Music

David Crosby – For Free (BMG)

C’è tutto il Crosby che ti aspetti, nel nuovo album che l’imbiancato David pubblica alla soglia degli 80 anni. Ed è l’ennesimo miracolo di un uomo sopravvissuto a se stesso, ai suoi demoni, a una vita spericolata, a disavventure e a tragedie anche recenti: la morte per droga del figlio biologico 21enne cresciuto da Melissa Etheridge; la grave tendinite che quasi gli impedisce ormai di suonare la chitarra; i problemi finanziari che lo hanno costretto a cedere la proprietà del suo catalogo di canzoni.

È il ritratto musicale di David Crosby, un vecchio e navigato marinaio che veleggia tranquillo su onde placide, splendidamente dipinto in copertina nientemeno che da Joan Baez e desideroso di rendere omaggio ai suoi idoli musicali di sempre, Joni Mitchell e gli Steely Dan. Quinta tappa (in 8 anni) della sua sorprendente rinascita artistica e spirituale iniziata con il riavvicinamento al figlio James Raymond e con la breve avventura dei CPR a fine anni 90, For Free è un disco nato durante il lockdown, cresciuto nel garage di casa di James e perfezionato con qualche puntata in diversi studi dell’area di Los Angeles. È limpido e terso come certe mattine a San Francisco quando la nebbia si dirada sulla baia, quieto e armonico, pacifico, ottimista e a tratti malinconico, spurgato dai veleni e dai commenti aciduli che il veterano di 1.000 battaglie riserva oggi ai suoi post su Twitter, dopo essersi fatto parecchia terra bruciata attorno e avere tagliato i ponti con Neil Young e con Graham Nash.

David Crosby
© Anna Webber

Il marchio è quello di Raymond, autore di diverse canzoni e produttore; e della Sky Trails Band che, in parallelo alla Lighthouse Band, rappresenta oggi 1 dei 2 binari su cui si sviluppa la sua produzione artistica: un suono morbido, levigato, molto jazzato, dalle costruzioni armoniche e melodiche raffinate e complesse ma di facile ascolto, in cui si intrecciano chitarre (Shawn Tubbs, Steve Postell, il grande Dean Parks, il maestro della pedal steel Greg Leisz) e le tastiere di James, agili sezioni ritmiche (c’è anche il fedelissimo Steve DiStanislao) e la voce incredibilmente immacolata di Crosby, una bandiera che sventola al vento senza neanche una sdrucitura.

La title track della divina Joni, che Crosby interpreta da una vita e che già 2 volte aveva registrato in passato, è il manifesto del suo pensiero artistico: un’ode all’arte per l’arte purificata dalle contaminazioni commerciali, che qui David canta all’unisono con la giovane cantautrice texana Sarah Jarosz su uno sfondo essenziale di solo pianoforte all’insegna della massima economia espressiva e con impeccabile aderenza allo spirito dell’originale. Un altro vecchio amico, l’ex Doobie Brother Michael McDonald (anche lui, come Parks, frequentatore del giro Steely Dan), gli fa da corista in River Rise, il pezzo iniziale che suona come un inno alla California, un momento di estatica sospensione che invita a non guardare l’orologio (“non preoccupartene/non oggi”) anche se David è cosciente, eccome, dello scorrere inesorabile del tempo.

Il singer-songwriter americano e Joni Mitchell, Laurel Canyon, 1968

Credo di avere trovato la mia strada”, proclama subito dopo in I Think I, fra intrecci sognanti di chitarre e armonie alla CS&N, confermando che la musica resta per lui un miracoloso balsamo per l’anima, un unguento salvifico che lenisce le ferite di tante battaglie e tragedie. La funkeggiante Rodriguez For A Night, invece, è un sogno che si avvera: un testo che parla di “angeli, fuorilegge e finti cowboy” scritto appositamente per lui da Donald Fagen e attorno a cui Crosby-Raymond cuciono un vestito su misura più Steely Dan del modello originale. Padre e figlio hanno raggiunto una sintonia infallibile, David lascia spesso mano libera a James che è talentuoso, ma non sempre dotato dei suoi guizzi melodici e poetici: per questo ogni tanto For Free scivola a velocità di crociera e con l’autopilota, increspando un poco le acque nei riff ipnotici ed ellittici dell’affascinante Ships In The Night, classica ambientazione marina e qualche scampolo del vecchio Crosby più crepuscolare.

James Raymond
© Getty Images

Un altro suo vecchio amore, la fantascienza, gli offre uno spunto originale in Secret Dancer, storia di un robot creato per distruggere e che invece di notte, preso commiato dagli umani che lo hanno creato, scopre in sé un animo poetico, pacifico e femminile mettendosi a ballare. All’esperienza CPR (con Raymond e il chitarrista Jeff Pevar, qui assente) rimandano pezzi come The Other Side Of Midnight e Boxes, dove Crosby non abbandona la sua comfort zone e gioca sul sicuro. Noi lo preferiamo quando, come nel recente Here If You Listen (con Michael League degli Snarky Puppy, Becca Stevens e Michelle Willis accreditati in copertina), si apre coraggiosamente alle suggestioni di giovani musicisti che lo portano su sentieri inesplorati, ma è inutile lamentarsi: soprattutto se David affida il suo commiato a un pezzo come I Won’t Stay For Long, scritto dal figlio ma toccante come un’autoconfessione che Crosby porge spremendo ogni goccia d’emozione che gli resta in corpo (è anche il suo pezzo preferito dell’album, e si sente).

Non so se sto morendo o se sto per nascere”, canta il vecchio marinaio, per un attimo alla deriva, su un discreto tappeto di synth, percussioni e tastiere contrappuntato dal timbro di una tromba elettronica suonata da Steve Tavaglione. È la storia della sua vita condensata in una frase, un testamento e un manifesto di pensiero per quel che resta da vivere. Un meraviglioso momento di disarmante sincerità. Di arte per l’arte, pura e incontaminata come la musica che il virtuoso clarinettista di strada descritto nel testo di For Free suonava per i passanti distratti.

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