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#allthatjazz: Charles Mingus e quell’album perduto

La storia del jazz è costellata di registrazioni live che hanno rappresentato momenti indelebili per il lessico jazzistico e la sua evoluzione. L’importanza del club e l’aura che quel particolare luogo trasmette, influiscono in modo determinante sui musicisti e le loro performance. Di esempi se ne contano a centinaia ed è innegabile che certi locali o certi festival esercitino sui musicisti un potere che li costringe a dare il meglio di sè.

Club statunitensi come Village Vanguard, Blue Note, Birdland, Shelly Manne’s Hole, Lighthouse e Keystone Korner; e locali europei come il Cafè Montmartre (Copenhagen), il Capolinea (Milano), il Ronnie Scott’s (Londra) e il Cafè St. Germain (Parigi), sono luoghi di culto dove abbiamo assistito al miglior jazz dal vivo. In particolare il Ronnie Scott’s è un’istituzione che sfiora il mito, visti i nomi che si sono esibiti su quello stretto palcoscenico con le assi di legno. The Lost Album From Ronnie Scott’s, in 3 Cd su etichetta Resonance, riporta il concerto eseguito nel 1972 dal sestetto di Charles Mingus. A distanza di 50 anni, possiamo rivivere quel momento magico; anche se, onestamente, l’esecuzione non aggiunge nulla al mito di Mingus.

Quell’anno, il contrabbassista americano ritorna sulle scene dopo un periodo di pausa e i fasti del precedente gruppo in cui militava Eric Dolphy e che vedeva il sommo Dannie Richmond alla batteria, sono ben lontani. Ora si tratta di riconquistare il pubblico, soprattutto quello europeo che tanto aveva contribuito a creare e a consolidare la grandezza di Mingus. Per farlo, mette insieme un sestetto che può contare sul talento di Charles McPherson al sax alto, Bobby Jones al tenore, il 19enne Jon Faddis alla tromba (che Mingus scherza presentandolo come un 11enne), John Russell Foster al pianoforte e Roy Brooks alla batteria, raccomandato dall’amico fraterno Max Roach.

Charles Mingus (1922-1979)

Non certo la miglior formazione che “peggio di un bastardo” abbia mai guidato, ma di certo una band affiatata che qui si supera, nonostante gli evidenti limiti. McPherson non sarà mai al livello di Dolphy, ma offre il meglio di sè guidato e ben sostenuto da un leader che gli lascia lo spazio di esprimere al meglio il suo solismo spigoloso. La storia del jazz passa anche attraverso quei grandi comprimari che hanno contribuito a creare capolavori assoluti: si pensi ad esempio a Bennie Maupin al sax, al flauto o al clarinetto basso nelle storiche registrazioni di Lee Morgan al Lighthouse di Hermosa Beach. Medesima situazione, in questo box, quella di McPherson: il suo solismo è fra gli ingredienti fondamentali per riconoscere non solo il valore dello strumentista, ma dell’intera interpretazione del sestetto.

Il repertorio spazia fra nuove composizioni e la riproposizione di alcuni “classici” del book di Mingus. Orange Was The Colour Of Her Dress Then Silk Blue viene proposta in una versione più malinconica e bluesy, ben sostenuta dal sontuoso contrabbasso del leader che dimostra una volta di più, in fase compositiva, la sua discendenza da Duke Ellington ritenuto un genio al pari di Debussy, Ravel, Schoenberg e Stravinsky. Non a caso Mingus era solito ascoltare Bach e i Concerti Brandeburghesi, o spesso L’Arte della Fuga. Fables Of Faubus, invece, riafferma il lato ironico, sarcastico e graffiante del leader: dedicato a Orval Faubus, Governatore dell’Arkansas e razzista fuori dal tempo, riesce nell’intento di emozionare con i 2 sax che si inseguono nella celebre marcetta, strappando applausi a scena aperta grazie a un dialogo fitto e ben equilibrato. Basso e batteria, poi, si superano nel sostenere la composizione a un livello d’esecuzione molto alto, dove il pianismo blues di John Russell Foster si inserisce con eleganza negli spazi vuoti.

The Lost Album From Ronnie Scott’s ci permette di scoprire come Mingus operasse con i suoi gruppi, quale libertà lasciasse ai suoi solisti e quanto avesse il polso fermo e la durezza a ricondurli, con un semplice sguardo o un cenno al batterista, nell’alveo della miglior esecuzione. Spesso viene erroneamente definito come un pazzo arrabbiato: in realtà Mingus era un uomo ferito nel profondo dal razzismo e dall’ignoranza; un uomo in lotta contro la depressione, che si adoperò fino all’ultimo dei suoi giorni a dimostrare di essere il miglior contrabbassista della storia.

Ascoltate la versione di When The Saints Go Marching In e come lui riesca a renderla un monumento alla sua storia e a quella del suo popolo. Omaggia Louis Armstrong, che ha reso questo brano immortale, con una devozione e un rispetto assoluti. Quel concerto al Ronnie Scott’s ci offre un musicista che ha ancora voglia di esprimersi al meglio delle sue possibilità. Qualche anno più tardi, nel 1977, gli viene diagnosticato il morbo di Lou Gehrig, il leggendario giocatore di baseball dei New York Yankees che in pochi mesi si ritrovò paralizzato su una carrozzella. Mingus farà la stessa fine e morirà nel gennaio del 1979.

Genio ribelle, triste e incompreso, soleva dire: «Dentro di me ci sono 3 persone: la prima, indifferente, occupa sempre il centro senza preoccupazioni e tantomeno emozioni; la seconda è un animale ferito che attacca perchè teme di essere attaccato; la terza, piena d’amore, si fida di tutti e firma contratti senza leggerli per poi lasciarsi convincere a lavorare gratis. E quando si accorge di essere stata fregata, vorrebbe distruggere tutto ciò che gli ruota attorno, inclusa se stessa. Quale di queste è reale? Tutte e 3!». Me, Myself and I. Ancora e sempre Charles Mingus!

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