Letture

L’estetica del pop

«Più ci dirigevamo a ovest, più sull’autostrada ogni cosa appariva pop. Improvvisamente sentivamo di far parte di qualcosa, perché anche se il pop era ovunque, per noi era la nuova arte. Una volta che diventavi pop non potevi più guardare un’insegna allo stesso modo. Una volta che pensavi pop non vedevi più l’America allo stesso modo di prima». Inizia così, in maniera efficace e visivamente cinematografica, il libro che Andrea Mecacci, docente di Estetica all’Università degli Studi di Firenze, ha scritto sul pop: vocabolo fra i più inflazionati del parlare comune. A parlare in questo caso è Andy Warhol, che nel settembre del 1963 a bordo di una Ford e in compagnia del suo assistente Gerard Malanga, dell’attore underground Taylor Mead e del pittore Wynn Chamberlain attraversa l’America da New York fino a Los Angeles.

Sdraiato sul retro della station wagon dove è stato sistemato un materasso, Warhol vede ipnoticamente sfrecciare sopra di sé luci, fili del telefono, insegne al neon. Durante il soggiorno losangeleno, in un’intervista concessa insieme a Andy, Taylor Mead dichiara: «Abbiamo appena attraversato il paese in automobile e dicevamo tutti e due: “Oh, che bella insegna della Coca-Cola”, oppure: “Che bella l’insegna di quel ristorante”. È veramente straordinario che per merito della Pop Art si possa scoprire un valore di un’insegna qualsiasi».

Pop, dunque. Contrazione di popular: fenomeno culturale che non è solo una voce della storia dell’arte (Pop Art) ma che ha scandito ogni aspetto della vita del secondo ‘900 (gusti, mode, stili, atteggiamenti) transitando dal gusto estetico individuale all’immaginario collettivo, dagli oggetti d’uso quotidiano agli ambienti metropolitani. Sviscerando il pop in ogni sua declinazione, Mecacci mette in fila capitolo per capitolo la Pop Music dei Beatles e la Pop Art degli europei e degli americani; Peter Blake che s’inventa la copertina dell’Lp Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Beatles) e Andy Warhol che realizza la banana per il primo disco dei Velvet Underground e poi fotografa i jeans di Sticky Fingers (Rolling Stones); gli spazi architettonici “consumabili” (da Disneyland alle mille luci di Las Vegas); il design di plastica e la moda rivoluzionaria di Twiggy e di Edie Sedgwick; la Jane Fonda fantascientifica del film Barbarella girato da Roger Vadim (1968) e gli iper-violenti Drughi capitanati da Alex (Malcolm McDowell) in A Clockwork Orange, romanzo di Anthony Burgess (1962) e pellicola di Stanley Kubrick (1971); il pop iconico (Marilyn Monroe) e il pop archetipico (Elvis Presley); il pop postmoderno di Madonna e Michael Jackson.

Al termine del rutilante viaggio, vi resteranno incollate nella memoria almeno 2 frasi: «Il pop è amare le cose» (Andy Warhol) e «Il pop è il riflesso assoluto della società in cui viviamo» (Madonna). Come dar loro torto?

Andrea Mecacci, L’estetica del pop – Teorie e miti della cultura di massa, Donzelli Editore, 200 pagine, € 20.82

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