Letture

Nella bocca della gente. Da Tom Zé al Brasile di oggi, intervista con Pietro Scaramuzzo

Sul finire del 2019 è uscito un volume che per gli amanti della musica brasiliana, specie della cosiddetta MPB (música popular brasileira), è una manna: L’ultimo tropicalista (ADD Editore), prima biografia mondiale su Tom Zé e per di più in italiano, la cui lettura è consigliatissima. Lo ha scritto Pietro Scaramuzzo, giornalista e appassionato di musica e cultura verdeoro, già collaboratore di Musica Jazz (sua è la rubrica Tropicália) e titolare di Nabocadopovo.it, portale che tratta tutto ciò che fa Brasile. Con lui abbiamo conversato dell’artista bahiano e di altro. Buona lettura…

Prima di tutto complimenti per l’idea – e soprattutto per il coraggio: il 1° libro biografico su Tom Zé lo scrive un italiano… in italiano! Com’è nato il progetto, al di là dell’evidente stima artistica per il personaggio?
«Ho conosciuto Tom Zé alcuni anni fa quando l’ho intervistato per Nabocadopovo. È stato il mio primo contatto non solo con l’artista ma anche e soprattutto con la sua parte umana da cui sono rimasto profondamente colpito. Nonostante la sua età anagrafica, Tom riesce a mantenere vivo uno spirito fanciullesco invidiabile e travolgente. Credo che sia la più grande forza. Ad ogni modo, dopo la lunga intervista mi sono reso conto che esistevano ancora molti punti sulla sua vita che mi sarebbe piaciuto approfondire. E così, nel corso dei mesi, gli ho chiesto di raccontarmi di più. A un certo punto mi sono reso conto che c’era così tanto materiale da poter scrivere un libro. Mi è bastato chiedere a Tom e a Neusa, sua moglie e manager, cosa pensassero dell’idea».

Quanto è stato difficile convincere un editore italiano a pubblicare un libro su un artista del genere, da noi quantomeno di nicchia?
«Ho avuto la grande fortuna di trovare ADD Editore, che ha ancora il coraggio di proporre qualcosa di nuovo sul mercato editoriale. Hanno sposato la mia idea quasi sin da subito».

Leggo nel libro che lo stesso Tom ha attivamente preso parte all’opera, fornendoti apporto biografico. Immagino che si sia instaurato un buon rapporto amicale fra voi. Nel quotidiano che persona è?
«Effettivamente ho avuto la fortuna di diventare un amico personale sia di lui sia di Neusa. Nella sua quotidianità, Tom non è molto differente dall’artista che siamo abituati a vedere: spontaneo, vivace, curioso, autentico. È una forza della natura».

Per molti decenni, finché David Byrne ha riacceso interesse nella sua musica, è stato il “grande reietto” dei Tropicalisti, specie se si considera il successo di suoi antichi amici e collaboratori quali Os Mutantes, Gilberto Gil, Gal Costa, Nara Leão e Caetano Veloso. Perché questo è avvenuto? Che idea ti sei fatto?
«Che non esiste una sola risposta possibile. Come ogni fenomeno umano, l’ostracismo che gli è capitato è il risultato di una serie di situazioni, scelte, avvenimenti che hanno lavorato in sinergia con un modo difficilmente spiegabile. È per questo che nel libro provo a offrire una spiegazione che tenga conto di tutto».

Nell’introduzione scrivi che saputo del libro, Caetano Veloso si è dimostrato felicissimo dell’idea. Mentre in tempi recenti, Zé ha collaborato in maniera sostanziale alla reunion dei Mutantes in Haih Or Amortecedor (2009). Come sono i rapporti fra Tom e i vecchi compagni tropicalisti? Te lo chiedo anche perché nel 2018 sono passati pressoché sottaciuti o quasi i 50 anni dell’album collettivo Tropicalia ou Panis et Circencis – mentre quando scoccò identico anniversario per la bossa nova, in Brasile ma anche nel mondo le celebrazioni non si contarono. E aggiungo anche che Milton Nascimento proprio in quest’ultimo anno ha girato il mondo con un concerto celebrativo basato sul Clube da Esquina
«Sono rapporti assolutamente pacifici. Proprio per i 50 anni del disco che ricordavi Tom Zé, Gilberto Gil e Caetano Veloso hanno partecipato allo speciale del programma Conversa com Bial alla Rede Globo, dove hanno ricordato quei mesi rivoluzionari che hanno cambiato per sempre la musica brasiliana».

Entriamo nella testa di David Byrne, che fra l’altro nel tuo libro scrive una bella prefazione: che idea ti sei fatto di questa sua smodata passione per Zé, che lo ha portato a investire tanto su di lui?
«Credo che Byrne sia rimasto affascinato dalla sua audacia musicale. Insomma, l’artista di Irará era stato in grado di prendere un genere classico come il samba, di minarne le fondamenta e di costruirci in cima qualcosa di assolutamente originale e innovativo».

Mi è capitato di vederlo suonare più volte fin dagli anni 90, l’ultima delle quali un paio di anni fa a San Paolo. Stiamo parlando di un ultra 80enne che facilmente dimostra 15-20 anni di meno rispetto a quelli che ha, capace di trasmettere un’energia contagiosa quanto disarmante. Qual è il segreto di questo Cocoon – di questa “eterna giovinezza”?
«Glielo chiedo ogni volta, ma non mi ha ancora rivelato il segreto! Scherzi a parte, credo che sia il lavoro a tenerlo vivo. Tom  vive per la musica e di musica».

Se dovessi spiegare in poche parole perché ascoltare Tom Zé a chi non lo conosce, cosa gli diresti per convincerlo a prestare orecchio?
«Gli regalerei il mio libro!».

Hai in progetto di tradurre L’ultimo tropicalista in portoghese e magari in inglese? Ti confesso che ho condiviso la mia recensione nel gruppo Facebook dedicato ai Talking Heads – e diverse persone mi hanno chiesto se esiste un’edizione inglese…
«Ancora niente di ufficiale, ma c’è una casa editrice brasiliana molto interessata alla questione. Per quel che riguarda invece l’inglese, siamo ancora in stand-by».

Passiamo a te. Oramai da parecchio tempo sei titolare del portale italiano Nabocadopovo, seguitissimo contenitore di musica e cultura brasiliana: solo in Facebook conto oltre 350.000 “mi piace” e oltre 420.000 followers. Come è nato il portale e come sei arrivato a numeri così importanti?
«Nabocadopovo è nato dal desiderio di condividere con altri la mia passione per la musica brasiliana, le mie ricerche, le mie interviste. I numeri sono arrivati da soli… in modo del tutto organico, anche grazie all’aiuto di Fabio Spadavecchia che si occupa di alimentare i canali sociali, mentre io curo piuttosto i contenuti del sito».

Il Brazilian bug come ti è scattato?
«Molti anni fa, come credo sia accaduto per molti altri, mi sono lasciato ammaliare dalla melodia sprigionata da João Gilberto che canta Chega de Saudade. È un cammino senza ritorno».

Quali sono gli stereotipi più diffusi e difficili da superare sul Brasile che hai riscontrato nel tuo ruolo di divulgatore?
«Purtroppo ce ne sono tantissimi. Molti sono legati alla figura della donna brasiliana e a una visione del Brasile come Paese sottosviluppato».

Da esperto dell’argomento, come stai vivendo questi anni di chiara crisi socio-politica-culturale che sta attraversando il Brasile, passato dalla padella alla brace: dalla corruzione strutturale del PT di Lula ai chiari estremismi pseudo-sovranisti di Jair Bolsonaro?
«Con profonda tristezza. Mi ferisce vedere un popolo come quello brasiliano impegnato a distruggere la propria ricchezza musicale, artistica e sociale».

Sempre da intenditore di cultura verdeoro, chi sono gli artisti apparsi negli ultimi anni che meritano attenzione? Regalaci qualche consiglio per gli ascolti…
«La musica brasiliana oggi è delle donne. Io adoro Josyara, Luedji Luna, Jessica Caitano. E poi, per chi ama la musica strumentale, Amaro Freita è da non perdere».

Foto: Pietro Scaramuzzo con Tom Zé e la moglie Neusa

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