Letture

La città

La motocicletta correva ed interminabili file di case correvano nella direzione opposta. Era mattina presto e le ultime gocce di rugiada bagnavano la strada illuminata dai lampioni ancora accesi.

Svegliarsi e partire a quell’ora non era stato faticoso, ma aveva lasciato all’uomo uno strano sapore in bocca. Era un gusto che conosceva bene, quello dei sogni non finiti, interrotti quasi alla fine. Un caffè buttato giù in fretta ed era iniziato il suo viaggio verso la città. Non c’erano città dove viveva lui. Viveva non è il termine esatto, dove stava lui, prima, che aveva sempre pensato che vivere fosse una cosa diversa, qualcosa di più, di … insomma diverso.

L’uomo era vestito da motociclista e tutto il suo aspetto si intonava al vestito. Lo sguardo era duro e sulla bocca aveva una smorfia fra il dolore e la tristezza.

Fin dalla partenza era stato affiancato da case ed ora, con le prime luci del giorno, le case cominciavano a prendere vita. Vedeva le finestre con le luci accese. Cucine in cui si affaccendavano donne in vestaglia con l’aria di chi ha dormito troppo poco.

Era in viaggio già da più di un’ora e pensò che fosse venuto il momento di fare una sosta. Le sette. Si fermò davanti ad un bar appena aperto ed entrò. Ordinò un caffè all’uomo che stava dietro il banco e che non gli disse nulla. Meglio così. Il motociclista non amava parlare e bevve in silenzio il suo caffè. Buttò i soldi sul banco e uscì. Fuori, davanti alla fermata dell’autobus, due ragazzini stavano guardando la sua moto.

“Che moto è, signore?”.
“Inglese. Un cinquecento”.
“E quanto fa?”.
“Almeno i centocinquanta. Forse di più, non ho mai provato”.

I due rimasero lì a guardare la moto fino a quando non arrivò il loro autobus. Quando salirono furono accolti da una folla di altri ragazzini come loro. Il motociclista rimase lì a guardare i loro occhi ammiranti ed ad ascoltare i commenti. Erano i figli degli abitanti del quartiere, ragazzini normali, di famiglie di operai, impiegati, negozianti, gente normale. Bambini così piccoli, avevano forse sette o otto anni, andavano a scuola da soli. Erano già più grandi della loro età e sarebbero cresciuti sempre più in fretta e allora sarebbero andati anche loro in città.

Il suo viaggio riprese. Non spingeva il motore, non guidava la moto troppo veloce per poter osservare ciò che si trovava ai lati della strada. Doveva andare in città a cercare qualcuno. Qualcuno che aveva paura di non trovare. Intanto guardava avanti e vedeva la città lontana, con le sue luci e il traffico. Era così preso da quella vista da non accorgersi nemmeno della auto che gli passavano a fianco.

Le otto. Mentre rallentava ad un semaforo il suo sguardo fu attirato da un uomo che usciva da casa per andare al lavoro. La casa era una villetta ad un piano ed aveva l’aspetto di una casa borghese, la casa di un uomo ricco che non voleva vivere in mezzo al traffico, ma nemmeno in campagna.

Già. Dove si trovava? Non avrebbe saputo dirlo. Era già la città? Non lo era ancora? L’uomo aveva un vestito grigio e una valigetta nera. Aveva una faccia grigia e i capelli neri. Probabilmente all’interno della casa aveva salutato una moglie e dei figli degli stessi colori. Era una vita felice la sua? Da fuori non si sarebbe potuto dire. Forse si.

Mentre il motociclista era perso in questi pensieri scattò il verde. La moto ripartì. Questa cosa lo fece pensare: fin dall’inizio del suo viaggio la moto andava da sola, o almeno così pareva. Sembrava che non fosse lui ad accelerare, ma qualcun altro. Chi? C’erano solo lui e la moto.

Le case continuavano a sfrecciargli accanto, uguali, come uguali erano le persone che ne uscivano per andare al lavoro. Tanti piccoli e grandi abitanti del cemento e del plexiglas. Tante luci che si accendevano e si spegnevano, tanti corpi che uscivano dai palazzi e dalle case per entrare nella metropolitana o salire sugli autobus. Un enorme serpente marino che appariva e scompariva a tratti fra le onde di cemento. Andavano tutti in città?

Le nove. Un’altra ora era passata e la città era ancora lontana. Aveva già preso due caffè che si facevano sentire sul suo stomaco e doveva fermarsi ancora per mangiare qualcosa. Non aveva portato niente con sé, ma vide un chiosco e vi si fermò davanti.

C’erano panini e brioche e una ragazza dai capelli rossi e dall’aria triste. Una radio dietro di lei stava mandando una vecchia canzone di Cyndi Lauper. Improvvisamente al motociclista sembrò tutto uguale a qualche altro posto, i suoi gesti, quelli della ragazza sembravano gesti già fatti, come previsti da un copione provato tante volte e ora rappresentato dal vero. Lui le chiese un panino. Lei glielo porse guadandolo negli occhi e lui capì che non era quello di cui aveva bisogno. Non era quello che le avrebbe voluto chiedere. Dovuto chiedere.

Gli occhi infinitamente dolci della ragazza si posarono sul suo viso. Anche lui la guardò e si accorse che aveva un grosso livido su una guancia: “il padre” pensò, “o il fidanzato”. Nei suoi occhi c’era quasi una supplica. Un grido disperato contro i muri di cemento dei palazzi. Ma quei muri non lasciavano passare i suoni che venivano da fuori. Un sorriso di lui e gli occhi della ragazza si velarono, sorridenti. E il motociclista ripartì. Il suo viaggio verso la città era più importante? Forse no.

Le dodici. Erano passate tre ore senza che lui se ne accorgesse e questo lo spaventò. I muri, le porte, i negozi che vedeva erano tutti uguali, come tutta uguale era la gente che vi si muoveva intorno. Tre ore, tanti chilometri e neanche un cambiamento. E la città era lontana.

Accelerò. Doveva arrivare prima possibile. Non c’era un motivo preciso, ma aveva fretta. Eppure nessuno lo stava aspettando. Quel qualcuno che andava a cercare non sapeva del suo arrivo. Nessuno sapeva del suo arrivo, né della sua partenza. Improvvisamente si sentì solo e pensò alla ragazza del chiosco. Poteva fermarsi, poteva chiederle qualcosa d’altro, lei gliel’avrebbe dato. Invece aveva pagato il conto ed era ripartito.

Ad un tratto si accorse di un gran movimento intorno a lui. C’erano auto dovunque e persone e autobus. Era l’una. Tutti andavano a mangiare, a casa, in una mensa, in un bar. Il motociclista non si fermò, non aveva fame e proseguì. Poco dopo le strade furono deserte.

Pensava all’incredibile sincronìa con cui si muovevano tutti. Persone diverse che facevano lavori diversi, che pensavano cose diverse. Forse.

Il primo pomeriggio era assolato, ma non afoso, in quella giornata di fine maggio. Era verso la fine della primavera e le gemme… già, le gemme. Ecco cos’era. Il motociclista si spiegò finalmente la strana sensazione che provava fin dall’inizio del viaggio. Mancavano gli alberi. Eppure in città doveva esserci un parco abbastanza grande. Da dove veniva lui, alberi ce n’erano molti. Voleva dire che non era ancora arrivato in città.

Accelerò ancora, non voleva arrivare tardi. Ma tardi per che cosa? Continuava a ripetersi di fare presto. Continuava a ripetersi che la sua non era una fuga o, se lo era, stava fuggendo da qualcosa che non era vita. I suoi pensieri rincorsero i sogni che faceva prima di partire. Sognava quello che avrebbe fatto in città. Aveva provato a scrivere dei racconti ma non era riuscito a finirne neanche uno. Era questo che cercava in città? Finire i suoi racconti? Viverli? No, di questo era certo. Tutto ciò che voleva era vivere dimenticando il tempo passato prima. Negli ultimi tempi era rimasto talmente solo che anche il suo carattere ne aveva risentito. La sua famosa ostinazione si era come piegata, non sotto il peso di qualcosa, ma sotto il peso di sé stesso. Così aveva piantato tutto, un tutto che lui riteneva niente ed era partito.

Le cinque. Il motociclista continuava a correre accanto a case tutte uguali che si stavano animando del ritorno dei loro padroni. E i padroni delle case erano felici di tornare e trovare qualcosa di cui potevano essere sicuri. A loro importava solo di tornare a casa, a qualcosa che aveva delle fondamenta fisse nel terreno e che comunque li avrebbe accolti. Le mogli, i figli, gli animali potevano fuggire. Meglio attaccarsi a qualcosa di solido. Più solido di loro stessi.

Questi pensieri disgustarono il motociclista. Proprio da questo tipo di pensieri era più spaventato.

Stava per accelerare quando vide sul marciapiede una ragazza in lacrime. Camminava a fatica e il suo aspetto era malato. L’uomo fermò la moto, scese e si tolse il casco. “Ti senti male?”

La ragazza lo guardò senza rispondere e all’improvviso ebbe un conato di vomito e si chinò. L’uomo la prese tra le braccia reggendole la testa. Finito che ebbe di vomitare si sedette sul ciglio della strada e svenne. Il motociclista tentò di rianimarla senza riuscirvi. Vide una cabina del telefono e chiamò il Pronto Soccorso. Quando, poco dopo, arrivò l’autoambulanza gli infermieri sollevarono la ragazza e si accorsero che era morta.

Il motociclista rimase seduto sul ciglio della strada con lo sguardo immobile nella luce della prima sera. Le otto. Le luci ormai si stavano accendendo in tutte le strade e nelle case e il suo viaggio continuava.

Lontano, le luci al neon della città. “Da quanto tempo sono in viaggio?”. I pensieri dell’uomo correvano da un mondo ad un altro. Quello che stava trovando era veramente ciò che cercava?

Accelerò. Vedeva la tristezza sui visi della gente e l’idiozia delle scritte al neon. Era in città.

Spinse la moto fino agli ottanta. Arrivato in centro trovò gente e auto e locali. Una prostituta gli urlò una proposta oscena. Nessun altro gli rivolse la parola. In tutto il tempo in cui girò per la città non vide nessun volto amico.

Finalmente trovò un bar. Un posto meno lurido degli altri. Entrò ed ordinò da bere. Andò a sedersi ad un tavolo e, mentre aspettava, si guardò nello specchio che copriva l’intera parete.

Era lui quell’uomo vestito da motociclista, con lo sguardo duro e sulla bocca una smorfia di rabbia? Sì lo era, ma aveva qualcosa di diverso. Aveva negli occhi la stanchezza di una vita e alcuni capelli bianchi che non c’erano quando era partito. Bevve in fretta, pagò e risalì in moto.

Passarono le ore. Passarono le case, i palazzi, le auto. Il motociclista pensava a tutti i volti visti quel giorno, in quella vita.

Si sentì stanco. Si fermò e si sedette su una panchina lungo la strada. Pensò alla ragazza morta accanto a lui e alla ragazza dai capelli rossi e lo sguardo triste. Pensò a se stesso come al fantasma da cui fuggiva; un fantasma che sarebbe stato un uomo se solo si fosse fermato. Guardò l’orologio. Guardò dietro di se e vide quel giorno. Poi vide che era mezzanotte, chiuse gli occhi e si addormentò.

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Arturo Pagnanelli è nato a Parma, dove vive e fa l’avvocato, 54 anni fa. È appassionato di libri e di musica Rock. Ama  la letteratura del 900 e fra i suoi autori preferiti ci sono Stefano Benni, John Steinbeck, ma anche il primo Alberto Bevilacqua e Leonardo Sciascia. I suoi miti musicali sono Bruce Springsteen, Elvis Presley, Robert Johnson, Cure, Clash, Rolling Stones e Beatles.

 

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