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Fabrizio De André: Mi innamoravo di tutto

Una delle raccolte che preferisco del grande Faber è Mi innamoravo di tutto. Avevo 10 anni quando ho cominciato a seguire colui che i miei compagni di scuola consideravano noioso, da grandi (anzi da vecchi, dicevano) ma che per me non lo era affatto. Al contrario la musica cantautorale italiana, e Fabrizio De André (1940-1999) in particolare, era affascinante, interessante. Un mondo in cui io mi ci ritrovavo perfettamente. Provavo una smisurata curiosità nell’ascoltare e cercare di capire i messaggi che voleva far passare attraverso le sue canzoni; e poco mi importava se tutti ascoltavano i Duran Duran o qualche altro gruppo di grido degli Anni ’80 e ‘90. De André è stato e sarà sempre uno dei più grandi poeti del ‘900. Un poeta maledetto che con le sue parole ficcanti puntava dritto verso l’obbiettivo: parole di protesta, di denuncia contro un sistema da lui stesso ritenuto marcio, ingiusto, corrotto. Contro i potenti, al fianco dei deboli. E così una canzone come Coda di lupo diventa la sintesi dell’ingiustizia e del fallimento; della smania di potere che portò l’uomo a prevaricare sui propri fratelli.

(“E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa, crocifisso con forchette che si usano a cena, era sporco e pulito di sangue e di crema. E al loro Dio goloso non credere mai…”)

Faber, spesso, ti porta a dover rivedere i tuoi schemi mentali. E ascoltando La cattiva strada vieni catapultato in un mondo dove – rovesciando le idee imposte dal sistema – attraversi un percorso dove c’è densità di pensiero; dove la normalità e il suo contrario si fondono e si confondono a seconda delle situazioni. Ma la scelta, o quella suggerita dalla tua coscienza (dal tuo io interiore), sarà poi quella giusta?

(“…Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”)

Sarà stata forse anche la cattiva strada quella che ha portato Il bombarolo a fare la sua scelta? Non è che un semplice rivoluzionario, quest’ultimo: stanco dei soprusi e delle ingiustizie della vita, decise di agire da solo fabbricando una bomba artigianale da poter scagliare contro il potere e contro quegli intellettuali che la rivoluzione, in fondo, la stavano facendo solo a parole.

(“Intellettuali di oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che bastano le mie mani”)

Ma il destino beffardo si prese gioco di lui, poiché l’ordigno preparato (per il Parlamento) prendendo un’altra direzione rotolò dritto verso un chiosco di giornali.

(“Ma ciò che lo ferì  profondamente nell’orgoglio fu l’immagine di lei che si sporgeva da ogni foglio lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo, ma in prima pagina col bombarolo”)

Fabrizio De Andrè, a modo suo, è sempre riuscito a trascinarci nel suo mondo fatto di perdono e non di giudizio. Sempre attento ai più deboli: alle “persone ombra”, categorie giudicate e allontanate da molti, ma non da lui. In Bocca di rosa e nella Canzone di Marinella, ad esempio, descrive la vicenda di 2 donne, certo non appartenenti all’alta borghesia, entrambe prostitute ma con 2 differenti storie di vita. La prima, facilmente giudicabile ma in fondo benefattrice di “amore” per scelta; e che proprio per questo mandava in bestia le “cagnette a cui ha sottratto l’osso”.

(“C’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di rosa né l’uno né l’altro. Lei lo faceva per passione”)

L’altra donna, Marinella, portata sulla strada con l’inganno. Costretta a vendere il suo corpo per pochi denari, trovò la morte proprio attraverso le mani di un suo cliente che la scippò, la uccise e la gettò nel Tanaro. Leggendo di questa ragazza su un giornale, Faber pensò di cambiarne un po’ la storia donandole una morte più dignitosa. E lo fece nel modo in cui gli veniva meglio: con una canzone.

(“Questa di Marinella è la storia vera che scivolò nel fiume a primavera, ma il vento che la vide così bella dal fiume la portò sopra a una stella […] Questa è la tua canzone Marinella che sei volata in cielo su una stella, e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose”)

Passando a un altro genere di sentimento, concluderei con La canzone dell’amore perduto: dolce ma anche malinconica ballata, attraverso la quale si riesce a cogliere la trasformazione di un sentimento che può spingersi al di là dell’atto fisico trascendendo verso una forma di perfezione; o al contrario, appassire come una rosa dopo la forte passione iniziale.

(“E quando ti troverai in mano quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano, li rimpiangerai ma sarà la prima che incontri per strada che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo”)

Mi innamoravo di tutto include anche Sally, Canto del servo pastore, Se ti tagliassero a pezzetti, Jamin-a e Ave Maria. Mi sono soffermato su alcune canzoni non certo perché le altre fossero meno belle, ma perché sono quelle che hanno avuto grande influenza sul mio modo di vivere.

E quello che viene dopo è tardi per averlo pensato…

Fabrizio De André, Mi innamoravo di tutto (1997, BMG/Ricordi)

Recentemente pubblicata in doppio vinile rosso (Sony Music), la raccolta include 11 brani fra cui la versione di La canzone di Marinella interpretata con Mina. De André, che aveva personalmente curato il Cd, annotò in copertina: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

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