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#allthatjazz: Marc Johnson, la solitudine del contrabbasso

Per uno strumento come il contrabbasso, di solito adatto e inteso come fonte di accompagnamento più che solista, concepire un album in solitaria è un azzardo da supereroi. E ritornare sulle scene dopo anni d’oblìo, lo è ancora di più. Nessuno, però, ha mai dimenticato Marc Johnson e il suo suono rotondo, la sua cavata possente, il suo incedere maestoso. Bene, Marc è tornato… e in che modo!

Dopo essersi rivelato 18enne nel trio di Bill Evans (non certo una formazione qualsiasi) dove ha dovuto fare i conti con i suoi predecessori, da Scott La Faro a Eddie Gomez; aver suonato in alcune delle line-up chiave degli anni 80 e 90; essersi sposato con Eliane Elias, la pianista brasiliana conosciuta in seno agli Steps Ahead; essersi trasferito a San Paolo, quindi alla periferia del mondo jazzistico, Marc fa il suo ritorno con Overpass (ECM), disco esemplare per comprenderne il genio, la maestrìa, la concezione musicale. Un lavoro in solo, per solo contrabbasso, per rimettersi in discussione e ribadire il proprio ruolo nell’evoluzione di quel linguaggio che egli tanto ha contribuito a modernizzare. Magico strumento che con la batteria è il cardine della base ritmica, il contrabbasso, qui, assurge al ruolo di protagonista assoluto. E nelle mani di un simile maestro, il risultato non poteve che essere esaltante.

Non pensiate a un’esibizione muscolare in cui si cerca di far vedere quanto è bravo il solista. Overpass scava nelle infinite possibilità espressive di uno strumento magico, che ancora oggi riesce ad emozionare con il suono caldo del suo legno, delle sue corde. Marc Johnson è un esempio di classe sopraffina prestata a una concezione musicale che ha le proprie radici nel jazz, ma che da qui parte per sviluppare altre concezioni, altre visioni, altre possibilità.

Visionario è il termine che più si confà a un compositore e autore come lui, che da sempre identifica il ruolo del suo strumento non come semplice comprimario, ma come autentica voce in grado di svettare nel contesto musicale in cui viene chiamata a esprimersi. Già negli album dei Bass Desires, formazione da lui stesso creata e fondata negli anni 80 con Peter Erskine alla batteria e i chitarristi John Scofield e Bill Frisell, si affermava un concetto nuovo: il contrabbasso inteso come voce solista di un discorso musicale rivoluzionario e iconoclasta.

Oggi, però, il rivoluzionario ha lasciato il posto al filosofo per un disco che fin dalle prime note emblematiche di  Freedom Jazz Dance (titolo quanto mai evocatore di un bisogno di libertà) ci conquista per onestà intellettuale, intelligenza e coraggio. Il contrabbasso, da solo, riempie tutti gli spazi, completa ogni idea, ogni invenzione, ogni possibile sviluppo della trama musicale: sia essa pura melodìa o struttura armonica. Un unico strumento che condensa in sè tutti ruoli: da primattore a comparsa, da alter ego a “spalla“. E il merito va tutto al suo autore e interprete capace come pochi al mondo – mi viene in mente solo Larry Grenadier, anch’egli protagonista un paio d’anni fa di uno stupendo album per solo contrabbasso – di concepire un’opera completa, totale, perfetta in ogni singolo elemento.

Il contrabbassista americano con Eliane Elias

Fra i brani, che spaziano nella migliore tradizione jazzistica, spicca un Nardis di rara bellezza; così come il tema d’amore della colonna sonora del film Spartacus, in cui la poesia sonora e la bellezza diventano mattatrici assolute. La cavata possente, mai fine a se stessa, è una freccia scoccata verso l’infinito da un arciere abilissimo che conosce a menadito le traiettorie e sa come fendere l’aria.

Overpass è un viaggio nell’inconscio di colui il quale, cresciuto accanto al genio di Bill Evans ha poi spiccato, altissimo, il volo da solo. A questo proposito, menzione speciale per Samurai Fly, composizione che dall’inizio con archetto riprende il tema di Samurai Hee Haw e lo trasporta nel 21° secolo, esaltando la magia insita nelle dita di Johnson. Tema meraviglioso, reminiscenze giapponesi, cavata jazz impeccabile, solo intenso quanto immaginifico.

Bentornato dunque al protagonista del contrabbassismo contemporaneo, in attesa di ascoltare le ulteriori evoluzioni di un viaggio artistico che non ha alcuna intenzione di fermarsi. Bill Evans, da dov’è ora, avrà di sicuro benedetto Overpass con il suo inimitabile sorriso.

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