Music

#allthatjazz: A Love Supreme by John Coltrane

Un regalo a Dio. Una preghiera che si trasforma in musica. Un atto di fede e d’amore che diventa una delle opere più affascinanti e influenti del ‘900. Un’espressione di genio che parte da una meditazione sull’amore e le sue infinite sfaccettature. Un lavoro di gruppo che esalta le personalità dei singoli, raggiungendo le vette più alte dell’arte afroamericana. Inciso nel 1965, A Love Supreme dalla storica copertina in bianco e nero che ritrae un John Coltrane (1926-1967) assorto nei suoi pensieri, occupa un posto fondamentale nella storia della Musica con la maiuscola. Long playing che ha influenzato generazioni e generazioni di musicisti; avvicinato molti rocker al mondo del jazz; saputo significare un grido di speranza nel violento mondo delle rivolte afroamericane dell’epoca; rappresentato la colonna sonora ideale per generazioni di scrittori, uno su tutti Haruki Murakami, A Love Supreme è esperienza mistica, catartica, rito iniziatico. Lo ascolti e lo riascolti svariate volte nel corso della tua vita e lui ti sostiene nei momenti di sconforto e ti dà la carica, forse proprio grazie a quel grido iniziale del sax tenore di Coltrane che dà il via a una suite intensa, appassionata, incandescente.

L’introduzione al contrabbasso di Jimmy Garrison, maestro carismatico dello strumento, apre a una musica potente, dirompente; un magma sonoro in cui il sax del leader spicca il volo sostenuto da compagni del tutto coinvolti nel progetto e aderenti all’estetica indicata da Coltrane, influenzata dalla frequentazione delle filosofie orientali e animata da un misticismo mai fine a se stesso ma in grado di valorizzare e incrementare la somma statura della sua opera musicale. McCoy Tyner al pianoforte e Elvin Jones alla batteria completano un quartetto che ha avuto un grande impatto sul mondo musicale del secolo scorso. Equilibri perfetti, partecipazione totale, dialogo ed empatìa sono gli ingredienti di una musica che partendo dalla tradizione afroamericana va ben oltre le barriere stilistiche per imporsi come musica totale. Pentatoniche di derivazione indiana si fondono con ritmi africani, suggestioni metropolitane, suoni aspri che esaltano la coesione di una band che non ha avuto eguali, nè rivali, nel panorama jazzistico.

John Coltrane con la moglie Alice McLeod (1937-2007), che è stata pianista e arpista jazz

Raramente si è assistito a performance di tale intensità emotiva da parte di un gruppo di musicisti così forti e influenti in quanto a personalità (forse solo il trio di Bill Evans o il quintetto di Miles Davis). Ognuno è un maestro del proprio strumento, dotato di una perizia tecnica e di una passione non comuni. Riuscire a contenere il proprio ego a favore di una musica comune, non è da tutti. Eppure il quartetto di John Coltrane ci offre un’esecuzione indimenticabile, memorabile, unica. Se Elvin Jones è un motore instancabile, fonte d’idee poliritmiche e invenzioni che nessuno prima di lui aveva osato, Jimmy Garrison non solo sostiene lo svolgimento del discorso musicale ma lo arricchisce con impeccabili esplosioni solistiche, pennellate di colore che arricchiscono di luce la tela.

Aknowledgement è un mantra, una deflagrazione di note perfette in ogni singola esposizione, in ogni accordo. 4 uomini in sintonia, asserviti alla musica e il risultato sta tutto nel coro finale: “a love supreme ” ripetuto varie volte a sottolineare come senza la presenza d’amore fraterno, amore per la musica, la libertà, l’espressione artistica, la giustizia, l’essere umano, l’umanità, la Terra, per il “tutto”, nulla abbia valore, senso. Ci troviamo di fronte a una musica che impegna cuore, cervello, anima. Una musica che ci impone di tuffarci dentro quelle note lasciandoci trasportare dalla corrente: non come esseri inermi, in balìa dei flutti, bensì come individui consci di poter dominare quel flusso e volgerlo verso l’approdo finale, la depurazione dell’animo da ogni stortura, bruttura, meschinità, per poter diventare migliori grazie all’Amore Supremo. Quella redenzione alla quale ognuno di noi, inconsciamente, guarda. Senza nemmeno rendersene conto. Resolution: 8 minuti di musica per redimersi.

John Coltrane ha avuto trascorsi di tossicodipendenza e di dolore esistenziale, specie durante la militanza nel quintetto di Miles Davis. La fede e le filosofie orientali lo hanno sottratto al baratro, all’abisso. A Love Supreme, quindi, rappresenta la rinascita di un essere umano che si riappropria della vita con l’entusiasmo di un bimbo. Un entusiasmo coinvolgente, da trasmettere ai suoi compagni d’avventura. Al sassofono del leader si affiancano tutti, camminandogli accanto verso il risultato finale, ossia il capolavoro: parola abusata, spesso utilizzata a sproposito, ma mai come in questo caso appropriata e corretta. A Love Supreme non ha un solo attimo di cedimento o di caduta d’intensità poichè è un unicum perfetto di melodie, armonia, ritmo, contrappunto, assoli. Ashley Khan, eminente critico, lo ha definito «il disco perfetto». Non so se sia davvero così, ma so che mi ha spalancato le porte al mondo di John Coltrane che in seguito è diventato uno dei miei musicisti preferiti, un compagno fedele da ascoltare, riascoltare, far conoscere agli amici. Ascoltare. Di più: sentire. Nel senso spirituale del termine. Le note finali del disco sono un invito ad abbandonarci al futuro, a ciò che verrà malgrado tutto, all’ignoto. Essendo però preparati a ogni evenienza, forti di una fede capace di sostenerci, di un ideale. Di un Amore Supremo, appunto.

Se pensiamo che in quegli stessi anni Martin Luther King pronunciò il suo «I have a dream», avremo il quadro perfetto del momento in cui Coltrane ha realizzato la sua opera. Un momento di grandi trasformazioni, grandi sogni e grandi ideali che avevano bisogno di una colonna sonora adeguata. Coltrane è stato il faro di una rivoluzione musicale senza pari: partendo dall’esperienza davisiana, ha creato una musica totale che ingloba elementi provenienti da diverse culture: una “pan musica” che privilegia l’aspetto espressivo e non quello puramente estetico. Una musica che parte dalle sue precedenti esperienze e attinge dal suo intimo e dal suo spirito coinvolgendo esperienze religiose e mistiche. Dovremmo forse dire musica divina, ma qui parla il fanatico. A Love Supreme ha dato a John Coltrane una notorietà mai conosciuta prima. Non è stato immediatamente accolto come una grande opera, un album influente. Eppure, tutta la comunità musicale ne ha riconosciuto la grande statura.

Diversi colleghi hanno considerato John la figura chiave del rinnovamento jazzistico; colui che stava tracciando la nuova via espressiva. Nacquero un’infinità di sassofonisti coltraniani, E influenzati da quel sound unico e magico, sono nati innumerevoli sassofonisti che hanno suonato “alla John Coltrane “. Persino  quelli già affermati come Dexter Gordon o Sonny Rollins, hanno variato il loro stile inglobando stilemi coltraniani. E anche nel nascente mondo del rock, l’influenza di Coltrane ha avuto un peso non indifferente.

Per la cronaca, di A Love Supreme esiste anche una versione in sestetto con l’aggiunta di Archie Shepp e Art Davis. Ma nulla supera la versione originale.

 

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