Music

#allthatjazz: Jackie McLean / Let Freedom Ring

Improvvisatore, educatore, attivista. Questo e molto altro è stato Jackie McLean, altosassofonista che merita un posto di rilievo nella musica improvvisata afroamericana. Uomo totalmente legato all’estetica Blue Note (di cui sarà una delle punte di diamante) rappresenta quell’anello di congiunzione fra la tradizione boppistica parkeriana e la rivoluzione atonale di Ornette Coleman. Per comprendere meglio l’incalzante ritmo che ha guidato lo sviluppo professionale di Jackie, è necessario prendere in considerazione la sua forte, granitica etica lavorativa e la sua determinazione nel calarsi nella musica improvvisata della sua epoca. Cresciuto nella Harlem dei tardi anni 40, in uno dei momenti più produttivi e creativi della storia della musica degli Stati Uniti, McLean si impegnò a fondo in una vera e propria sfida con se stesso, per tenere il passo degli straordinari musicisti che l’avevavo invitato e accolto nella loro cerchia.

Nella prima fase della sua lunga carriera, che va dal 1950 al 1962 circa, esibisce un linguaggio di stampo parkeriano che deriva dalla lunga frequentazione con Bud Powell. Ciò appare evidente nelle registrazioni di Dig e Miles Davis Vol. 1, come solista ospite nei gruppi diretti dal trombettista. Il timbro del suo sax alto è caratterizzato da un’evidente asciuttezza e incisività, resa ancor più tipica da un’accuratissima precisione ritmica e da un fraseggio essenziale come nessun altro. Suono che come timbro è molto più vicino al sax tenore che non alla sonorità acuta del sax alto. Negli anni 60, inoltre, cominciò ad ampliare il raggio dei suoi interessi, forte dell’influenza esercitata su di lui dalla militanza nella band di Charlie Mingus. Ma sarà la frequentazione di personaggi dell’ala radicale quali Ornette Coleman e Cecil Taylor a indirizzare McLean verso la musica nuova, verso il futuro. Non è un caso se decise di scrivere di proprio pugno le note di copertina, comprendendo l’importanza fondamentale dell’autopromozione.

Titolo quanto mai programmatico, Let Freedom Ring (Blue Note Records) mostra il legame fra la libertà mostrata dagli improvvisatori creativi e quella perseguita dagli attivisti nella lotta per i diritti civili. Esprimendo apertamente il sostegno al movimento, McLean affiancava personaggi del calibro di Max Roach, Abbey Lincoln, Archie Shepp, Charles Mingus: artisti che utilizzavano la loro arte per diffondere anche un messaggio politico chiaro e netto. Pur influenzato dalle istanze colemaniane, l’album non è così vicino al mondo musicale dell’Ornette di allora: c’è più contiguità con il lavoro di John Coltrane e il suo storico quartetto, che con la musica atonale del sassofonista di Fort Worth. La capacità di sistematizzare la proposta artistica di Coleman come un’evoluzione necessaria delle idee di Charlie Parker e non come una rottura, ha consentito a McLean di espandere il proprio linguaggio in maniera molto più efficace e produttiva di chiunque altro della sua generazione. Di conseguenza, integrando nei suoi gruppi certi esponenti dell’avanguardia, vedi su tutti Tony Williams alla batteria e Grachan Moncur III al trombone, egli seppe dar loro quella credibilità in ambiti più tradizionali, spingendo diversi musicisti “mainstream” ad aggiornare il loro repertorio e il loro linguaggio.

Jackie McLean con Miles Davis

Purtroppo, nonostante la sua proposta musicale progredisse in maniera esponenziale diventando un modello da seguire, era costretto a confrontarsi quotidianamente con la battaglia contro l’eroina. Aveva iniziato a farne uso nel 1948, a 17 anni, ed era già stato arrestato varie volte, cosa che lo portò al ritiro della cabaret card , il documento che consentiva ai musicisti di potersi esibire nei club di New York. A causa di ciò, il sassofonista non potè esibirsi nella Big Apple fino al termine degli anni 60. Fu proprio la tossicodipendenza a farlo diventare attore in The Connection, pièce teatrale di Jack Gelber in cui un gruppo di eroinomani, fra i quali un quartetto di jazzisti, attende l’arrivo dello spacciatore di turno. McLean ne fu 1 dei principali interpreti, portando la commedia in tutto il mondo. Oltre a fargli conoscere nuove comunità di artisti impegnati nella sperimentazione, l’attività teatrale e cinematografica gli diede modo di tracciare significativi legami e ovvii confronti fra la vita del personaggio che doveva interpretare e la propria esistenza.

L’altosassofonista e John Coltrane

Let Freedom Ring fu un successo anche in termine di vendite, fornendo finalmente al musicista la visibilità e la notorietà che da anni meritava. Ora era un protagonista, un faro, un esempio da seguire. Con sole 4 tracce (tanti sono i brani contenuti nell’album) il quartetto che si avvale della collaborazione di Walter Davis al pianoforte, Herbie Lewis al contrabbasso e un sontuoso, straordinario Billy Higgins alla batteria, pone un punto fermo nell’evoluzione del linguaggio hard bop verso nuove istanze creative. Non più semplice hard bop robusto e nervoso, nè avanguardia tout court, ma geniale terreno d’incontro e porta spalancata verso quel futuro che gli porterà i dovuti riconoscimenti. Al pari di Lee Morgan, trombettista straordinario e spesso suo compagno d’avventure, Jackie McLean è stato inserito nella lista di quei musicisti fondamentali da cui non si può prescindere per scrivere la vera storia dell’evoluzione del jazz. Le musiche di ieri, di oggi e di domani ci appariranno sicuramente più chiare e nitide se sceglieremo di vederle con gli occhi di questo irripetibile protagonista, uomo e musicista davvero unico.

Se Charlie Mingus, mai troppo prodigo di lodi nei confronti dei suoi musicisti, nell’album Pithecantropus Erectus gli dedica Portrait Of Jackie, capiamo quanto i suoi stessi sodali e colleghi lo stimassero e ne tenessero in considerazione l’arte, che non ha mai smesso di evolversi e svilupparsi fino ai suoi ultimi giorni di vita terrena. Un’esistenza, la sua, incentrata sull’impegno civile, sull’insegnamento, sulla musica intesa come missione e non semplice impegno lavorativo. Il viaggio verso quello che “ancora deve accadere” inizia grazie a musicisti come lui, alla sua lezione che ha permesso al jazz di diventare quello straordinario ambiente multiculturale e multigenerazionale dove ogni giorno accade qualcosa.

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