Music

Colin Scot – Colin Scot (Esoteric Recordings)

Nel 1971 l’industria musicale era un mondo ancora relativamente artigianale, poco sofisticato. E potevano succedere cose come questa, che oggi si impiglierebbero in un groviglio inestricabile di carte, di avvocati e di clausole contrattuali. Poteva succedere, cioè, che Robert Fripp, Peter Gabriel, Phil Collins, Jon Anderson, Rick Wakeman, Alan Hull e Rod Clements dei Lindisfarne, Steve Gould e David Kaffinetti dei Rare Bird, Jane Relf dei Renaissance, Linda Hoyle degli Affinity, i chitarristi Brinsley Schwarz e Davy Johnstone (poco prima di diventare un fedelissimo di Elton John) e i Van der Graaf Generator al completo partecipassero, insieme ad altri colleghi e a volte sotto pseudonimo, a un disco che sulla carta suona come l’album da sogno e definitivo del prog rock britannico di quegli anni.

Era invece una cosa più modesta, più casuale e di contenuti diversi: era l’Lp omonimo di debutto – un Santo Graal per collezionisti dimenticato dal resto del mondo – di Colin Thistlethwaite in arte Colin Scot (1941-1999), cantautore britannico di genitori californiani e cresciuto nei folk club londinesi dove la sua personalità esuberante e chiassosa, il suo faccione rubizzo, il suo fisico extralarge e perennemente sudato, la sua voce potente e melodiosa, la sua squillante Gibson 12 corde e le pinte di vodka tonic che gli facevano compagnia sul palco non passavano certo inosservati. Tanto da convincere la United Artists, casa discografica americana in cerca di un lancio nel Regno Unito, a pubblicargli questo album con un ritratto di Paul Whitehead (quello di Foxtrot dei Genesis) in copertina e un produttore in voga e scafato, John Anthony, in cabina di regia, pronto a portare in dote l’impressionante lista di musicisti sopra elencata e con cui intrecciava in quegli anni proficui rapporti professionali.

Colin Scot (1941-1999)

È la sempre attenta e inappuntabile Esoteric, specialista in ristampe doc, a riproporre in questi giorni sul mercato in una scintillante edizione in Cd digipack arricchita da 4 bonus tracks e da una rimasterizzazione impeccabile, quel disco che anni fa la rivista Record Collector definì un “autentico classico perduto”: snobbato dal grande pubblico e criticato dai puristi che non gradivano l’intrusione nelle semplici canzoni di Colin degli strumenti e delle voci (non sempre facili da distinguere e da identificare) di tanti illustri personaggi. Di musica progressive, diciamolo subito, qui c’è poco o nulla (forse solo la chitarra elettrica frippiana di Here We Are In Progress, ultimo e coinvolgente titolo in scaletta): il tono prevalente era piuttosto quello di un folk pop alla Cat Stevens, alla Al Stewart o alla Ralph McTell, a cui i tanti ospiti si prestarono volentieri e in pieno relax godendo pienamente della libertà loro concessa (come conferma Wakeman nelle note di copertina).

I risultati furono spesso eccellenti. E soprattutto i 5 minuti dell’iniziale Do The Dance Now, Davey sarebbero da incorniciare: un intreccio fitto di chitarre elettriche e acustiche che caratterizza tutto l’album, l’intervento degli archi, la melodia in crescendo, il racconto coinvolgente di un reduce della Seconda Guerra Mondiale felice di essere sopravvissuto ma incapace di trovare un lavoro “perché l’unica cosa che so fare è uccidere” delineano i contorni di una stupenda ballata che, come il retrocopertina dell’album, evoca la fuliggine delle ciminiere della Battersea Power Station sulle sponde di un Tamigi trasfigurato dai colori accesi della West Coast americana.

Retrocopertina dell’Lp Colin Scot (1971)

È quell’affascinante soundtransatlantico” a cavallo tra i 2 continenti la vera forza di Scot, che dal vivo non mancava mai di includere nel suo set i pezzi degli artisti più amati: Hey Jude dei Beatles e i classici rock’n’roll di Buddy Holly; American Pie di Don McLean e Sea Cruise di Frankie Ford. Ed è la stessa, intrigante fusione culturale e stilistica che si ascolta in Baby In My Lady del texano Mickey Newbury, con una suggestiva linea melodica fischiata nella parte conclusiva; in You’re Bound To Leave Me Now, ritmo sostenuto ma aria dolcemente malinconica e cinematografica come in una ballata di Harry Nilsson; nel rock pulsante, funkeggiante e notturno di Nite People e nel vaudeville/honky tonk di Confusion, forse il pezzo più fragile e sgangherato del lotto (è Wakeman a suonare quelle note discordanti di pianoforte). Profuma di States anche il gospel pop di Lead Us (firmata da Neil Innes: l’altra faccia del compositore e cantante inglese noto per la sua militanza nella folle Bonzo Dog Dooh-Dah Band e nei Rutles che parodiavano irresistibilmente i Fab Four, oltre che per le colonne sonore dei Monty Python), mentre gli umori del Troubadour, di Les Cousins e degli altri folk club londinesi dell’epoca impregnano The Boatman, rumori d’onde marine e di gabbiani sullo sfondo di una melodia alla Bert Jansch composta da Johnstone.

Estroverso e incontenibile, stando a chi lo ha conosciuto e agli affettuosi ricordi riportati nel libretto del Cd, su disco Scot sapeva essere misurato, disciplinato e persino austero (l’autunnale, umbratile Take Me Away), in eccellente equilibrio fra orecchiabilità ed espressività poetica nel folk rock elettrico incalzante di My Rain e in Hey Sandy!, un pezzo scritto dall’amico Harry Andrews che su un ritmo marziale di batteria commemora non meno efficacemente di Ohio di Neil Young l’uccisione, il 4 maggio 1970, di 4 studenti della Kent State University da parte della Guardia Nazionale durante una manifestazione di protesta organizzata nel campus contro l’invasione della Cambogia.

Brani così avrebbero dovuto garantirgli ben altra popolarità. Ma a Colin successo e carriera sembravano interessare fino a un certo punto, dedito com’era a godersi il momento e ad assaporare la vita con una voracità che gli avrebbe presentato il conto a 58 anni, dopo altri 2 album per la Warner Bros., concerti in giro per i folk club britannici ed europei e una lunga permanenza ad Amsterdam. Morì nel 1999 all’insaputa di tanti fan, amici e collaboratori che già lo avevano perso di vista: un fantasma sfuggente e perso nel passato, mentre l’album dei suoi sogni, Colin Scot, riaffiora ciclicamente in superficie incantando gli innamorati di una musica e di un modo di essere artisti che non esistono più.

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