Music

The Hanging Stars – Hollow Heart (Loose)

L’anello mancante fra il sole del deserto californiano e i cieli grigi di Londra, come suggerisce la loro biografia ufficiale? Ci può stare. Gli inglesi Hanging Stars, che hanno debuttato sul mercato discografico nel 2016 e che con Hollow Heart giungono al loro 4° album, fanno una musica spesso radiosa e talvolta malinconica, sospesa nel tempo e nello spazio, con solide radici ma senza nostalgie passatiste e con un approccio non didascalico.

Una musica decisamente più americana che britannica anche se poi il nuovo disco, sempre con il fedele Sean Read al banco di regia, è stato registrato non lontano da casa, nel Nord Est della Scozia: più precisamente nei Clashnarrow Studios del cantautore Edwyn Collins già leader degli Orange Juice e amico del chitarrista solista del gruppo Patrick Ralla. Una bella struttura attrezzata di grandi vetrate panoramiche che si erge sulle colline sopra la cittadina di Helmsdale. Da lì si gode di una vista mozzafiato sull’agitato Mare del Nord e sulle scogliere della costa. E nelle notti più terse e più quiete, arrampicandosi su una vicina altura, si può contemplare il cielo immaginando di toccare la Via Lattea con un dito. Gli Hanging Stars lo hanno fatto, mettendosi a volare con la fantasia; e dalle Highlands sono partiti in direzione della Baia di San Francisco, di Los Angeles e del Laurel Canyon, suggestionati dalla bellezza del paesaggio naturale che li circondava e dai dischi su cui si sono formati.

Portano tutte la firma del cantante e chitarrista Richard Olson le loro canzoni (a volte con contributi dei compagni); e già dall’iniziale Ava è chiaro su quali rotte intendano muoversi, con quei fluidi fraseggi chitarristici e quelle sognanti armonie vocali che ricordano i Byrds, i Flying Burrito Brothers e i New Riders Of The Purple Sage. Del resto – e a scanso di equivoci – sono loro stessi a definirsi una «cosmic country folk band»: un gruppo in cui la pedal steel di Joe Harvey-Whyte, sulle orme di Sneaky Pete Kleinow e di Jerry Garcia, gioca un ruolo essenziale e distintivo colorando un repertorio che spesso si avvolge di psichedelia soave e di sunshine pop viaggiando su coordinate atemporali.

Accade nel midtempo di Black Light Night, incrocio virtuale fra Tom Petty e i Jayhawks; e in pezzi come The Ballad Of Whatever May Be e You’re So Free, immaginarie outtakes dei Velvet Underground rifatte dai Dream Syndicate o da un altro gruppo Paisley Underground dei primi 80, in un continuo gioco di specchi, di rifrazioni e di rimbalzi (e così Radio On sembra gettare un ponte fra i Big Star e i Wilco, passando dalle parti del 1° album di Lloyd Cole & The Commotions). In Rainbows In Windows, l’ispirazione del gruppo di Lou Reed è del resto dichiarata (il modello del cameo vocale recitato da Collins è il parlato di John Cale in The Gift), mentre fra i ritmi rotolanti e i dolci sussurri di Weep And Whisper e in Hollow Eyes, Hollow Heart, un dinamico space rock a 2 tempi dalla struttura armonica decisamente folk (Olson non nasconde il suo vecchio amore per i Fairport Convention) e una introduzione di chitarre acide che sembrano fare il verso alla byrdsiana Eight Miles High, emerge il lato più psichedelico ed elettrico degli Hanging Stars, qui in grado di rivaleggiare con qualunque jamband americana ma con un songwriting più robusto (al jingle jangle della band di Roger McGuinn e a certa sua vocalità solenne e quasi ecclesiastica, si riallaccia anche I Don’t Want To Feel So Bad Anymore).

Nel citare tutti questi modelli di riferimento, si rischia di fare un grave torto agli Hanging Stars: che invece, apparentandosi ad altri inventivi revivalisti quali Israel Nash (più votato a Neil Young) e il Jonathan Wilson di Gentle Spirit (sicuramente più freak di loro), non sono inutili cloni ma un gruppo dotato di personalità artistica, capace di modellare belle melodie e di scrivere belle canzoni, suonarle con convinzione, arrangiarle con gusto e arricchirle di testi in cui insicurezze, dolori e freddi inverni del cuore trovano conforto nella bellezza e nell’energia rigeneratrice della natura (“Arcobaleni nelle finestre si allineano sui marciapiedi sul ciglio della strada/E i fiori crescono sulle lapidi dove il sole continua a risplendere”, cantano in Rainbows In Windows).

In altre parole: i 5 di East London indossano i loro panni con naturalezza e Hollow Heart non suona mai come un reperto geologico. È il disco della maturità, con cui gli Hanging Stars hanno cominciato quietamente ad allargare il loro seguito intergenerazionale senza conquistarsi le prime pagine dei giornali o i trend topics dei social. Non sembrano preoccuparsene troppo, desiderosi come sono di far breccia sul mercato con la sola forza delle canzoni e disposti a cedere alle lusinghe di McDonalds «solo se dovesse improvvisamente mostrare interesse per la musica psychedelic-country-space-rock». Molto improbabile, ma che importa: Hollow Heart è il disco giusto per trascorrere un’estate serena e contemplativa, via dalla pazza folla e dai turbamenti quotidiani.

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