Music

#allthatjazz: The Köln Concert

24 gennaio 1975. Da questa data il concetto di “piano solo” cambia definitivamente, portando lo standard dell’esibizione solista a un livello di intensità e di espressione mai raggiunti prima. Solo nella musica classica si erano verificati esempi simili: penso alle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach eseguite da Glenn Gould; o alle registrazioni di Claude Debussy a opera di Arturo Benedetti Michelangeli. Precedenti che farebbero tremare i polsi a qualsiasi pianista. The Köln Concert (ECM, 1975) altro non è che una registrazione di un’improvvisazione solista eseguita da Keith Jarrett al Teatro dell’Opera di Colonia. Quasi 5.000.000 di copie vendute nel mondo ne fanno il disco solista più apprezzato e copiato nella storia della musica occidentale. Il concerto di Colonia faceva parte di un tour europeo iniziato da Jarrett quando ancora militava nella formazione di Miles Davis. Su ordine perentorio di quest’ultimo, Keith aveva abbandonato il piano acustico per dedicarsi al piano elettrico e all’organo. Cosa che non gli garbava affatto, tant’è che definiva i suddetti strumenti “giocattoli“; ma come affermerà in seguito, «Suonare con Miles era l’unica cosa che potessi fare in quel momento. Nessun altro musicista, se non lui, meritava di essere seguito». Riappropriarsi del piano acustico rappresentò quindi un’esigenza di vita, un ritorno alla vena artistica più naturale, un bisogno di riaffermare la propria estetica. In sostanza, con il pianoforte Keith Jarrett ha un rapporto quasi fisico, sciamanico, catartico.

Keith Jarrett

Arrivato a destinazione poche ore prima del concerto si accorge che il piano richiesto, un Bosendorfer 290 Imperial, non è quello pattuito nel contratto bensì un altro, di dimensioni più ridotte e con una limitata gamma cromatica. Oltretutto, dopo essere stato utilizzato dal coro dell’Opera di Colonia aveva un pedale rotto e non era accordato. Dopo un viaggio travagliato alla guida di un pulmino Volkswagen con il produttore Manfred Eicher, ritrovarsi al cospetto di uno strumento del tutto inadeguato fu per Jarrett un vero affronto. Sicchè era intenzionato a cancellare la data e a non esibirsi. Andò a cena con Eicher (da quella sera la loro amicizia divenne fondamentale per lo sviluppo delle loro carriere e della reciproca collaborazione) e solo dopo aver saputo che l’accordatura dello strumento era stata sistemata in tempi record, pur non potendo utilizzare l’intera gamma della tastiera decise che avrebbe comunque suonato. La registrazione del concerto è divisa in 3 parti e dura 67 minuti di estasi pura, di nirvana totale. La capacità straordinaria di eseguire un numero impressionante di improvvisazioni su un “vamp“, un ostinato, di 1 o 2 accordi per periodi prolungati di tempo, fa di The Köln Concert il capolavoro dell’arte pianistica. Nella prima parte, ad esempio, Keith esegue ben 12 minuti di improvvisazione impiegando 2 soli accordi: minore settima (la nota della malinconia) e sol maggiore. Lo stile è calmo, rilassato, riflessivo, a dispetto delle circostanze in cui si trova a suonare. Molto vicino al blues e a tratti alla struttura del gospel, spesso innervati da sapienti rimandi alla tradizione romantica del pianismo classico. All’inizio della prima parte, fra l’altro, potete udire la risata fragorosa di uno spettatore, imputabile al fatto che il pianista dà inizio all’esecuzione citando una tipica melodia dell’Opera di Colonia che avverte gli spettatori dell’inizio del concerto.

Da Köln in poi, Keith Jarrett diverrà il pianista di riferimento in ambito jazzistico. Il senso della melodia, la capacità improvvisativa, la geniale concezione di tutta l’esecuzione (seppur divisa in 3 parti) ne fanno il precedente a cui tutti i pianisti dovranno in futuro riferirsi. Jarrett ha anche parecchi detrattori, certo, ma sono persone che non sanno andare oltre la superficie del personaggio senza cogliere la sostanza del messaggio artistico, della proposta, dell’opera, dell’uomo Jarrett. Artista vero in ogni suo aspetto, si dedicherà con Gary Peacock al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria alla riproposizione degli “standards“, terreno comune di ogni jazzista, restituendo loro quella dignità artistica che troppi indegni interpreti avevano sottratto. Fin troppo facile soffermarsi sui suoi “capricci da artista” senza comprendere che il suo è un estenuante viaggio sempre teso alla perfezione assoluta. Viaggio che lo ha condotto a conseguenze drammatiche, vedi la sindrome da affaticamento cronico che lo ha tenuto lontano dalla tastiera per diversi anni e i dolorosi problemi alla schiena che lo hanno di recente indotto a non potersi più esibire in pubblico.

«Lei, anzi tu, Vera, non penserai davvero che mi esibirò con questa merda di pianoforte? Sono 2 notti che non dormo, ho un mal di schiena atroce, mi sono fatto 6 ore di viaggio in pulmino con Manfred, trovo un pianoforte da pivelli coi pedali sfondati… Chi credi di prendere per il culo?». Sappiamo per fortuna com’è andata: Keith Jarrett è diventato Il Pianista, Manfred Eicher Il Produttore, Vera Brandes L’Impresaria. Questo concerto, questo flusso di coscienza estemporaneo e totalmente improvvisato con lui seduto al pianoforte sostenuto da un tutore alla schiena, ci consegna uno fra i più alti momenti creativi della musica improvvisata di tutto il ‘900. Manfred Eicher capì che doveva registrare quella esibizione. Non sbagliò e oggi tutti possiamo goderne.

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