognerebbe dare tempo al tempo. Ma l’album esce adesso – e appunto è adesso che bisogna essere onesti, nell’esprimere le proprie opinioni.

Solo è un disco nuovo, ma nel contempo non lo è. Già, perché come svelano le note che l’accompagnano, le canzoni furono scritte di getto appena dopo che, oramai quasi una ventina di anni fa, Lightfoot se la vide brutta con un aneurisma e conseguente coma. Appena tornato in forma accettabile quei brani gli uscirono di getto e li incise, senza poi farvi più nulla – accantonandoli in favore di quelli pubblicati nel già citato Harmony. Ma ecco che recentemente il materiale all’epoca archiviato gli è tornato in mano e di qui il lampo di riprenderlo, rimaneggiarlo ex novo e regalarlo al mondo. Pronto. Siccome Gordon Lightfoot è uno dei veri grandi, non ci permetteremmo mai di prendere sottogamba qualsiasi sua mossa – ed è per questo che Solo lo abbiamo ascoltato e riascoltato più volte, con inalterata smania di capire, sebbene di soddisfazione ne abbiamo tratta poca.

Qualcosa di buono lo scorgiamo anche, per la verità – ma nulla che sia paragonabile all’inesauribile gloria dei suoi classici lavori. Qualcosa tipo The Laughter We Seek, con vago rimando melodico e di delivering al suo magnum opus The Wreck Of The Edmund Fitzgerald; Oh So Sweet, ritorno alle radici tipiche del Lightfoot più folkie dei 60s; o, ancora, la conclusiva Why Not Give It A Try, che accidentalmente rispetto a quanto il mondo sta vivendo, raccomanda di “voglio giusto stare a casa“, con tanto di fischiettìo fioco che conduce al commiato. Il pezzo più bello pare essere Return Into Dust, che se isolato dal resto regala sincera emozione, non fosse altro che la performance è accurata e non lasciata alla vaghezza di pressappoco tutto il resto dell’album. Comunque sia, a un incondizionato Maestro come Gordon Lightfoot bisogna dire “grazie” per tutto quello che ci ha regalato in questi 6 decenni di attività musicale. Lasso di tempo tutt’altro che passato invano.

Foto: Gordon Lightfoot con Johnny Cash

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