Music

Dion – Blues With Friends (KTBA Records)

Dave Marsh, il biografo di Bruce Springsteen nonché co-fondatore del magazine Creem e quindi storica penna di Rolling Stone, pochi anni fa su Dion DiMucci scrisse una cosa davvero azzeccata: “Dion è colui che ha fatto dischi rimarchevoli in tutti i decenni della musica rock“. Verissimo. Di cose noi ci permettiamo di aggiungerne almeno un paio d’altre. La prima è che Dion, a cominciare dall’epopea dei suoi Belmonts, dall’alto delle sue 81 primavere è colui che ha letteralmente inventato il rock metropolitano – chiedete pure, in cielo come in terra, ai vari Lou Reed, Boss, Paul Simon, New York Dolls, Billy Joel, (Young) Rascals, Phil Spector, Steely Dan, Ramones e Al Kooper, ossia la crema del rock newyorchese e limitrofi, scommettiamo tutti pronti ad annuire come si fa quando si è davanti alla rivelazione, alla luce, al verbo. La seconda è che raramente si è visto un artista tanto multiforme e dotato in tutti gli stili come Dion, capace di fare dischi che sono (giustamente) considerati capolavori nel rock & roll come nel crooning, nel gospel come folk, nel r&b come nel doo-wop, nel cantautorato come nel blues. In breve: davanti a Dion ci si inchina, lo impongono la legge e la storia.

Dion DiMucci

Dopo aver deliziato con l’album ad ampio spettro New York Is My Home (2016), adesso con Blues With Friends tocca al blues, una fra le sue ossessioni («Io non suono bianco, io non suono nero – io suono Bronx», dice una delle celebri frasi-manifesto regalate da DiMucci). E che ossessione: tutto trova snodo cruciale quel dì negli anni 60 in cui John Hammond Sr, il celebre discografico della Columbia, convocò Dion e Bob Dylan nel suo ufficio, e regalò loro King Of The Delta Blues Singers, il disco che raccoglieva le registrazioni di Robert Johnson fatte decenni prima, raccomandandosi che i 2 ascoltino il tutto con orecchio più che attento. Per Dion, allora all’apice del successo come pop star più che come rocker, fu una folgorazione e iniziò un lungo percorso che nei decenni ha trovato tanti sfoghi: primo fra tutti il leggendario lost album del 1965, Kickin’ Child, restaurato e pubblicato nella propria forma definitiva nel 2017 dopo anni di frammentazioni in raccolte varie; ma anche sortite più recenti come Bronx In Blue (2006), Son Of Skip James (2007) e Tank Full Of Blues (2012), tutti colmi di omaggi ai maestri delle 12 battute; dal già citato Johnson a Muddy Waters, da Willie Dixon a Blind Willie McTell, da Jimmy Reed a Sleepy John Estes.

Blues With Friends, però, si distacca non poco dall’appena evocata trilogia a cavallo fra gli anni 00 e gli anni 10. Prima di tutto è un disco di duetti; e poi, è tutto di pezzi originali. Dettagli non secondari. Il disco inizia prima di metterlo su, con le splendide note di copertina vergate da un vecchio amico (e fan) che nel frattempo è divenuto Nobel, Bob Dylan: “Con un Padre Vaudevilliano e gli angoli delle strade del Bronx Doo-wop come insegnanti, Dion imparò presto che il modo di essere ascoltati e raggiungere i cuori era cantare con la propria voce, ritmatissima. E quando hai una voce profonda e ampia come quella di Dion, quella voce può portarti in giro per il mondo e poi tornare a casa fino al blues. Devi stare attento con il blues. I blues sono forti di lussuria e puoi pagare in eccesso per loro, ma citano la legge. È un peccato che più persone non seguano quella legge. Guy Mitchell canta che non ha mai avuto più voglia di cantare il blues e sappiamo cosa intendesse dire. È un onore per l’onore. Dion sa cantare e conosce il modo giusto di creare queste canzoni, queste canzoni blues. Egli ha alcuni amici qui per aiutarlo, alcuni veri luminari. Ma alla fine è Dion da solo – e quella sua voce magistrale che ti farà tornare a condividere queste canzoni blues con lui“. Altro dettaglio: non è la prima volta che Dylan scrive liner notes per Dion, vedi la tripla antologia King Of The New York Streets (2000) – dove si spesero anche Reed e Springsteen.

Dion con Van Morrison

Il disco porta in dote nuove, grandi emozioni nel nome di DiMucci. Lo scettro di capolavoro dell’intera raccolta, non vi sono dubbi nel nostro angolo di cielo, va al duetto con Paul Simon, Song For Sam Cooke (Here In America): spettacolare ballata folk-soul dedicata al grande cantante ucciso nel 1965 in situazione al quanto ambigua, amico personale di Dion e compagno di tour anche nel sud razzista flagellato dalla segregazione, con i 2 newyorchesi doc che si superano per interpretazione e pathos. Applausi a scena aperta – anche per il violino molto loose che ne guida i 4 minuti abbondanti del pezzo. Tutti quelli che aspettavano Brrruuuuuccee accanto al suo idolo sono accontentati, ma devono pure rizzare le orecchie al di là del feticismo, perché Dion è materia complessa. Springsteen imbraccia la chitarra, Patti Scialfa fa le (splendide) backing vocals – ma soprattutto è Hymn To Him, pezzo gospel che Dion riprende dal suo Velvet & Steel (1986), a regalare luce e forse speranza nella crazy America trumpiana. Arrangiamento più flemmatico, addirittura con echi western, e meno gospel rispetto alla versione di 35 anni fa, ma lirismo e devozione sono palpabili, da convinto buon Born Again Christian qual è Dion.

Van Morrison, altro innamorato di Dion. Reclutata anche la chitarra fiammante di Joe Louis Walker, i 2 in I Got Nothin’ non fanno prigionieri con un blues di puro fuoco e Southside Chicago. Se sentite anche eco e beat della dylaniana Gotta Serve Somebody, non sbagliate – il rimando è palpabile. L’acustica Told You Once In August è perfetta agiografia delle 12 battute, grazie a Rory Block e principalmente a John Hammond Jr – e visto cosa e quanto ha contato Hammond Sr per Dion, si tratta del classico cerchio che si chiude. Can’t Start Over Again: più soul che blues, con interventi alla sei corde di Jeff Beck il quale, quasi si trattasse di un sottile giochetto di rimandi, sfodera il suo miglior tocco in pieno mood Manolenta.

Il cantautore del Bronx con John Hammond Jr

Non poteva mancare Jimmy Vivino, che con Dion oramai fa coppia fissa da anni: l’ex protetto di Al Kooper conosce DiMucci come le sue tasche ed è per questo che in Stumbling Blues sembra suonino a memoria. Deliziando. Sonny Landreth: il grande manico del Mississippi e Dion con I Got The Cure estraggono l’asso di un errebì potentissimo che profuma forte e chiaro di Stax, fra Otis Redding e Wilson Pickett. Poteva mancare Little Steven? Certo che no – e il trastullo nel rock-blues Way Down (I Won’t Cry No More) riesce benissimo, con il pard del Boss che asseconda perfettamente Dion. La corsa che offre Blues With Friends è chiusa dalle collaborazioni con Brian Setzer degli Stray Cats, Joe Menza (i 2 riprendono proprio Kickin’ Child), Samantha Fish, ancora Hammond Jr in My Baby Loves To Boogie, Joe Bonamassa, fino a Billy Gibbons degli ZZ Top – tutti protagonisti di incandescenti filler che non perdono di vista le finalità di Blues With Friends: le 12 battute a strisce Bronx n’ Dion.

Non domandatevi perché Dion, con Dylan, sia l’unico musicista nella copertina di Sgt. Pepper dei Beatles; oppure perché quella di Dion, memore dell’idolatria adolescenziale, sia stata l’ultima musica che Lou Reed abbia voluto udire prima di spirare (per la precisione Troubled Mind, come raccontò un emozionato Hal Willner); o ancora perché sempre Dylan abbia usato per lui parole che non lasciano spazio a obiezioni come “La voce di Dion negli anni 50 venne fuori esplodendo da quello che Allen Ginsberg chiamava ‘jukebox all’idrogeno’ – l’era del silenzio“. Non domandatevi niente, sappiate semplicemente che Dion è – punto. Il resto lo fa la sua musica sempre e comunque di potenza emotiva inauditablues con amici compreso.

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