Music

Alberto Fortis, 1979

Nato a Domodossola nel 1955, Alberto Fortis ha saputo scaldare i “motori” di noi tutti con le sue parole spesso pungenti, condite da un pizzico di doppi sensi, piccanti al punto giusto. Iniziamo raccontandovi di Milano e Vincenzo (canzone tratta da Alberto Fortis, 1979, 1° album in cui il cantautore piemontese viene accompagnato dalla Premiata Forneria Marconi al completo).

(“Milano sono tutto tuo/Vincenzo no, non mi rinchiude più/oh Milano sii buona almeno, almeno tu…”)

A chi si riferisce ? Qual è il significato di questa protesta? Il Vincenzo in questione è Vincenzo Micocci, discografico e talent scout il quale, nella seconda metà degli anni 60, aveva fondato a Roma una casa editrice e un’etichetta discografica distribuita dalla RCA. Un classico della discografia italiana: promettere ai giovani talenti contratti da capogiro, condannandoli ad attese strazianti che finivano con l’inevitabile “aspettando Godot”.

(“Vincenzo io ti ammazzerò/sei troppo stupido per vivere/oh Vincenzo io ti ammazzerò perché/perché non sai decidere”)

La rabbia tutt’altro che sottaciuta nei confronti dell’indecisione, della poca chiarezza e delle promosse senza alcun riscontro, si concretizza nella cupa, forte, affermazione “io ti ammazzerò”. Che non è la premessa di un omicidio in senso fisico ma spirituale: Fortis, di fatto, dimostrerà di poter diventare un artista affermato anche senza l’aiuto di Vincenzo. Ma per fare ciò si vedrà costretto a voltare pagina andandosene via da Roma e chiedendo a Milano lealtà, protezione e le tanto attese promesse mantenute:

(“Ti devo tanto come uomo/lavoro insieme ai figli tuoi/oh Milano, fa’ di me quello che vuoi/Ti lascio tutti i miei progetti/le mie vendette e la mia età/oh, non tradirmi, sono vecchio e il tempo va”)

Dopo molti anni Micocci e Fortis si sono riappacificati. Tanto che il primo, nel 2009, ha pubblicato l’autobiografia intitolata …Vincenzo io ti ammazzerò con una prefazione scritta proprio dall’ex “nemico”. Riconciliazione messa in musica da Alberto il 12 novembre 2010 nel programma tv I migliori anni con una versione di Milano e Vincenzo modificata in “Vincenzo io ti abbraccerò…”, a una settimana dalla scomparsa del discografico.

L’attesa per un progetto, per la realizzazione di qualcosa, presuppone anche l’aver pazienza. Ed è proprio La pazienza che Alberto si mette a ricercare…

(“E così cade il sole migliore/E il tramonto sbiadito che resta/Ha negli occhi la luce modesta/Del centro fallito che non tornerà”)

In questi versi c’è la chiave del testo. Pensando a tutte le occasioni che la vita ci riserva, cosa ci impedisce di cogliere l’attimo facendoci guidare dall’istinto? Cosa ci indica quella strada che sarà il tempo a giudicare giusta o sbagliata? La pazienza. Ma siamo proprio sicuri che sia lei la scelta migliore? C’è il rischio che il tempo passi e la luce della vita si affievolisca insieme a un mucchio di rimpianti. È una lotta interiore che non dà scampo: tenti di affrontarla, provi ad annientarla, ma nella gran parte dei casi è la pazienza a vincere:

(“Sei scioccato ma dici ai tuoi occhi/No da lei non mi lascio fregare/Io che ho scelto di farmi ammazzare/Per farle capire che non vincerà/Ma lei furba ti invita a ballare/Tu la stringi e ti senti morire/Lei sorride ti infilza e ti dice/Volevi tradire, fai schifo e pietà”)

La sedia di lillà racchiude invece l’amore che si può provare per una persona o per qualcosa. Per questo brano, Alberto Fortis prende spunto da un evento personale realmente accaduto, ma decide di modificarne tragicamente il finale (in realtà, allo zio rimasto vittima di un incidente verrà riservata una sorte migliore):

(“Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti/e una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso/mi parlava rassegnato con la lingua di chi spera/di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà…”)

Già comprendiamo che il malcapitato perderà per sempre l’uso delle gambe, condannato da una sentenza senza appello. È qui che ha inizio l’agonia. Avvolto da un continuo malessere, comincia ad analizzare la propria esistenza: continuerò a vivere, malgrado tutto? Chi mi sarà d’aiuto? Al cospetto di tragedie come questa non tutto è scontato…

(“Oh quanti amici hanno tradito, continuava innervosito/quanti amici hanno tradito per la causa dell’amore“)

Succede, in certi casi, che pur di liberarsi da un fardello diventato ormai insostenibile si arrivi al punto di commettere un gesto suicida, in fondo desiderato:

(“Sono andato a casa sua sono andato con i fiori/Mi hanno detto che era uscito/che era andato a passeggiare/Ma vedevo un’ombra appesa la vedevo/dondolare/l’ombra non voleva stare sulla sedia di lillà”)

Chiudiamo con Nuda senza seno, canzone a doppio senso che lascia grande spazio all’interpretazione. Pensiamo di aver ben chiaro il soggetto, o almeno tentiamo di fornirvi una chiave di lettura più veritiera possibile…

(“E tu che una mattina mi hai svegliato/Il nome però non lo dico/Ti dico solamente che non ero nel mio letto/E neanche nella mia città”)

Un’avventura, una notte trascorsa fuori casa, a una festa o chissà dove. Certo è che la notte si è conclusa in un letto caldo e appassionato. Ma il giorno dopo? Di solito si cerca di dare luce a quella notte sforzandosi di ricordare chi c’era sotto a quelle lenzuola, cosa stava succedendo e per quale motivo. Che delusione sarebbe scoprire che dietro quelle curve prorompenti conquistate la sera prima non c’era nulla!  Come recita il proverbio? “Bella ma senza cervello”…

(“Mi son svegliato e avevo tanta fame/Ma dentro il frigo tuo non c’era niente [….] E immaginarti nuda e senza seno/Mi fa morir dal ridere amor mio…”)

Nei solchi di Alberto Fortis ci sono anche A voi romani, Il Duomo di notte, In soffitta, Sono contento di voi, L’amicizia.

Spesso quello che il buio nasconde viene rivelato dal giorno. Ed ecco che la fantasia dell’uomo, per sopperire al vuoto lasciato da una semplice avventura, va oltre la realtà lasciandosi alle spalle un malinconico sorriso” (Crise)

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