Music

Los Lobos – Native Sons (New West Records)

«Per sempre nei nostri cuori, per sempre casa nostra». Questo è Los Angeles per i Los Lobos, i chicanos di origine messicana nati e cresciuti al di là del confine, nella zona Est della megalopoli californiana, che alla Città degli Angeli e alla sua anima musicale poliglotta dedicano il loro ultimo disco: una raccolta di cover (tutte meno una: la title track, appunto) che racconta molto di LA e anche molto di loro, del loro DNA, della loro storia e dei loro gusti eclettici. È una lettera d’amore, una mozione degli affetti, un omaggio a un “non luogosterminato, cosmopolita e multiculturale che hanno confezionato con entusiasmo, spontaneità e naturalezza (un loro marchio stilistico). Più ancora di New York, Los Angeles è ed è stata la città del music business; la terra delle opportunità per musicisti provenienti da ogni dove; quella in cui hanno trovato fortuna non solo Native Sons come loro ma anche emigrati da altre parti degli Stati Uniti e del mondo: subito diventati californiani, anzi losangelini, per diritto acquisito. È stata ed è, soprattutto, anche un melting pot stilistico in cui tutte le musiche hanno trovato cittadinanza, facendo sognare sogni di gloria a 5 ragazzi che amavano il rock’n’roll e la musica nera quanto le loro tradizioni.

Los Lobos

Loro, i Lupi – sempre gli stessi: David Hidalgo, Cesar Rosas, Louie Pérez, Conrad Lozano, Steve Berlin, l’ultimo arrivato, ma ormai in formazione da 37 anni fa – avevano ora un nuovo contratto discografico da onorare (con la New West Records) e un buco enorme da colmare, infaticabili guerrieri da strada e da palcoscenico costretti a casa dal lockdown. Native Sons però non suona come un ripiego, anche se con il linguaggio del marketing si potrebbe parlare di “riposizionamento di mercato”. È piuttosto un “concept” affascinante che la band di East L.A. ha sviluppato con l’aiuto di qualche familiare (David Hidalgo Jr. e Jason Lozano, entrambi batteristi) e di una bella corte di amici e colleghi incrociati in tanti anni trascorsi on the road e negli studi di registrazione. Altri dischi e concerti avevano già dimostrato in passato che i 5 sono, nel miglior senso del termine, dei “juke-box viventi“; una scintillante, rodata e rombante fuoriserie vintage che con i suoi robusti pistoni macina di tutto, norteño e rock’n’roll, soul e blues, canzone d’autore e ritmi afrocubani. American Music, nel senso più globale e omnicomprensivo del termine. Sono stati, all’inizio, e in parte sono sempre rimasti, una cover band e una party band, innamorati della musica a 360° e sempre pronti a celebrarla in tutti i modi. E Native Sons è, appunto, un perfetto disco estivo con cui far festa, scaldare cuore e muscoli, ballare ed emozionarsi.

David Hidalgo

La canzone che lo intitola e che fa da ponte al progetto – inserita non a caso esattamente a metà percorso – è in classico stile Hidalgo-Pérez, autori rispettivamente di musica e testo: un midtempo ballabile che racconta una città in cui “ci sono fiumi di cemento che scorrono dalle montagne al mare e torri che quasi toccano il cielo”. È, come dice Hidalgo, «una cover originale» che si ricollega a un passato più o meno antico e agli altri 12 brani: pezzi famosissimi o underground – di cui gli stessi musicisti, nelle belle note di copertina, raccontano brevemente storia e loro ricordi personali – riletti con molto rispetto per le versioni originali ma con un inconfondibile tocco personale nelle voci e negli strumenti, con un sound dai timbri caldi, antico e moderno, fatto di chitarre lievemente distorte e riverberate, di fiati corpulenti e ruggenti, di batterie e congas che sprizzano vitalità e gioia di vivere. La traccia più antica è senz’altro la prima, l’arrembante Love Special Delivery, r&b sulla cui traccia base, 20 anni fa, suonò nell’home studio di Rosas Aaron Ballesteros, batterista originale di quei Thee Midniters che furono una delle primissime band chicane a saltar fuori dal barrio di East L.A. Intro vivace di batteria e basso, chitarre, sax e trombone ed è subito fiesta; un omaggio alle origini latine dei 5 che prosegue con la rumba di Los Chucos Suaves già registrata da Ry Cooder e uscita dalla penna del “papà della musica chicanaLalo Guerrero, bandleader a fine anni 40 dei suoi Cincos Lobos e con cui i lupi di seconda generazione collaborarono nel 1995 al disco per bambini Papa’s Dream; e poi ancora con Dichoso di Willie Bobo, un “lentaccio” assassino da balera che Rosas, specialista in queste rivisitazioni in lingua spagnola, ha registrato quasi interamente a casa sua insieme al percussionista Camilo Quinones.

Louie Pérez

Alle loro origini musicali i Lobos tornano anche con il jump blues di Never No More, un brano datato 1962 e firmato Percy Mayfield (autore di fiducia di Ray Charles) che ricorda i tempi gloriosi del loro 1° album “rock”, How Will The Wolf Survive?; con Farmer John, uno dei loro primi singoli immancabile in scaletta quando si facevano le ossa suonando ai matrimoni, più simile alla versione “uptown r&b” degli autori Don & Dewey che a quella garage dei californiani Premieres; e ancora con il rockabilly/blues di Flat Top Joint dei Blasters, fratelli di sangue della Los Angeles orientale a cui “rubarono” Berlin e che nei primi anni ‘80 li introdussero sulla scena rock locale favorendone l’ingaggio da parte dell’etichetta per cui anche loro incidevano, la indie Slash Records. Il meticciato losangelino ha un forte ingrediente non solo ispanico, ovviamente, ma anche afroamericano: ed ecco dunque Misery di Barrett Strong, autore e interprete di punta della Motown che nel 1972 si trasferì dagli storici quartieri generali di Detroit in California, e una clamorosa versione di The World Is A Ghetto (Berlin: «Non puoi essere una band di East L.A. e non metterti, prima o poi, a parlare dei War»), funk psichedelico e da strada con grandi assoli e le voci di Barrence Whitfield (Savages) e di Little Willie G., leader storico di quegli stessi Thee Midniters celebrati a inizio disco.

Ma Los Angeles significa anche surf e ragazzi da spiaggia, acid rock e figli dei fiori, cantautori e Laurel Canyon. Così, frugando tra i ricordi degli ascolti sulle frequenze radio FM e tra le loro collezioni di dischi giovanili, i Los Lobos sparano qualche pezzo da novanta: prima un uno/due dedicato ai Buffalo Springfield (Bluebird e la paradigmatica protest song For What It’s Worth), colonne sonore dei 60s in cui Hidalgo si diverte a replicare, separati sui 2 canali stereo, gli assoli di Stephen Stills e di Neil Young; poi una placida e ariosa Jamaica Say You Will (Jackson Browne) e infine una solare, radiosa Sail On, Sailor dei Beach Boys che cattura «l’atmosfera mistica della California», prima di chiudere degnamente la festa danzante fra striscioni, palloncini e cervezas, con un altro tenero e struggente lento da mattonella, lo strumentale Where Lovers Go dei Jaguars: un altro piccolo classico di chicano soul, pressoché sconosciuto a queste latitudini, e parte anch’esso del vecchio repertorio da matrimoni dei Lobos. «È un bel modo di dire addio», dicono, e hanno ragione, alla fine di un viaggio che ha cavalcato generi e decenni (dai ’40 agli ’80). E che, come le stesse note del disco suggeriscono, ha anche una chiave di lettura più ampia e universale dell’omaggio a Los Angeles: è un invito a ritrovarsi, a riconnettersi con la propria identità e con le proprie amicizie. A sentirsi, come loro, figli di un luogo e di un’epoca precisa. Ma anche cittadini del mondo.

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