Music

Cowboy Junkies – Songs Of The Recollection (Proper Records)

«Molto prima di diventare musicisti siamo stati fan e appassionati di musica», ricordano i Cowboy Junkies presentando Songs Of The Recollection, il loro disco di cover fresco di stampa con 4 brani già pubblicati su raccolte e album tributo e 5 registrazioni inedite di pezzi in qualche caso proposti con frequenza nei concerti. Come molti di noi, insomma, i 4 canadesi (3 fratelli e 1 amico d’infanzia) sono cresciuti scambiandosi vinili e ascoltandoli con religiosa attenzione: riuniti davanti a 1 giradischi, a 1 amplificatore e a 1 paio di casse hanno iniziato a immaginare il loro futuro artistico e quell’imprinting, comune a milioni di altri ragazzi innamorati della musica, non li ha più abbandonati.

Cowboy Junkies
© Heather Pollock

È dunque facile entrare in sintonia con un album come questo, consapevoli del fatto che fin dai tempi lontani delle loro reinterpretazioni di vecchi blues, di State Trooper (Bruce Springsteen) e di Sweet Jane (Velvet Underground) i TimminsMargo, Michael e Peter — e Alan Anton hanno carpito la formula segreta delle cover, inventandosi personalissime riletture capaci di adattare al loro stile ipnotico e al loro passo inesorabilmente lento il folk e la musica del Delta, il country e il rock and roll. I giovani Michael e Alan, raccontano le cronache, vissero per un certo tempo a Londra inseguendo quelle sonorità glam, new wave e post punk di cui si erano innamorati; e Songs Of The Recollection inizia e finisce proprio con 2 sempreverdi made in UK: l’apocalittica Five Years di David Bowie (che nel 1972 apriva The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars) diventa più elettrica e meno teatrale, fedele però all’originale nell’intro di batteria e nell’eco spettrale che accompagna la voce; mentre la voce seducente, quasi atona e bisbigliante di Margo è perfetta per raccontare la caducità della vita cantata dai Cure di Robert Smith in Seventeen Seconds, riproposta in una versione già edita nell’Ep ‘Neath Your Covers, Part 1 in cui i grappoli di note aspre e aggrovigliate che Michael cava dalla sua chitarra ricordano Neil Young quando si lancia in certe sue galoppate alla guida dei Crazy Horse.

Margo Timmins

Young, a proposito, è l’unico a essere omaggiato con 2 brani, arricchiti dal mandolino elettrico del “cowboy onorarioJeff Bird (presente anche in Five Years): la Don’t Let It Bring You Down dei Junkies è molto più heavy e tempestosa di quella imparata a memoria ascoltando After The Gold Rush, mentre nella molto meno nota Love In Mind (che Neil incluse nello stropicciato live Times Fades Away) è ancora una chitarra a sostituire il piano avvolgendo il mood malinconico e sentimentale della canzone in un’atmosfera ancora più morbida e languida.

Tutti i grandi autori canadesi portano dentro di sé il respiro profondo, i grandi orizzonti e la solitaria malinconia delle loro terre sconfinate; e non sorprende che il quartetto di Toronto si senta a suo agio anche con la scrittura di Gordon Lightfoot: ce lo ricorda la già nota versione di The Way I Feel, poetica e amara riflessione sulla labilità dei sentimenti amorosi che Margo ribalta efficacemente in ottica femminile (come aveva fatto più di 50 anni fa Sandy Denny alla guida dei Fotheringay). È un altro brano adattissimo alla sua voce ricca di calore e di spleen, che il fratello maggiore irrobustisce con le tonalità psichedeliche e le distorsioni della sua 6 corde.

Ancora meno stupisce il recupero di 1 brano del beautiful loser Vic Chesnutt, lo sfortunato cantautore di Athens cui la band aveva già dedicato nel 2010 un intero album tributo, Demons: la voce di un altro canadese, Andy Maize degli Skydiggers, affianca quella della Timmins in Marathon, ipnotica, lenta e desolata come una marcia funebre e come si conviene a un testo poetico, crudo e disperato (“ma tutti i sogni ricorrenti aumenteranno per poi estinguersi e cessare/e le lacrime evaporeranno, oh sì/ma lentamente come piscio sulla tavola del water”), mentre le note della chitarra elettrica, trattate con un effetto Leslie, girano in aria come il rotore di un elicottero (a questo punto si sarà capito: Songs Of The Recollection è anche un ottimo guitar album).

La band canadese nel 1989

Non puntano a stupire, i Junkies, né si sforzano di essere originali per partito preso, scompaginando le carte solo quando lo ritengono necessario: come in Ooh Las Vegas di Gram Parsons (l’altro pezzo già edito, sul disco tributo Return Of The Grievous Angel), in origine un veloce country & western interpretato in coppia con Emmylou Harris che loro trasformano in una vertigine acida e onirica, rallentata e squarciata da un assolo con il pedale schiacciato sul fuzz; in No Expectations dei Rolling Stones, viceversa, il quartetto resta fedele all’umore country e acustico dell’originale, con la pedal steel e il dobro di Aaron Goldstein e il piano di Jesse O’Brien che si intrecciano all’ukulele di Michael, mentre Margo ha modo si sfoggiare il suo tono più pigramente sensuale e indolente.

La sorpresa maggiore arriva forse dall’inevitabile cover dylaniana: i canadesi scelgono un brano recentissimo, I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You, cantilenante ballata in 6/8 pubblicata nel 2020 in Rough And Rowdy Ways che insaporiscono di aromi tex mex e di confine, dimostrando che anche in età matura sanno tenere le orecchie bene aperte. «Il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare musica che si impossessasse dell’ascoltatore nello stesso modo in cui questa musica si è impossessata di noi», spiegano. Ci sono riusciti anche questa volta, con un piccolo/grande disco attraverso cui ci rendono partecipi delle loro passioni e dei loro ricordi con il tono confidenziale di un vecchio amico.

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