Music

I’ll Be Your Mirror / A Tribute to The Velvet Underground & Nico (Verve)

Basta davvero poco a descrivere l’album più sotterraneo fra tutti gli album sotterranei. La banana, anzitutto, con quel “peel slowly and see” accanto. E in basso, Andy Warhol stampato in corsivo. Proprio lui, che una sera di dicembre del 1965 si gode nella penombra del Café Bizarre le aspre delizie di Lou Reed (voce, chitarra solista), John Cale (voce, viola elettrica, pianoforte, basso), Maureen Tucker (batteria) e Sterling Morrison (chitarra ritmica, basso).

Mentre a San Francisco perfino i sassi sbocciano nella Summer of Love, il 12 marzo 1967, a New York, sbuca fuori dal sottosuolo The Velvet Underground & Nico (altrimenti noto come Banana Album), benedetto e prodotto da AW, con Christa Paffgen/Nico ad aggiungersi ai 4 ma solo per questo Lp. Nelle 11 tracce si suona e si canta, chiaro e tondo, che a NY non potrà mai esserci alcun Flower Power bensì overdosi d’eroina, nichilismo intellettuale, musica che si specchia nell’arte. E che vadano tutti a farsi fottere, gli hippies.

The Velvet Underground: Lou Reed, Sterling Morrison, John Cale, Nico, Maureen Tucker

“The Velvet Underground & Nico came out when I was 7 (…) I first saw Lou Reed perform solo in St. Louis at the Fox Theater when I was 18; and then John Cale solo with Deerfrance at the Georgia Theatre in Athens when I was 20 (…) The Velvet Underground & Nico remains steadfast in my top 3 favorite albums of all time”.

È Michael Stipe ad annotare passo dopo passo la propria devozione per i Velvet Underground – che lo aveva già portato, insieme ai R.E.M., a incidere le cover di There She Goes Again, Pale Blue Eyes, Femme Fatale e After Hours – nell’introduzione all’interno di I’ll Be Your Mirror / A Tribute to The Velvet Underground & Nico che lo vede rivisitare da par suo Sunday Morning.

Gli altri 10 “atti” del debutto velvettiano che ebbe l’audacia e la sfrontatezza di ridefinire a colpi avanguardistici i contorni del rock & roll scandendo nero su bianco il concetto di alternative rock e gettando le basi del punk, del grunge e di tutti gli altri movimenti sotterranei, vedono in azione (creativa, spirituale, motivazionale, ideologica) Matt Berninger, Sharon Van Etten, Andrew Bird & Lucius, Kurt Vile & The Violators, St. Vincent, Thurston Moore, Bobby Gillespie, King Princess, Courtney Barnett, Fontaines D.C., Iggy Pop & Matt Sweeney.

Michael Stipe
© David Belisle

Ideato nel 2017, questo è l’ultimo album supervisionato e prodotto da Hal Willner (1956-2020), l’artefice di capolavori come Amarcord Nino Rota (1981), That’s The Way I Feel Now: A Tribute To Thelonious Monk (1984), Lost In The Stars: The Music Of Kurt Weill (1985), Stay Awake: Various Interpretations Of Music From Vintage Disney Films (1988), Weird Nightmare: Meditations On Mingus (1992), September Songs: The Music Of Kurt Weill (1995), Rogue’s Gallery: Pirate Ballads, Sea Songs, And Chanteys (2006) e AngelHeaded Hipster: The Songs Of Marc Bolan & T. Rex (2020). Willner è stato l’amico più fraterno di Lou Reed nonché il suo produttore discografico dal 2000 di Ecstasy fino al 2011 di Lulu (intestato Lou Reed & Metallica), passando per The Raven (2003) e Hudson River Wind Meditations (2007). La primissima collaborazione fra i 2, però, risale al 1985 quando Lou interpretò September Song per Lost in the Stars: The Music of Kurt Weill.

Sunday Morning, dicevo poc’anzi. Affidato all’inconfondibile maestrìa interpretativa di Michael Stipe, l’atmosferico, riverberato, carezzevole prologo di The Velvet Underground & Nico trae la propria linfa da un colpo di genio: il giro di basso, tale e quale, di Walk On The Wild Side. Ferrosa, potente, colma di clangori percussivi è invece Waiting For The Man affidata a Matt Berninger, il frontman dei The National; mentre nelle mani di Sharon Van Etten, cantautrice indie statunitense, Femme Fatale si trasforma in un plumbeo trip hop – ma dall’onirica, ineffabile dolcezza – ottimamente sostenuto dagli archi (e Nico, da lassù, non potrà che gioirne).

Matt Berninger
© Chantal Anderson

Solenne, cameristica, ad un soffio dal folk, Venus In Furs vede il vocalist e violinista Andrew Bird confrontarsi con le diamantine voci (all’unisono) di Jess Wolfe e Holly Laessig, ovvero 2/4 dei Lucius. E se Run Run Run, a proprio agio nel plettro di un Kurt Vile supportato dai Violators, aderisce come un guanto alla versione originale tanto è incalzante, espansa e granitica, l’antitesi è All Tomorrow’s Parties: minimale e avantgarde, somatizza St. Vincent in versione spoken word che ne sussurra ogni singola parola, distillandone ogni singola emozione (in questo caso, il colpo di genio è il “camouflage” vocale nello stile di O Superman di Laurie Anderson).

Kurt Vile
© Perry Shall

La chitarra elettrica di Thurston Moore (Sonic Youth) s’immedesima negli originari bordoni della viola di John Cale per poi confrontarsi a muso duro con il canto (eccome, se loureediano!) di Bobby Gillespie (Primal Scream) e a prendere corpo è la stupefacente, nichilistica vertigine di Heroin.

Ma attenzione: King Princess, cantautrice di Brooklyn, rimarrà d’ora in poi l’unica voce femminile (complice There She Goes Again: orecchio al finale sconvolgente e cacofonico) ad essere riuscita a “truccarsi” da Lou Reed fino all’identificazione totale, mentre Courtney Barnett (altra singer-songwriter, questa volta australiana) ci regala una I’ll Be Your Mirror disossata, straniante, dylaniata, di una bellezza essenziale.

Iggy Pop & Matt Sweeney

Rumorista, urticante, sperimentale fino al paradosso, l’epilogo di The Velvet Underground & Nico si dipana storicamente in 2 brani: The Black Angel’s Death Song + European Son. Entrarci dentro, riesumarne gli umori, è roba da far tremare i polsi. Una sfida se non persa, ma quasi, dai dublinesi Fontaines D.C. che in The Black Angel’s Death Song ci hanno senz’altro messo la faccia ma non sufficienti dosi di coraggio; sfida stravinta, invece, da Iggy Pop e Matt Sweeney, capaci di tramutare European Son in un punkabilly omicida, stritolato da un feedback chitarristico che non fa sconti. E Iggy? Smoccolante, ululante, addirittura più Stooges che Velvet. Ma all’Iguana, come ben sappiamo, tutto è concesso.

Share: