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#allthatjazz: Manu Katché. Chi ben comincia…

Il sincretismo e la fusione di culture diverse, le ha scritte sulla pelle. In tutta la sua straordinaria carriera, il parigino di origini ivoriane Manu Katché ha ricercato la commistione di stili e tendenze. Dapprima nel rock, dov’è diventato con Vinnie Colaiuta il batterista più richiesto degli ultimi decenni grazie alle prestigiose collaborazioni con Peter Gabriel (è lui il “martello” di Sledgehammer), Sting, Joni Mitchell, Robbie Robertson, Jon Hassell, Youssou ‘Ndour; poi in ambito jazz al fianco di Jan Garbarek, con il quale ha stabilito un sodalizio dai tempi di I Took Up The Runes (1990).

A ribadirlo c’è Neighbourhood, l’esordio strumentale su etichetta ECM registrato nel 2004 al Rainbow Studio di Oslo, che lo ha consacrato come il musicista più interessante emerso dalle banlieuses parigine. «Quando si incide un proprio disco, è inevitabile che si debba sopportare una pressione più elevata», ha dichiarato Katché. «In più, conoscendo a memoria la propria musica, è la spontaneità a venire meno. E siccome il rischio è di trovarsi al di sotto delle aspettative, conto molto sulla performance dei miei musicisti. Quando si suona per gli altri, si è più reattivi. È così che si ottengono i risultati migliori». Gli altri, d’indiscutibile valore e prestigio, sono Jan Garbarek al sax, con cui Katché ha instaurato un rapporto di empatìa e comunione spirituale; il trombettista polacco Tomasz Stanko, scomparso nel 2018, perfetto quanto basta; i 2 talenti più brillanti del new jazz made in Europe: il pianista Marcin Wasilewki, dalle qualità straordinarie; il contrabbassista Slawomir Kurkiewicz, inventiva da vendere.

Fin dalle prime note Neighbourhood ti prende allo stomaco, ti incanta, ti rapisce, ti fa suo inevitabilmente. «Non voglio dimostrare nulla, quando suono. Desidero solo farlo bene, essere riconoscibile, sentirmi in armonia con ciò che credo possa essere il ritmo giusto. C’è un filo conduttore in questo disco. Io appartengo alla generazione dei concept album: si ascoltava un Lp dalla prima traccia della prima facciata, all’ultima della seconda; che fosse Herbie Hancock, Eumir Deodato, i Pink Floyd, Miles Davis, la Mahavishnu Orchestra… Si viaggiava e l’immaginazione faceva il resto. Erano album coerenti e non si poteva che ascoltarli così. Oggi sono solo diventate inutili tracklist».

L’apertura è affidata a November 99. Un pianoforte jarrettiano e sinuoso, poche note, frasi spezzettate e ritmo sostenuto, un contrabbasso sontuoso che ricama un riff da storia del jazz e una batteria leggera, suonata in punta di bacchetta, per una composizione che meglio non poteva dare il la a un disco stupendo sotto ogni punto di vista. Ciò che balza subito all’orecchio è la perfetta coesione fra i musicisti: sembra che suonino insieme da sempre. E qui sta il grandissimo merito di Marcin e Slawomir: sanno “entrare” nella musica e farla propria, aggiungendo quel personalissimo tocco che fa di un buon brano un capolavoro.

Questi ragazzi di Varsavia dimostrano la vitalità del jazz europeo: quel riff di contrabbasso, dopo un gioco batteria-pianoforte basato su tinte pastello e toni delicatissimi al limite del silenzio, vale da solo l’acquisto del Cd e riporta alla mente il trio Jarrett-Haden-Motian. Attenzione, però: non si copia, non si prende un’idea già utilizzata da altri. Tutt’altro: la si nobilita, la si porta a compimento attraverso una melodia incalzante, al cui fascino è impossibile sottrarsi. Segue Number One. E qui il sax tenore di Jan Garbarek con il suo proverbiale “soffiato“, secondo solo a quello di Stan Getz, la fa da padrone per un tema sofferto e intenso. Qui non si gioca sull’esibizione muscolare di un batterista che si ritrova leader, ma sulla delicatezza e sulla melodia. Manu Katché ha privilegiato la composizione, immedesimandosi nel famoso stile dell’etichetta tedesca: il “suono ECM“, sinonimo di qualità e prestigio. Prendere o lasciare, è quello.

«Le produzioni di Manfred Eicher sono sempre state le mie preferite, da quando avevo 14 anni. Oltre al soul e al funk ascoltavo Bill Evans, Paul Bley e poi sono arrivato a John Abercrombie e all’ECM. Di fatto, sono diventato un batterista rock per caso, dal momento che ho un’attitudine jazz. Non sono un batterista ternario come Peter Erskine o Daniel Humair, ma se avessi suonato come Jeff Porcaro, Dave Weckl o Steve Gadd, nessuno mi avrebbe mai chiamato».

Pezzi come Lullaby, Good Influence e February Sun, sembrano scritti apposta per esaltare le voci dei fiati e far esplodere il talento cristallino degli interpreti. Non è un album di all stars e tantomeno costruito a tavolino, bensì un gruppo ben amalgamato e motivato che propone una musica suonata con il cuore, cosa di questi tempi assai rara e preziosa. Anche nei temi più ritmati dove il talento percussivo, la fantasia e le intuizioni di Manu emergono a tutto campo (notate come spezza il ritmo giocando sui 2 crash da 6 pollici e 8 pollici!), egli riesce sempre a mantenere un equilibrio, una misura, un gusto. E il suo “vicinato“? Dialoga, interagisce, ascolta, risponde agli stimoli. Dimostra che pur allineando 1 norvegese (seppur di origini polacche) e 3 polacchi doc in apparenza lontani dal mondo culturale di un africano della Costa D’Avorio trapiantato a Parigi, sia la musica ad essere “una” fino alle conclusive note di Miles Away (omaggio al musicista con cui Manu avrebbe voluto suonare) e Rose, dedicato al piccolo grande uomo Michel Petrucciani.

Neighbourhood è musica senza confini, libera, eterea, emozionante. È il debutto di colui che ha suonato pop e rock per poi lasciarseli alle spalle, non esitando un solo istante a rinunciare al jet set dorato delle limousines e degli stadi per poter suonare la “sua” musica fatta di club fumosi e incontri con musicisti straordinari. In 2 parole: musica vera.

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