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#allthatjazz: Romantic Warrior, il disco “progressivo” di Chick Corea

Nei primi anni 70 la jazz fusion era una musica nuova, spericolata, eccitante e di frontiera che cercava punti di contatto con il rock, riempiva di pubblico giovane le arene e i palasport, vendeva dischi a vagonate e arrivava in classifica scavalcando gli steccati di genere: gli Headhunters di Herbie Hancock, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, i Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter e i Return To Forever di Chick Corea, tutti discepoli del Miles Davis elettrico di In A Silent Way e di Bitches Brew di cui erano stati indispensabili coprotagonisti, alzavano il volume, le ambizioni e il tasso di contaminazione di un suono che ammaliava anche i fan più aperti e curiosi del rock incline alle escursioni strumentali: quelli degli Yes e dei King Crimson, quelli di Santana e di Jeff Beck.

Chick Corea (1941-2021)

Nel 1976, 3 anni dopo l’Head Hunters di Hancock e 1 anno prima di Heavy Weather (il disco più famoso dei Weather Report: quello di Birdland, poi trasformata in una hit in chiave vocalese dai Manhattan Transfer) Chick Corea pubblicava il suo 1° disco per la Columbia e il penultimo con i Return To Forever, Romantic Warrior, vendendo oltre ½ milione di copie soltanto negli Stati Uniti e aggiudicandosi 1 disco d’oro. Era l’apoteosi di un genere e di uno stile che da lì avrebbe cominciato a segnare il passo e a declinare lentamente; uno stupefacente mix di tecnica, virtuosismo, creatività ed esplorazione sonora che segnò sulla mappa un punto di non ritorno e ancora oggi lascia a bocca aperta suscitando meraviglia e ammirazione (anche se non mancarono e non mancano i detrattori, non solo tra i puristi).

Allora 35enne, il musicista del Massachusetts di origini calabresi (il nonno paterno era di Albi, in provincia di Catanzaro) aveva alle spalle studi di pianoforte iniziati in tenerissima età, una salda formazione eretta sui fondamentali del be bop, una carriera iniziata una quindicina di anni prima e un formidabile curriculum professionale che prima di Davis comprendeva frequentazioni in studio e dal vivo con Mongo Santamaria, Willie Bobo, Herbie Mann, Stan Getz, Roy Hanes e Miroslav Vitous (in trio nel classico Now He Sings, Now He Sobs del 1968) e, dopo l’uscita dal giro di Miles, un ensemble avant garde con il contrabbassista Dave Holland e il batterista Barry Altschul (i Circle).

Affiliato a Scientology e ispirato dagli insegnamenti del discusso Ron L. Hubbard, con i Return To Forever Chick cambia rotta: «Non desidero più soddisfare me stesso», dichiara, «ma voglio entrare in comunicazione con il mondo e fare in modo che la mia musica significhi qualcosa per la gente». Persegue lo scopo facendo assumere alla sua nuova creatura reincarnazioni diverse: prima allestendo una band dalle marcate influenze brasiliane insieme con Airto Moreira, Flora Purim e il flautista/sassofonista Joe Farrell; poi un muscolare combo elettrico in cui la chitarra di Bill Connors sembra voler inseguire gli “uccelli di fuoco” di McLaughlin; infine trovando un assetto più stabile con un quartetto delle meraviglie che oltre a lui comprende un batterista dinamico e funambolico della scuola di Billy Cobham (Lenny White), un bassista istrionico e inventivo quasi quanto Jaco Pastorius (Stanley Clarke) e un giovanissimo chitarrista pure lui di origini italiane, Al Di Meola, che all’epoca delle session di Romantic Warrior ha appena 21 anni.

Il retrocopertina di Romantic Warrior (Columbia, 1976)

Rodati da 2 album e da innumerevoli concerti, tutti contribuiscono alla scrittura delle composizioni selezionate per il disco; tutti assumono a rotazione il ruolo di solisti e di accompagnatori; tutti partecipano attivamente allo sviluppo di una musica che, come spiegherà Chick molti anni dopo, vive di «un intricato e complesso equilibrio di sensibilità, abilità e gusti artistici diversi». Elettrico e acustico, ipertecnologico e organico a seconda dei momenti, è forse il disco jazz rock più vicino al prog di tutti i tempi, nel momento in cui le grandi band del genere vivono una involuzione e una perdita di appeal che le fa apparire come dinosauri prossimi all’estinzione: Romantic Warrior è un disco “progressivo” non solo per il concept medievale che ispira la copertina e i titoli dei brani, ma anche per l’architettura musicale, le fughe strumentali, le continue variazioni ritmiche, la strutturazione in mini suite con movimenti diversi, certi fugaci richiami alla musica classica e barocca.

Nel febbraio del 1976 i favolosi 4 avevano preso temporaneamente possesso del Caribou Ranch, uno studio di registrazione che il produttore James William Guercio aveva allestito in una remota regione del Colorado, e ne erano usciti con 45 minuti di musica che suona come una saga fusion in costume popolata da cavalieri in armatura, maghi e streghe, giocolieri e tiranni, «una colonna sonora per un film inesistente o una sinfonia elettrica per un’epoca post jazz». Circondato da un arsenale di tastiere – piano, Fender Rhodes, clavinet, organo e un vasto assortimento di sintetizzatori ARP e Moog – Corea sforna pane per i denti degli orfani di Keith Emerson e di Rick Wakeman e non solo per i vecchi adepti, con uno stile fluente, dinamico e pirotecnico che sfoggia il suo classico tocco percussivo ereditato dalle frequentazioni giovanili con la batteria («Ho sempre pensato alle mie dita come a delle bacchette o delle mazzuole, e alla tastiera come a un insieme di 88 percussioni intonate»).

Return To Forever: Lenny White, Stanley Clarke, Chick Corea, Al Di Meola

I fraseggi frenetici e cangianti della Medieval Overture che apre il disco spalancano alle orecchie un universo prog jazz che nei suoi tumultuosi unisono e inseguimenti strumentali sembra voler raccogliere il testimone della Mahavishnu proprio allora in disfacimento; ma è soprattutto quando Chick siede al pianoforte acustico e al piano elettrico che il disco guadagna in calore e fa scintille, in Sorceress e in una title track in cui Clarke si destreggia tra un basso iper funk e un contrabbasso con l’archetto eruttando scale e sequenze sconosciute, Di Meola passa dall’elettrica a un’acustica su cui le sue dita scivolano alla velocità della luce producendo zampilli di note scintillanti e un White infaticabile movimenta il sound volando tra un canale e l’altro dello stereo, mentre il bandleader apre stupendi squarci melodici, cambia marcia e si lancia in irresistibili fughe latineggianti a ritmo di samba prima di tornare al motivo di partenza. La seconda facciata è forse più involuta e incline al tecnicismo nel suo dipingere un mondo fantasy sospeso tra passato e futuro, negli accenti decisamente rock che Di Meola imprime a Majestic Dance e tra i giochi di prestigio sonori di The Magician; ma sono poi gli oltre 11 minuti finali di Duel Of The Jester And The Tyrant (Parts I and II) a trovare una convincente sintesi tra i 2 mondi musicali del Corea dei 70, la ricchezza melodica e la passione per la nuova strumentazione elettronica che gli apre nuove possibilità di ricerca timbrica.

A riascoltarlo”, scriverà poi Corea, “la mia principale impressione è che questo disco riuscisse a inglobare molti degli elementi che mi sono sforzato di raggiungere nell’arco di tutta la mia vita musicale”. Forse per questo, dopo un solo altro album (in formazione ampiamente allargata, di nuovo con Farrell ma senza White e Di Meola) scioglierà i Return To Forever lasciando i vecchi compagni liberi di volare con le loro ali e aprendosi a innumerevoli altri esperienze fra infinite collaborazioni, band elettriche e acustiche, con un entusiasmo e una vitalità artistica che non si sono mai spente fino a quando un cancro diagnosticato solo pochi mesi prima se l’è portato via il 9 febbraio scorso, all’età di 79 anni.

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